Il dinamismo della vita spirituale in comunità

CONFERENZA di P. Fermo Bernasconi, mccj (comboniano)–

Roma, Casa Generalizia CRIC, 16 gennaio 2019

Prima di tutto vi ringrazio perché è sempre bello lavorare insieme, poi perché mi sono sentito proprio a casa, perché le sfide, le dinamiche sono uguali dappertutto, anche se noi abbiamo caratteristiche un po’ diverse. Parlavo con alcuni di voi, di come nella nostra comunità abbiamo preso delle decisioni, ma poi arrivare a metterle in pratica sia un’altra cosa… Abbiamo parlato di due grandi sfide che minano la nostra attività di evangelizzazione: l’individualismo e l’attivismo, quindi siamo proprio nella stessa dinamica.

Voglio dire alcune cose, più che altro condividerle con voi.

  1. Metodologia

Un primo punto riguarda la metodologia. Quando c’eravamo incontrati qualche mese fa[1], a me sembrava che la metodologia proposta andasse benissimo. Mi sembra ancora che vada bene. Noi comboniani stiamo facendo degli incontri e, tra l’altro, la settimana prossima avremo una settimana intera con i rappresentanti delle varie province. Dovremmo essere dalle 35 alle 40 persone, non so bene quanti perché alcuni hanno problemi con il visto – grazie ai nuovi orientamenti della politica italiana diventa più complicato avere il visto –.  L’incontro sarà sul tema dell’interculturalità e lo stile che abbiamo scelto è proprio uguale a come state facendo voi. Vogliamo valorizzare non qualcuno che sa e che spiega agli altri, ma valorizzare l’apporto di ciascuno e la riflessione delle persone, cioè rendere le persone protagoniste. In questo senso mi pare allora che una metodologia coinvolgente diventa una metodologia efficace.

Il secondo aspetto che mi sembra importante da questo punto di vista è valorizzare la vita, valorizzare il vissuto con le sue sfide, ma anche con i suoi lati belli. Il tema che abbiamo scelto dell’interculturalità lo vogliamo sviluppare con questo titolo: “Acquisire delle competenze per l’interculturalità”. Se acquisire vuole dire avere anche una certa conoscenza per così dire “teorica”, competenze vuol dire scoprire le motivazioni, saper leggere nella vita quelli che sono gli ostacoli, per esempio i pregiudizi, gli stereotipi ecc., e acquisire delle competenze, del tipo “come dialogare”, ecc., per arrivare a degli impegni. Ci sembra che facendo così la formazione permanente diventa vera formazione, altrimenti diventa soltanto un aggiornamento oppure approfondimento intellettuale che lascia un po’ il tempo che trova.

Sono stato provinciale – tra i peccati della mia vita c’è anche questo! – e qualche volta abbiamo fatto delle assemblee. Mi ricordo una volta il nostro economo generale era venuto e ci aveva parlato di autofinanziamento, come entrare in questa dinamica. Avevamo preparato questo con alcuni incontri che erano più teorici che altro. Siamo partiti alla fine di quest’assemblea con degli impegni. Dopo un mese, due mesi, non solo non era stato fatto niente, ma nemmeno si ricordavano gli impegni che avevano preso. Io dicevo: uscendo dal posto dove abbiamo fatto l’assemblea, alla prima curva la strada girava a destra e il bagaglio che era sulla parte sinistra del pianale della macchina è caduto; alla seconda curva è caduto quello di destra, e all’ultima curva dove la strada era fatta male si è scaricato tutto, per cui una volta che sono arrivati a casa l’assemblea era finita e la riflessione anche!

Perciò, una metodologia che coinvolga tutti, che faccia tirar fuori quello che ciascuno ha dentro, quello che ciascuno vive, e valorizzare la vita, questo mi sembra essere la metodologia vincente perché la formazione non deve tanto riempire la nostra testa, quanto trasformare la nostra persona. Io non mi scoraggerei, anche se a volte vi ho detto di non mettere troppo materiale nelle schede, perché mi sembrava che i contenuti fossero tanti e si rischia di essere sommersi dalle troppe cose. Meglio andare con più calma, però coinvolgere ciascuno e coinvolgere la vita.

  • Primato della vita spirituale

Riguardo poi al tema di oggi, voglio partire dalla mia esperienza. Ve la dico non perché sia importante, ma perché è stata importante per me. Sono stato in Congo. Ho cominciato a lavorare in una parrocchia, in una missione, di 13.000 – 14.000 km², per darvi un’idea è un territorio come le provincie di Como, Varese e Bergamo messe insieme dal punto di vista del territorio; gli abitanti erano molto di meno perché erano forse 40.000; riuscivamo a percorrere anche 6-7 km senza trovare una casa, perché i villaggi erano davvero sparsi. Avevamo più o meno 92 comunità cristiane più il centro; il centro era circa 9.000 abitanti. Poi avevamo comunità cristiane in un villaggio di 2.000 – 3.000 abitanti; ne avevamo altre dove bisognava fare 5 ore a piedi per arrivare, dove tutti, compresi pagani battezzati protestanti – ricordo questo posto, che m’han detto che non esiste più –, erano 23 persone, dal più vecchio al più giovane. La nostra pastorale era organizzata così:

  1. una grande importanza veniva data alla visita, cioè ad andare a visitare queste comunità cristiane. Partivamo il martedì e tornavamo la domenica sera;
  2. un secondo punto importante era la responsabilità di un’équipe di laici che dovevano guidare la preghiera della domenica, un incontro comunitario durante la settimana, poi anche la preghiera per gli ammalati, i funerali, la catechesi; tutto era nelle mani di questi laici.

Quando andavamo a far visita, naturalmente era importante restare con le persone. Ci fermavamo presso una comunità in genere un giorno intero, dal pomeriggio al pomeriggio, condividendo tutta la preghiera, i momenti attorno al fuoco della sera, il mangiare, ed era un momento di grande festa. Alla sera molte volte lasciavamo spazio per parlare di quello che volevano. Per me era importante anche ascoltare. Ho imparato molte cose della cultura, della storia di questo popolo. Lasciavo anche che facessero tutte le domande che volevano, ad esempio: “Perché il Papa ha lo zucchetto bianco e il vescovo lo ha rosso?”, e questo portava avanti lo stare insieme fino all’una o le due di notte. Voi capite che in questo sistema il tempo della preghiera personale rischiava di saltare, il breviario rischiava di essere fatto in fretta e male, insomma lo spazio per la preghiera personale era molto scarso. Ricordo che una volta, prima di cominciare il nuovo anno pastorale, ho voluto visitare tutti questi villaggi, per cui mi sono “dannato l’anima”, stando in giro a volte per 15 giorni senza tornare a casa, pensando: “Poi il mese di settembre abbiamo gli esercizi spirituali, posso recuperare il tempo della preghiera”. Sono arrivato agli esercizi spirituali e ho sperimentato la fatica, non soltanto la fatica fisica, ma proprio la fatica di pregare. Dopo un paio di giorni che non riuscivo per niente a entrare nello spirito degli esercizi, sono andato dal predicatore, un gesuita congolese. Gli ho detto un po’ come mi trovavo. Mi ha chiesto: “ma normalmente, quanto tempo dedichi alla preghiera personale di ogni giorno?”. Ho risposto: “In questi giorni, in questi mesi, quasi niente”. Mi ha detto: “Sei uno stupido, perché vuoi andare a vincere il campionato del mondo ma non fai nessun allenamento!”. Parole testuali. Me le ricordo, non sono passati 40 anni, ma ci manca poco! A partire da lì io posso dire che raramente ho lasciato la preghiera personale, o almeno tento di pregare, perché qualche volta non è così semplice, perché dipende anche dal Padre eterno! Se la preghiera è dialogo, e Lui non ti dice niente, stai zitto anche tu. Allora ho detto: “Quando vado ancora nei villaggi cambio stile! Mi prendo tranquillamente mezz’ora o tre quarti d’ora al mattino”. Quindi io esco al mattino dalla capanna che mi hanno dato per dormire, mi siedo due minuti e poi dopo un po’ dico: “Io vado in chiesa a pregare”. Andavo nella cappellina, normalmente una struttura di fango e paglia, e stavo lì. Passavo il mio tempo, mezz’ora o tre quarti d’ora, a pregare e la gente che era lì veniva, si metteva dietro, e dopo un po’ usciva. All’inizio, vivevo ciò quasi con un senso di colpa, come a dire: “Sto rubando tempo alla gente, sto impiegando tempo per la preghiera e magari la gente è qui che aspetta di poter parlare”. Qual è stata la “sorpresa” – ora la chiamo così – della mia stupidità? La sorpresa è stata che la gente a cominciato a chiedermi: “Padre, perché non ci insegni a pregare come fai tu?” Questa è stata per me un’esperienza che mi ha illuminato veramente tanto: certo, quello che mi sembrava essere tempo sottratto, quasi rubato, all’attività è diventato invece un’attività di evangelizzazione, perché molte persone hanno chiesto: “Padre, perché non ci insegni a pregare come fai tu? Tu prendi in mano la Bibbia, preghi con la parola di Dio … perché non insegni anche a noi a pregare con la parola di Dio?” Siccome quello che volevamo migliorare, un po’ come priorità, era la capacità dei responsabili delle comunità di animare la preghiera della domenica perché non leggessero soltanto la parola di Dio per poi dire poche parole, ma non volevamo neanche dare un sussidio già fatto di omelia, perché altrimenti si sarebbero limitati a leggerla, avevamo pensato a un metodo di lettura dei testi della domenica in modo da aiutarli a focalizzare alcune parole del Vangelo, a trovare il senso di alcune parole in altri testi della parola di Dio, un po’ “leggere la Scrittura con la Scrittura”. Abbiamo avuto un successo incredibile! Abbiamo visto quanto la gente desiderava questo incontro con Dio attraverso la sua parola.

Questo mi sembra importante. Spesso noi diciamo “Trovare un equilibrio tra l’attività e la preghiera”. A tal proposito, ho preso questo testo di Papa Francesco che parla di “persone con spirito”, che sono persone che pregano e lavorano (cf. EG 262). Cosa siamo chiamati a dare nella nostra vita? A partire anche dalla mia esperienza attuale, vi dico: qual è la cosa più importante che noi possiamo dare nella nostra vita? Quello che facciamo noi, quello che sappiamo noi? Oppure è condividere con le persone un’esperienza di Dio che poi le renda capaci e motivate e purifichi anche le nostre e le loro motivazioni, anche nella loro vita?

Ho cominciato con una parrocchia di più di 14.000 km², ho concluso gli ultimi sei anni in Congo in una realtà pastorale di meno di 1 km², perché lavoravo alla prigione di Kinshasa. Una realtà molto più piccola. Nel mese di agosto c’erano 8.000 persone in prigione. Una bella popolazione: in una prigione pensata per 1500 persone, ce n’erano 8000. Vi lascio immaginare le condizioni di vita. Che cosa fare? Le cose da fare sarebbero state tantissime, però mi sono accorto che la cosa più importante che la gente desiderava, sia nella prigione, sia nell’altra esperienza, era poter dire: “Ma perché non possiamo fare anche noi un incontro con il Signore che poi dia senso alla nostra vita?” Alla prigione è stato molto chiaro e, anche se non avevo un progetto di lavoro, l’ho imparato quasi sul posto: chi ha fatto l’esperienza dell’amore di Dio, ha fatto l’esperienza della propria dignità. Non dovevo spiegare che secondo i diritti dell’uomo loro avevano dignità, ecc. Hanno fatto l’esperienza: chi si sente amato ha una vita piena di dignità. Da queste esperienze della propria dignità è nata l’esigenza di essere responsabili: “sono responsabile della mia vita e sono responsabile anche della vita degli altri”; questo ha motivato, poi, anche un impegno concreto, sia da parte mia sia da parte di tanti laici. Qualche volta veniva qualcuno a dire: “Possiamo venire ad aiutare per la Messa nella prigione?”. “Che cosa volete fare?”. “Vogliamo venire a cantare per i prigionieri”. “Va bene, dirò alle corali che abbiamo…”. “Ma perché, voi avete una corale?”. “No, ne abbiamo due!”. C’erano due gruppi che cantavano, avevamo gli accoliti, al punto che una volta era venuto il vescovo ausiliare per le cresime e disse: “Se tutte le parrocchie funzionassero come la prigione, sarebbe l’ideale!”. Uno degli accoliti, che è ancora in prigione, era alto quasi 2 m. Lui voleva sempre portare la croce nella processione d’ingresso. Gli dicevo: “Non alzarla troppo, altrimenti vai fuori dal tetto!”. Chi veniva da fuori trovava una comunità sempre più attiva, responsabile. Che cosa motivava questo? Non ero io che motivavo questo, ma era l’esperienza di Dio che diventa un’esperienza di essere amato, che ti rende poi capace di amare anche gli altri. In questo senso allora mi chiedo: quando noi diciamo che non abbiamo tempo per pregare perché abbiamo tante cose da fare, non è che stiamo tradendo lo scopo fondamentale della nostra missione? Lo dico a voi, lo dico a me, lo dico anche ai miei confratelli: non è che stiamo tradendo lo scopo fondamentale della nostra missione, che non è di risolvere i problemi, ma che è di permettere alle persone di incontrarsi profondamente, il più profondamente possibile, con il Signore, di fare l’esperienza del Signore che è presente nella loro vita? Questo poi fa partire un cammino che diventa un cammino di crescita, diventa un cammino di conversione.

Il commento più bello a una mia omelia, che conservo come un dono che ho ricevuto, è stato non quando uno mi ha detto: “Che bella predica che hai fatto!”, ma quando uno mi ha detto: “Padre, posso prendere il foglietto con le letture della domenica, che non ho una Bibbia a casa, perché vorrei meditare anch’io quello che ho ascoltato della parola di Dio?”. Forse quello che avevo detto ha fatto nascere in lui il desiderio di continuare a leggere la parola di Dio, e dopo qualche tempo non aveva più bisogno del foglietto perché si era deciso a comperare la Bibbia. Questo l’ho sentito come l’elogio più bello per quello che ho potuto dire in un’omelia.

  • Vita fraterna in comunità

Un’altra cosa mi sembra importante per motivarci a trovare questa dinamica tra preghiera e lavoro, anche tra vita consacrata e lavoro. Nella nostra vita consacrata c’è un altro grande dono – che voi avete sottolineato e che mi sembra veramente bello! –, il dono della comunità e della comunione, della vita fraterna in comunità, come dice il titolo di un documento (NDR “La vita fraterna in comunità”). La comunità potrebbe essere una struttura, che può diventare per qualcuno un albergo, per qualcuno un nido, per qualcuno una corazza, una prigione. Ma “la vita fraterna” è una dinamica di relazioni dentro una istituzione, chiamiamola così, che è la “comunità”: è un dono grande! Questo dono lo condividiamo con gli altri: noi condividiamo la nostra vita. Quando condividiamo la nostra esperienza di Dio, noi condividiamo la nostra vita. Non ho voluto aumentare i testi, ma Papa Francesco dice: Se io vivo di Gesù Cristo, come faccio a non parlare di lui? Non è la stessa cosa costruire una vita con il Vangelo o senza Vangelo. Fa parte dei numeri di EG che seguono rispetto ai nn. 261-262 che abbiamo letto adesso (cf. EG 264. 266).

Così anche l’aspetto della comunione: noi facciamo esperienza di comunione non per tenercela per noi, come se fosse, diciamo così, un “lecca-lecca” da gustare, ma come qualcosa che ci rende sempre più capaci anche di metterci al servizio del creare comunione tra le persone. Se uno vive la dinamica della comunione dentro la comunità, è trasportato dalla stessa dinamica anche nell’incontro con gli altri e impara a creare a comunione tra le persone. Dicevamo che è importante la collaborazione dei laici, proprio perché la nostra pastorale diventa sempre più esigente anche dal punto di vista delle competenze. Io ho tutte queste competenze? Prima uno di voi faceva l’esempio di tutte queste pratiche legali, civili, che in Italia penso devono essere una cosa molto impegnativa. Se io non ho tutte queste competenze, posso trovare queste competenze tra i laici. Quando ero parroco, la mia grande difficoltà era la pastorale con i bambini. Di solito lavoravo quasi sempre con gli adulti, adesso poi ancora peggio perché non incontro quasi più i bambini, se non per scherzare. Ci sono però delle persone, delle mamme, dei papà che hanno una vera capacità di fare la preghiera, la catechesi per i bambini. Perché non dovrei valorizzarli? Nello stesso tempo, però, li devo motivare, affinché loro scoprano che il motivo del loro impegno non è perché “il parroco me l’ha detto”, o “il parroco me l’ha chiesto”, ma “è in forza della mia fede”, “è il battesimo che mi spinge a mettermi al servizio degli altri”. Quando io condivido la mia fede con i collaboratori, questi diventano delle persone che, come io sono motivato dalla mia fede nella mia missione, così anch’esse sono motivate dalla loro esperienza di fede nella loro missione. Altrimenti anche per loro l’impegno diventa quello che dice il papa, “un eroico compito” (EG 12), un insieme di attività da fare. Anche per i laici molte volte l’attività pastorale diventa una fuga. A volte, nel poco servizio che svolgo ora in Parrocchia, devo dire a qualcuno: “No, questo non lo fai più!”, perché altrimenti diventa una fuga da casa, dove magari il marito non ti capisce, i figli adolescenti sono più un fastidio che altro, e allora trovi molta più gratificazione nel lavoro in parrocchia. Ma lo fai per gratificazione tua o come testimonianza? Questa purificazione, mi pare importante.

È questo che volevo condividere con voi, ma devo dire ancora due cose. Non si tratta di “dover fare questo”, ma quello che ci motiva è la nostra esperienza di Dio. In questa esperienza di Dio c’è anche l’esperienza della comunione con gli altri. Lo faccio per me, lo faccio per noi, e lo faccio anche perché le persone desiderano questo, cercano questo. Fondamentalmente di che cosa hanno bisogno le persone? Devo risolvere io i loro problemi oppure è altro quello che mi si chiede?

Vi riferisco alcune esperienze che ritengo illuminanti. Una donna mi dice: “con mio marito non va, mi sento sfruttata, a caso devo sempre fare tutto io, i figli – che ormai sono grandi – vengono a casa e mi dicono: Mamma hai preparato da mangiare?”. Io conosco la famiglia, potrei andare a parlare con il marito e i figli e dire: “Riflettiamo insieme, cerco di risolvervi io il problema”. Invece, chissà perché, ho lasciato parlare un po’ e poi, a un certo momento, questa donna torna indietro e dice: “Non ho parlato con nessuno, né con mio marito, né con i figli, però mi è capitato un testo del Vangelo che dice: ‘Chi non porta la sua croce non può essere mio discepolo’. Io stavo scaricando la mia croce. Quindi ho deciso: continuo così, il Signore mi darà la grazia di portare questo. In fondo l’ho voluto, e adesso lo voglio fare, non voglio scaricarmi della croce”. Dopo qualche tempo senza che lei ne abbia parlato, né io abbia parlato, il marito dice alla moglie: “Mi sembra che noi stiamo esagerando: ti stiamo trattando proprio come una serva e non come una persona”. Lei poi mi racconta: “Senza che io pretenda più giustizia nel lavoro, nel dividerci i compiti a casa, i miei hanno capito che così non si può andare avanti, per cui hanno deciso che mio marito mi aiuta a lavare i piatti, i miei figli mi aiutano a stirare i vestiti”. Sono cose semplici, ma così abbiamo aiutato una persona a vivere un’esperienza di fede.

  • Dare e ricevere

Ecco le due piccole cose che vorrei ancora aggiungere. Noi non siamo soltanto delle persone che devono dare, ma noi stessi abbiamo anche bisogno di ricevere. Già Paolo VI in Evangelii nuntiandi dice che la Chiesa esiste per essere evangelizzata e per evangelizzare (cf. EN 15). Potrebbe a volte esistere per noi il pericolo di dire: “Noi siamo quelli che devono dare” … noi siamo anche quelli che devono ricevere! Non dobbiamo soltanto dare il Vangelo, dobbiamo anche ricevere il Vangelo e scoprire la bellezza, la novità e anche il sapore nuovo che il Vangelo acquista nelle situazioni nuove della vita. Su questo punto dobbiamo essere veramente attenti. In questo senso vedo dalla mia esperienza che, molte volte, se non prendiamo il tempo di scoprire la ricchezza delle esperienze che stiamo vivendo, anche il servizio che facciamo diventa veramente un compito gravoso. L’immagine che qualche volta viene usata – e che non mi piace – è questa: nella preghiera noi riempiamo il serbatoio, poi andiamo e il serbatoio si svuota e allora dobbiamo ritornare indietro a riempire il serbatoio. C’è qualcosa di giusto in questo, però io dico: in tutto quello che facciamo, veramente non riceviamo niente? Il Signore “Ci chiede tutto, ma nello stesso tempo ci offre tutto” (EG 12), e non ce lo dà forse anche attraverso l’esperienza che noi viviamo, se sappiamo rileggerla, riascoltarla, non per compiacerci di quello che stiamo facendo, ma per ricevere dal Signore attraverso quello che facciamo? Ricordo che qualche volta tornando a casa dalla prigione mi sentivo KO, perché magari avevo ascoltato per ore, ore, ore, un sacco di problemi e situazioni. Tornando a casa c’era da una parte il peso di tante situazioni che avevo ascoltato, e, nello stesso tempo, se mi mettevo davanti al Signore a pregare, scoprivo anche la gioia di dire: “Oggi, ancora una volta, il Signore mi ha dato la grazia di essere lì ad ascoltare le persone, di non aver risolto i problemi ma di aver detto a una persona ‘Ti ho ascoltato’”. Nella prigione c’era il giudice che ascoltava, ma io non ero il giudice, cercavo di ascoltare in un altro modo. Ecco la gioia, e questa gioia ti dà forza. Allora è un serbatoio che si svuota, oppure noi riceviamo attraverso quello che doniamo? “La fede si rafforza donandola!”, diceva papa Giovanni Paolo II (RM 2), parlando proprio della missione. In questo senso, noi abbiamo bisogno di ricevere, non soltanto di dare.

  • Dinamismo

Così entriamo non tanto in un equilibrio, ma in un dinamismo. Non direi equilibrio. La parola equilibrio mi dà un po’ fastidio, perché, ed è una mia impressione, equilibrio sembra quasi che dobbiamo dosare le cose: un po’ di questo, e un po’ di quello … Preferisco usare l’espressione “entrare in un dinamismo”, in cui la preghiera mi porta a dorare, mi porta a essere disponibile, a essere a servizio; ma questo essere a servizio, questo essere disponibile per le persone che ricevo, mi porta poi a pregare.

Ho condiviso con qualcuno l’esperienza di un mio confratello che lavorava con i “bambini di strada” a Kinshasa, dove i bambini di strada sono 30.000-50.000!, e poi i bambini di strada crescono e diventano i “genitori di strada”, poi diventano i “nonni di strada” e il meccanismo si perpetua, perché mettono al mondo altri bambini di strada, e quindi diventa un grosso problema. Il mio confratello lavorava con loro, li ascoltava … non faceva nient’altro, non c’era nessuna struttura; l’unica struttura che aveva era un ombrellone e una sedia e si metteva in una delle piazze di Kinshasa dove ce n’erano tanti, portava un po’ di medicine, curava piaghe e stava lì ad ascoltarli. Quando tornava a casa alla sera, dopo un po’ di tempo in cui si era riposato, lo trovavo in chiesa: accendeva la luce che illuminava soltanto il crocifisso e la sua preghiera era lì, davanti a crocifisso, ricordando i tanti crocifissi che ha trovato per strada. Questa mi sembra essere una buona dinamica, un buon dinamismo. La parola equilibrio, invece, mi sembrerebbe un po’ “da chimico”, di uno che sa che ci vuole una certa dose di questo prodotto, una certa dose di quest’altro prodotto, perché venga fuori qualcosa di buono. È una parola che ha un certo valore, ma è migliore l’espressione “entrare in una dinamica”, in cui la preghiera non è considerata tempo rubato il lavoro; la Parola mi porta al servizio e il servizio mi rimanda alla preghiera, arricchisce anche la mia preghiera. Altrimenti, noi entriamo in una dinamica che ci svuota, poi dobbiamo tirare il fiato e allora succede quello che forse a voi non succede, ma che a volte è uno dei problemi per noi comboniani: “Io là non vado”. Per noi in Africa succede che si vuole mandare qualcuno in certe situazioni esigenti dal punto di vista fisico; proprio per questo, si vuole mandare chi si ritiene abbia più energia fisica, cioè i giovani. Ma qual è l’ostacolo? La domanda che hanno fatto qualche volta, non solo a me ma anche ad altri, è: “C’è internet là?”. “Non c’è”. “E allora io non vado!”. “Ma ci sono le persone!”. “Sì, ma se non c’è internet, io non vado!”. Allora io l’ho mandato ugualmente, come azione di disintossicazione. Qualcuno però non è andato, e allora gli ho detto: “Vai a casa. Anche se sei prete, vai a casa tua, rifletti, guarda come vivono i tuoi genitori e poi dopo ritorni”. Quando è tornato, mi dice: “Hai pensato?”. “Guarda che eri tu che dovevi pensare, non io!”. Ecco la scelta del posto più gratificante.

Qualche prete che accompagno nella direzione spirituale mi dice: “Che carrierismo che c’è nella chiesa!”. Non credo che esista tra noi qui, però c’è! Bisogna trovare il posto che dà più successo, il posto che dà più visibilità… Ecco in quali distorsioni noi andiamo: da una parte c’è il Vangelo, dall’altra parte ci sono altri criteri…

  • Sintesi

Siamo chiamati a entrare in questo dinamismo di incontro con il Signore, perché è quello che ci purifica e ci sostiene, perché noi abbiamo bisogno. Non siamo soltanto delle persone chiamate a dare, ma chiamati a ricevere il Vangelo, a scoprire il Vangelo, anche perché questo è quello che noi siamo chiamati fondamentalmente a dare. Poi, possiamo dare anche attraverso le opere di carità, attraverso la scuola, possiamo dare in tanti modi… Però se non siamo “uomini di Dio” che cosa possiamo dare? È questo ciò di cui la gente ha bisogno, quello che cerca di più, anche per creare dei collaboratori che non siano soltanto degli esecutori, ma che scoprano la forza del loro essere cristiani, che li porta a mettersi al servizio degli altri, creando così una comunione che non è semplicemente una condivisione di compiti, ma che diventa veramente una testimonianza di vita fraterna in comunità.

Era questo volevo che condividere con voi, se vi ho fatto “la predica”, mi perdonate, ma la sento come una cosa importante. Nel servizio che svolgo adesso nell’istituto dei comboniani c’è anche quello di accompagnare i confratelli che vengono per un tempo di aggiornamento o di rinnovamento. Qualcuno di quelli che sono per il “rinnovamento” si trova magari in situazioni piuttosto pesanti, da rivedere, nella sua vita. Molte volte mi accorgo che quello che è venuto a mancare è questo (NDR il dinamismo con il Signore). Trovo dei confratelli che dicono: “D’accordo, tu mi dici di andare dal direttore spirituale, ma di che cosa devo parlare?”. C’è qualcuno che ha cinquant’anni e non sa più di cosa deve parlare quando fa direzione spirituale! Questo fa pensare …

Mi sembrano questi alcuni elementi importanti, altrimenti la nostra vita diventa pesante e non diventiamo più dei testimoni credibili.

  • Domanda di P. Francesco Tomasoni: tu hai parlato di “competenze”. Come si acquisiscono le competenze per vivere bene in comunità?

Risposta di P. Fermo: Parliamo ad esempio del dialogo. Imparare a dialogare: occorre imparare ad ascoltarsi, ma ad ascoltarsi sinceramente. Non è che bisogna fare una conferenza sul dialogo; si dialoga e poi magari si fa una valutazione chiedendosi: “L’incontro ha funzionato? Quanto ascolto ci sembra che ci sia stato? C’è stato più un cercare di capirsi e meno di giudicarsi?”, per esempio. Si tratta di seguire questa dinamica che valorizza l’esperienza vissuta, e poi magari integrare con momenti in cui si possono offrire anche dei contenuti, e dire: “dialogo è …”, “dialogo non è …”, “per il dialogo occorre …”, ecc. Ciò va fatto, comunque, valorizzando l’esperienza. Per esempio noi comboniani stiamo affrontando il tema dell’interculturalità, che per noi è importante. Nella mia comunità, per esempio, adesso siamo in 13: 11 nazionalità e io sono l’unico italiano. Mi tocca sopportare a volte l’italiano di chi dice: “Sposati!”, invece di “Spostati!”… e non è sempre così comico, ad esempio quando ci sono errori nella lettura della parola di Dio. Come viviamo tutto questo? Partiamo dall’esperienza. Non si parte dal dire: “interculturalità è assimilazione, integrazione, ecc.”.  Si potranno anche chiarire i termini, ma daremo più importanza al dire: “Qual è la tua esperienza?”, “Se noi diciamo che siamo tutti uguali, dove vedi l’uguaglianza tra noi? Dove vedi le diversità”. Useremo, quindi, domande di questo tipo. Ci divideremo in gruppi interculturali; nella scelta dei gruppi abbiamo fatto in modo che persone di diverse culture si possano incontrare. La nostra fortuna è che con le lingue possiamo contare su italiano, francese, spagnolo, portoghese, inglese, e quindi è più facile anche trovare persone di diversa cultura che si parlano usando una lingua che è comune tra loro. È un po’ questo che ci allena ad avere delle competenze.


[1] NDR in luglio, dopo il Capitolo generale, P. Rinaldo Guarisco, P. Francesco Tomasoni e P. Angelo Segneri, hanno incontrato P. Fermo Bernasconi per chiedergli suggerimenti per il cammino formativo

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