Il voto di povertà

trascrizione della Conferenza di P. Fermo Bernasconi, mccj – Casa generalizia CRIC, Roma 5 marzo 2019

Per iniziare: una barzelletta e un’esperienza

Grazie di essere ancora insieme. Vorrei cominciare con il racconto di una barzelletta e di un’esperienza.

La barzelletta: c’era un giovane che voleva diventare francescano. Il superiore voleva fargli vedere la durezza della vita francescana e quindi l’ha invitato nel convento e glielo ha fatto vedere. L’ha accolto nel salotto e gli ha detto: “Vedi, queste cose non sono nostre, sono della comunità”; così anche tutto il resto, come la televisione; poi si sono fermati a mangiare insieme e il superiore diceva: “Tutto questo è della comunità”. Alla fine gli dice: “Non ti fa paura la nostra povertà?” “No, no, neanche un po’ –risponde il giovane –. Anzi, se questa è la povertà, chissà cosa sarà la castità!”

L’esperienza, che mi viene in mente anche ascoltando il brano di Mt 6,19-34 è questa: in passato accompagnavo un gruppo di persone che pregavano con il Vangelo, leggendolo per intero, piano piano, un capitolo per volta. Quel giorno era capitato proprio questo brano della fiducia nella Provvidenza. Eravamo quasi all’inizio dell’anno accademico. Quando stavo andando a letto, ricordo che ero già in pigiama, viene l’economo della Comunità, bussa alla porta e mi dice: “Ho fatto i conti, abbiamo cominciato male, perché cominciamo l’anno con 2 milioni di lire di debito”. Gli ho detto: “Ti sembra l’ora di venirmi a dire una cosa del genere alle 11 di sera?” Lui mi ha detto: “Perché, volevi dormire tranquillo soltanto tu?”. Gli ho detto: “Questa mattina ho fatto un incontro con un gruppo, abbiamo meditato questo vangelo [sulla Provvidenza], mettiamolo in pratica e andiamo a dormire tranquilli, domani ci vediamo”. La mattina dopo finita la messa scendo per andare a fare colazione; mi dicono di andare in portineria perché prima era passata una persona. Non ho mai saputo chi fosse. Questa persona aveva lasciato una busta con dentro 2 milioni! Poi, mentre stavo andando in refettorio per fare colazione, un confratello si avvicina e mi dice: “Guarda, ieri sera sono andato in una parrocchia, una signora mi ha dato 100.000 lire per voi, se avete bisogno, visto che state cominciando l’anno”. Non è finita! Al pomeriggio arriva l’economo e mi dice: “Ho rifatto i conti e mi sono sbagliato. Non abbiamo nessun debito”, senza contare i 2.100.000 lire che gli avevo dato! Allora ho pensato che è come se il Signore ci avesse messi alla prova, per dire: “Ti fidi o non ti fidi?” Ci siamo fidati e abbiamo avuto anche di più di quello che era necessario. Quante esperienze anche noi potremmo raccontare di come il Signore ci è venuto incontro nel momento del bisogno, in modo anche molto concreto! Del nostro fondatore [cioè S. Daniele Comboni] dicono che aveva una devozione particolare per S. Giuseppe, sia per le vocazioni sia come economo dell’opera. Una volta che erano in debito e il fornaio aveva minacciato di non portare più pane, un po’ preso dalla disperazione, un po’ dalla rabbia, ha preso la statua di San Giuseppe e l’ha voltata contro il muro, dicendo: “Sei in castigo fino a quando non trovi i soldi”. Poco dopo è arrivato qualcuno con un’offerta con la quale ha potuto pagare i debiti e allora … San Giuseppe è ritornato nella posizione normale!

Vorrei fare con voi un’introduzione e poi prendere tre punti, lasciando a voi la conclusione. Noi viviamo situazioni molto diverse; l’attenzione a queste situazioni ci può aiutare anche a trovare le risposte a questa grande sfida: “Come vivere oggi la povertà?” Noi abbiamo una sfida che forse voi non avete: molti miei confratelli vengono da Paesi soprattutto dell’Africa, dove, sia per il bisogno, sia per la cultura, la questione della relazione con la famiglia è una sfida molto grande. Come vivere la povertà con un confratello che ha una famiglia senza niente? Noi italiani abbiamo tutti l’assistenza sanitaria che funziona – più o meno, ma funziona! –, mentre ci sono famiglie di confratelli dove non c’è. Dobbiamo mettere in atto una buona creatività per affrontare i vari problemi. Questi sono, come ci dice la parola del Papa, degli stimoli di Dio per poter vedere come vivere la nostra povertà. Come diceva il Superiore generale, credo che questo sia proprio uno dei voti nei quali siamo sfidati di più per quanto riguarda la vita concreta. Sulla castità più o meno di siamo: sappiamo cosa vuol dire vivere la castità. L’obbedienza a volte diventa un pochino più complicata. La povertà penso che sia veramente la sfida più grande.

Introduzione

Prendiamo EG n° 2: non è un testo che parla apparentemente della povertà, però ci inserisce nel contesto del nostro mondo di oggi, quando parla del «grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo». Ascoltando la radio sono veramente nauseato dalla pubblicità continua: “Meno male che viene il week-end, così possiamo andare al supermercato a fare la spesa!” L’importante del week-end secondo la pubblicità non è riposare o stare in famiglia, ma poter andare a vivere questa offerta di consumo. Il Papa dice che questa offerta è molteplice, ma dà anche un giudizio quando dice “opprimente”. Poi parla del cuore e dice: «cuore comodo e avaro», e qui credo che siamo già legati al voto della povertà, non solo per l’avarizia, ma anche per quanto riguarda la comodità. La «ricerca malata di piaceri superficiali»; poi un altro termine usa il Papa: la «coscienza isolata», cioè una coscienza che non vive in relazione con l’ambiente nel quale siamo e non vive in relazione con gli altri. Allora «Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene» (EG 2). Ricordate il testo dell’Apocalisse che abbiamo letto [Ap 3,14-22] parlava della tiepidezza; qui si dice gustare la «dolce gioia dell’amore» e avere un entusiasmo palpitante per fare il bene. Voglio sottolineare queste parole, perché mi sembrano molto belle. «Anche i credenti corrono questo rischio» e allora ci trasformiamo «in persone risentite, scontente, senza vita». Credo che sia una descrizione molto bella.

Dall’altra parte noi abbiamo la chiamata alla vita consacrata. Proprio nell’esortazione post-sinodale Vita consecrata si dicono alcune cose importanti riguardo al fatto che i nostri voti sono una profezia che danno visibilità alla persona di Gesù. Per quanto riguarda questa persona di Gesù a cui dare visibilità, vorrei ricordare tre testi biblici. Almeno due sono citati spesso nei documenti della Chiesa quando si parla della povertà: Fil 2,6-7 (“si è umiliato”), oppure quell’altro testo di 2Cor 8,9 (“si è fatto povero per arricchirci della sua povertà”). Un altro testo, che non mi sembra sia ricordato nei documenti della Chiesa sul voto di povertà, ma che mi è venuto in mente è Zac 9,9 (“Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina”), che riprenderemo tra un mese circa quando celebreremo la Domenica delle palme: Chi è questo messia che viene a noi? Non viene a noi con carro da guerra, ma viene a noi su un asino. Una volta ho fatto gli esercizi spirituali con P. Silvano Fausti, sj, è questo è stato il testo che mi ha colpito di più, soprattutto che Gesù si identifica con questo asino, lo slega, lo usa e poi lo rimanda. Il fatto che lo ha rimandato mi ha dato fastidio, perché sono io che adesso ce l’ho in mano: devo cioè imparare a usare questo mezzo, a usare i mezzi poveri per l’evangelizzazione. Ecco un’altra parola molto “ambigua”, perché per uno “mezzi poveri” vuol dire l’elicottero, per un altro vuol dire andare a piedi… ci sono interpretazioni diverse. Quello che mi sembra importante ricordare è che in tutto il Vangelo Gesù non soltanto evangelizza i poveri, si prende cura dei malati, ma si è fatto povero lui stesso! La prima visibilità di Gesù è la visibilità di un Gesù che non ha una casa nella quale abitare. La visibilità di questo messia nascosto nella piccolezza e nell’umiltà di un bambino. Vita consecrata n° 1 dice che noi siamo chiamati con la professione dei consigli evangelici a dare una tipica e permanente visibilità in mezzo al mondo di questi tratti caratteristici di Gesù vergine, povero e obbediente.

  1. Andando un po’ più avanti [nel testo di Vita Consecrata] ci viene presentata una condizione necessaria per comprendere il voto di povertà e poterlo vivere: avere una profonda esperienza di Dio (VC 73). Una profonda esperienza di Dio: i criteri di riferimento per le nostre scelte non sono del tipo “Fanno tutti così”. Dico questo non a caso, ma perché rischia di entrare nella nostra vita, nella nostra mentalità. Io che condivido con confratelli più giovani questa riflessione, mi sono trovato spesso a sentire “Ma gli altri fanno così” – poi magari non è vero! – “Tutti i nostri amici hanno il telefonino”. Quando vanno all’università, mi ricordo di uno di noi che discuteva di comperare una penna un po’ di lusso e io dicevo: “Ma perché, la bic non va bene?” “Sì – mi dice –, ma i miei compagni vengono tutti a scuola con il computer, prendono appunti con il computer”. Come dire: “Fanno tutti così”, e allora ci adeguiamo a questo stile. Però le cose cambiano se abbiamo una profonda esperienza di Dio, di questo Gesù che non solo aiuta i poveri, ma che si è fatto povero.
  2. Un secondo punto è: «prendere coscienza delle sfide del proprio tempo, cogliendone il senso teologico profondo mediante il discernimento operato con l’aiuto dello Spirito» (VC 73). Allora è molto bello quello dice Giovanni Paolo II in VC – ricordate che siamo al termine del sinodo sulla vita consacrata [del 1994] –, quando presenta i voti come una «terapia spirituale» per l’umanità (VC 87). Quindi vivere questo voto, come tutti gli altri, è una terapia per noi prima di tutto, ma diventa anche una terapia per questo nostro mondo di oggi, e ciò mi pare molto bello!

Giovanni Paolo II quanto presenta gli altri punti si chiede quali sono le sfide che la castità assume e cura, ossia qual è la terapia che pratica la castità, qual è la terapia che pratica la povertà, qual è la terapia che pratica l’obbedienza. Per quanto riguarda la malattia legata al voto di povertà parlerà di questo materialismo avido di possesso (VC 89) e allora la povertà evangelica diventa una povertà che cura questo (VC 89), e poi la povertà evangelica a servizio dei poveri (VC 90), che è un valore in se stesso, ma che ha anche un valore apostolico.

A questo punto, non voglio arrivare a parlare di cose concrete, perché non mi sembra giusto che sia io ad affrontare i problemi, però farò riferimento ad alcune esperienze che noi stiamo cercando di vivere.

  1. Una spiritualità della “dipendenza”

Non ho saputo trovare un termine bello per esprimere questo tipo di spiritualità. La chiamo “della dipendenza” nel senso della nostra relazione con Dio. I nostri beni non sono indifferenti nel farci vivere in un modo o in un altro la nostra relazione con Dio. Mi è venuto spontaneo prendere questo testo dell’Apocalisse (Ap 3, 14-22). Dice San Giovanni: «sono ricco, mi sono arricchito», cioè “ce l’ho fatta da me stesso”, “non ho bisogno di niente, perché ho tante cose”. La conclusione è che non ho bisogno di niente e di nessuno. Questo mi rende cieco, mi rende incapace di vedere la mia povertà, la mia nudità. Allora la parola di Dio interviene come collirio che cura i nostri occhi e ci permette di vedere chi siamo realmente, ossia che siamo tiepidi, che ci manca questo entusiasmo palpitante nel fare il bene (EG 2). Entriamo in quella che Papa Francesco nell’Evangelii gaudium chiama accidia o mondanità spirituale, che poi ci impedisce di essere delle persone che vivono con gioia a servizio del Vangelo. Si tratta di un sentimento di autosufficienza, che diventa un sentimento di autoreferenzialità. In fondo, si tratta di non avere bisogno di Dio. Posso anche pregare, posso fare tante cose, ma in fondo la mia relazione con Dio è la relazione di qualcuno che non ha bisogno, che se la cava da se stesso. Si tratta un po’ del senso del peccato che portiamo dentro di noi a partire dal peccato originale, quando le cose ci appaiono con le stesse caratteristiche di Dio, quando, dopo aver dialogato con il serpente, la persona umana si mette di fronte all’albero e vede che il frutto – non più Dio – è buono, bello, desiderabile, ossia ha tutte le caratteristiche di Dio. E che cosa fa? Allunga la mano per prenderlo. Non è che Dio non avrebbe donato, ma la differenza è allungare la mano per prenderlo.

Qualche giorno fa abbiamo letto quel passo del Vangelo che diceva: «Se la tua mano …, se il tuo occhio …, se il tuo piede …» (cf. Mc 9,41-50). È il movimento di chi nel cuore non è curato da Dio: il piede ti fa andare, la mano si allunga, per prendere quello che l’occhio ti ha fatto vedere che è desiderabile. Così la persona umana “prende”, cioè non è più nell’atteggiamento di chi riceve, ma è nell’atteggiamento di chi “s’arrangia”, di chi prende. Quando perdiamo questo senso del “dipendere” da Dio – la parola può essere brutta, però penso che esprima bene quello che voglio dire –, quando perdo questo senso della dipendenza da Dio, perdo anche il senso della dipendenza dagli altri. In fondo, “decido io”.

Non so per voi, ma una delle caratteristiche della nostra pratica del voto di povertà è proprio la dipendenza, non solo dal superiore, ma da tutta la comunità. Ho trovato qualche volta la resistenza da parte dei giovani, ma anche da parte di confratelli più avanti in età, nel dare un resoconto alla fine del mese delle spese che ci sono state. Non è soltanto una questione di quantità, ma è anche un dire: “Perché io devo dipendere?” Nella mia Comunità, io avevo ogni mese la stessa somma di soldi degli altri confratelli. Non si trattava di “pocket money” [= paghetta], cioè non erano soldi per te, ma si trattava di una somma di soldi che ti era data per le spese correnti. Quindi, chi prendeva questi 25.000 franchi congolesi erano il superiore, l’economo e anche lo studente di teologia. Io usavo questi soldi e sapevo, ad esempio, quanto costava il trasporto pubblico, perché lo prendevo sempre per andare alla prigione dove svolgevo il mio ministero. So che si spendeva per questo 250 franchi. Mi chiedevo allora, guardando i conti degli altri: “Come mai tu ne spendi sempre 500?” Alla fine del mese risultava sempre che avevano speso 1000, 2000, 5000, 8000, … mai 2350 – per fare un esempio –, per cui avevo l’impressione che il resoconto era stato semplicemente “buttato là”, solo per evitare di avere problemi … e naturalmente dopo avere preso 25.000, la spesa era sempre 25000, mai 24000! La paura era che il mese successivo ti dessero solo 24000, perché c’erano i 1000 franchi che ti erano rimasti. Ciò esprime la resistenza a fare il resoconto, che significa dipendenza, la resistenza di dire: “Perché devo chiedere per fare alcune spese? Sono grande, sono adulto, sono maturo”. Non è perché non sei adulto, perché non sei maturo, ma proprio perché fa parte di questo spirito del dipendere.

Non ci accorgiamo, ma i beni piano piano conquistano il nostro cuore, e sono i soldi, i beni materiali, le cose che abbiamo; anche tutti gli altri beni possono avere la stessa funzione: dividono il nostro cuore. “Non si può servire Dio e il denaro” (Mt 6,24): Gesù è molto concreto, dà il nome al secondo padrone. Così il nostro cuore diventa tiepido.

Per il voto di povertà, la prima sfida che io vedo, e la prima terapia, cioè la prima parte del nostro essere che è curata nel voto di povertà, è vivere con “dipendenza”. Ciò mette in gioco la qualità della mia relazione con Dio e anche la mia dipendenza dagli altri. Non devo considerarmi una persona non autosufficiente: “sono ricco” (Ap 3,17) – idolatria delle cose –, “mi sono arricchito” –idolatria del proprio io – e quindi “non ho più bisogno di niente”.

  • Una spiritualità della comunione

Parliamo della comunione dei beni, che è una caratteristica della nostra vita consacrata. Anzi, nella mia esperienza credo che per molti aspetti la testimonianza più credibile del voto di povertà è che mettiamo tutto in comune e nessuno considera sua proprietà quello che ha (cf. At 4,32).

Partiamo dall’Antico testamento: quando Dio dà la manna al suo popolo, c’è chi ne prende molta, chi ne prende poca (Es 16,18): chi ne prende poca ne ha abbastanza, chi ne prende molta ne ha … abbastanza! Invece chi vuole conservarla e non la condivide, marcisce; eccettuando quando la si prende il venerdì, perché serve anche per il sabato.

Se andiamo a guardare la legislazione che c’è nell’Esodo, nel Levitico, vediamo che è tutta una legislazione che tende a combattere il possesso. Vale a dire: “siamo un popolo di fratelli, dove siamo tutti uguali”. Ricordate come si compra la terra (cf. Lv 25): la terra non si possiede, ma si paga l’uso che uno ne ha a disposizione. Per cui, se io prendo un campo e siamo al 45º anno del giubileo, cioè mancano ancora 45 anni al prossimo giubileo, il prezzo è alto; se ne mancano solo 3, il prezzo è basso. In fondo ciò che verso alla comunità è l’uso della terra, i frutti del mio lavoro, ma non entro in possesso della terra. In tal modo questo popolo doveva essere un popolo dove tutti sono uguali, o meglio dove tutti hanno la stessa dignità, la stessa libertà. Probabilmente questo è diventato un ideale … non so quanto sia mai stato vissuto storicamente dal popolo d’Israele.

Negli Atti degli apostoli troviamo questo ideale, che è bello perché è il frutto di un cuore nuovo. Questo è importante: non è un ideale “comunista”, ma è il frutto di un cuore nuovo. Nel primo sommario del libro degli Atti (cf. At 2,42-47), quando si dice che tutto tra loro era comune, ciò esprime concretamente cosa significava avere il cuore trafitto dalle parole di Pietro, sulla morte e la risurrezione di Gesù. Pietro dice: «Convertitevi!» (At 2,38). Uno dei segni della conversione è questa comunione e condivisione, per cui nessuno considera sua proprietà quello che gli appartiene, come si legge più avanti in At 4,32-35: «nessuno considera sua proprietà» e «nessuno tra loro era bisognoso». Ci ricordiamo come inizia il capitolo 5 di At, con l’esempio concreto di qui due che hanno pensato di mettere in comune, però si tengono una parte e raccolgono così la morte. Non è uno scherzo agire così!

Penso che sia una cosa molto bella: sapere che noi mettiamo tutto in comune. La condivisione dei beni fa parte del condividere “tutto” nella nostra vita. Non è cioè un capitolo a se stante, ma è un capitolo legato a tanti altri capitoli della nostra vita. Noi condividiamo la stessa missione, condividiamo lo stesso progetto, lo stesso stile di vita, condividiamo la stessa passione per Dio e la stessa passione per gli altri … condividiamo anche tutti i beni. Questa condivisione dei beni è molto spirituale: un uso sapiente di beni materiali (cf. Colletta XVII domenica per annum). L’uso sapiente dei beni materiali è la comunione dei beni: più mettiamo in comune la nostra vita, il nostro progetto, anche il nostro progetto apostolico, e i beni che riceviamo per realizzare questo progetto, più cresce anche la comunione spirituale tra noi. Anche questo aspetto è una terapia, che ci guarisce dal dire “Io faccio per conto mio”.

Da questo punto di vista, posso condividere un’esperienza molto bella. Nelle comunità dove sono stato, si condivideva il progetto, si lavorava insieme, si cercavano insieme i mezzi per poter realizzare questo progetto, che era poi affidato alla responsabilità della persona considerata più capace, ma non alla persona che aveva raccolto più soldi per il progetto. In concreto, abbiamo elaborato un progetto per l’alfabetizzazione dei bambini abbandonati dallo Stato [in Congo], quando lo Stato aveva chiuso tutte le scuole che non erano fatte secondo determinati criteri. Senza darci neppure un soldo, lo Stato ha chiuso le scuole che erano fatte in fango e paglia e ci siamo trovati con 1200-1300 bambini senza scuola. Abbiamo perciò fatto un progetto; poi, quando sono stato in vacanza [in Italia] un organismo mi ha finanziato 15 milioni [di lire] all’anno, così che ce n’erano più che a sufficienza per far funzionare queste scuole. Siccome però era un progetto della comunità, il responsabile del progetto non ero io, era un altro confratello che aveva più capacità di me in questo settore. Avevamo, cioè, una vera cassa comune. Non c’era la macchina del parroco e quella del vicario … Purtroppo ho visto miei confratelli parlare della “macchina del parroco” e della “macchina del vicario”, per cui, quando la macchina del vicario era al garage [per la riparazione], e il vicario doveva andare a visitare alcune comunità un po’ lontane, non ha potuto andarci, perché il parroco diceva: “La tua macchina è rotta”, e il vicario doveva cercarsi i soldi per aggiustarla.

Personalmente, ho vissuto l’esperienza di creare fondi comuni, per la formazione o per altri scopi. Fondi comuni dove tutte le comunità davano una parte del loro bilancio per finanziare le attività di tutta la nostra provincia. Alla fine, partendo dall’avere una cassa comune perché condividevamo lo stesso progetto, siamo arrivati ad avere un fondo comune per tutta la provincia. In questo fondo, i soldi sono gestiti con criteri accettati da tutti. Perciò, uno si trova nella foresta perché sta lavorando con i pigmei, un altro invece è nella capitale perché sta lavorando con i bambini di strada, ma ciascuno si sente responsabile della vita e dell’attività dell’altro: io ricevo e metto dentro; tu non ricevi, ma puoi prendere – poi ti si dirà: “Cerca anche tu di mettere dentro, perché il fondo comune non è una ‘fossa comune’” –. Tutti mettono dentro il fondo comune, e tutti prendono: questo ha creato tra noi una grande comunione. Avendo girato e visitato le province, ho visto la differenza e ho detto: “Signore, ti ringrazio!” Ricordo che durante un corso di esercizi spirituali, alla celebrazione penitenziale sono rimasto veramente male nel sentire quanta sofferenza vivevano i confratelli per questa differenza nell’uso dei beni della comunità e della provincia. Da noi [in Congo] questa differenza non c’è: abbiamo confratelli africani e confratelli europei; abbiamo confratelli con tanti benefattori che ricevono tanti soldi, e confratelli che hanno più difficoltà a ricevere delle offerte; ci sono confratelli che lavorano in parrocchie dove la domenica a mala pena riescono a pagare le ostie e il vino, perché al mercato fatto ancora il baratto e non circolano soldi, e ci sono invece parrocchie in città dove i fedeli prendevano a carico anche la comunità dei padri che lavoravano nella parrocchia… non c’era però differenza, perché tutti sapevano di poter contare sull’aiuto di tutti per avere il necessario per vivere e il necessario anche per il lavoro apostolico che stavano facendo. Questo sistema ha creato veramente comunione. Non c’erano più differenze del tipo “Tu sei bianco”, “Tu sei nero”, a causa dei soldi. Magari sotto sotto c’è sempre stato qualcuno che ha fatto come i nostri due antenati del capitolo 5 degli Atti, che “mette in comune, però …”.

Una volta, quando ero superiore provinciale, dico a una comunità: “Mi sa che voi non siete così chiari nel vostro resoconto, perché avete fatto alcune spese, che si vedono, però non le avete messe nel resoconto. Però il resoconto quadra, perciò mi fate venire il sospetto che avete dei soldi che non avete dichiarato” “No, tu sospetti di noi!”. Tre mesi dopo passo là e l’economo mi dice: “Le termiti ci hanno mangiato dei soldi, 5000 dollari”, che avevano tenuti nascosti da qualche parte! Allora dico loro: “Li avete messi nel resoconto?” “Non ancora” – mi risponde –. Quindi li ho presi, li ho portati in banca per farli cambiare e poi … li ho messi nel fondo comune!

Vivendo in Africa, a contatto con i poveri, quando qualcuno viene a chiederti qualcosa, dicevo: “Prima devo chiedere” “Ma non sono soldi tuoi? – mi dicevano –” “No, anche se sono il parroco o il superiore, chiedo alla comunità”. Qualcuno non capisce questo: “Io che sono il marito e guadagno dei soldi, li tengo per me. Do qualcosa a mia moglie perché compri da mangiare per la famiglia, ma sono soldi miei. Voi, invece, avete tutto in comune!” Era questo l’unico modo per esprimere cosa volesse dire per noi il voto di povertà.

  • Una spiritualità della solidarietà

In Evangelii gaiudium ci sono dei testi molto belli che parlano dell’inclusione sociale dei poveri, della dimensione sociale dell’evangelizzazione (cf. EG 176-258). Il voto di povertà è per noi importante perché è il nostro modo di vivere concretamente l’opzione preferenziale per i poveri. Non possiamo pensare al voto di povertà soltanto nella dimensione interiore – quella della “dipendenza” – o nella dimensione comunitaria, ma bisogna chiedersi: “E i poveri?” Loro sono, o dovrebbero essere, i privilegiati della nostra evangelizzazione. Il nostro voto di povertà diventa anche il contestare un denaro che domina, governa, invece di servire (cf. EG 57-58). Nel mondo di oggi dominano le multinazionali, più che i governi. Quando sono andate in fallimento le banche, tutti sono andati in loro soccorso e chi ha pagato? Se facciamo questa analisi della realtà, la nostra scelta della povertà è una scelta che dovrebbe renderci vicini ai poveri, e non solo per quello che possiamo fare per loro, ma anche per imparare da loro.

Racconto alcune testimonianze concrete. Una volta mi sono arrabbiato veramente con i miei studenti di teologia, e pure l’altro formatore – un sant’uomo – si è arrabbiato anche più di me, al punto che è uscito sbattendo la porta e il giorno dopo ha cambiato testo del vangelo nella messa, prendendo il capitolo 25 di Matteo e minacciando di mandare non fuori dall’Istituto, ma all’inferno, chi non faceva determinate scelte! Di fronte alla nostra casa c’erano alcune mamme che vendevano il pane. Io le ho viste alle 4:30 del mattino, quando già andavano con dei grossi cesti a prendere il pane. Passava un camion, prendevano il pane, e, se vendevano il pane a 100, visto che il panificio faceva pagare il pane 70, con i 30 restanti arrivavano alla fine della giornata, dicendo “Oggi ho avuto da mangiare!” Passavano tantissimi ragazzi perché c’erano delle grandi scuole e si fermavano a prendere il pane con la margarina, e le mamme facevano vivere la famiglia in questo modo. Il giorno in cui piove, i ragazzi non vanno a scuola e le mamme dicevano: “Oggi che cosa mangiamo?”, vale a dire: “Ci sarà da mangiare oggi?” Da noi [in comunità] la domanda: “Oggi che cosa mangiamo?”, significa: “Mangiamo pollo o mangiamo carne?” La rabbia c’è stata quando si sono messi a discutere, arrivando la quaresima, se il pollo fosse carne oppure no! Lì veramente ho perso le staffe. Che senso ha ciò?

Nella prigione ci sono persone che dicevano “Oggi che cosa mangiamo?”, per dire che non c’era da mangiare, perché i responsabili della prigione avevano rubato il riso, il mais, i fagioli e li vendevano nel magazzino a fianco della prigione; i prigionieri non mangiavano magari per una settimana se non c’erano i cristiani che si organizzavano per portare da mangiare, e io, tornato a casa, sento il confratello che brontola perché la sera mangiamo quello che è stato riscaldato a mezzogiorno. Mi chiedo: come si può essere così chiusi? I poveri non ci insegnano niente? I poveri non sono soltanto coloro per i quali fare qualcosa, ma anche delle persone che ci mettono in crisi. I poveri diventano veramente dei segni dei tempi che ci dicono: ma noi dove viviamo? Qualche volta le scelte che facciamo sono fatte, come dice Papa Francesco, come se i poveri non esistessero (cf. EG 80); e nello stesso testo dice: “come se Dio non esistesse”, come se non ci fosse un vangelo, come se non ci fossero gli altri. Questa opzione preferenziale per i poveri deve essere veramente una spiritualità della solidarietà. Se c’è una spiritualità della “dipendenza” e una spiritualità della “comunione”, poi c’è una spiritualità della “solidarietà”. In Evangelii gaudium il Papa sostiene che non basta la generosità, è importante che ci sia la solidarietà; anche solidarietà è una parola abusata, però è importante che ci sia (cf. EG 188).

Come tradurre questo in gesti concreti? Penso per esempio adesso alla grande sfida dell’immigrazione che viene qui [in Europa]: è un problema molto complesso, che non si può risolvere a forza di “decreti sicurezza” o con il buonismo. Si tratta veramente di una grande sfida. Ma a noi, non dice proprio niente, magari anche rimettendo in causa un certo stile di vita che la nostra società ha, e che è causa di povertà, causa di impoverimento? “Andiamo ad aiutarli a casa loro” – si dice – Noi? Noi siamo quelli che creano il problema e poi vanno a risolverlo? Chi ci crede a questo? Effettivamente siamo noi che creiamo il problema! In questi giorni ho visto un video sullo sfruttamento del cobalto in Congo. Il cobalto sta diventando una materia prima estremamente importante perché serve per le batterie, quindi se si va avanti con le auto elettriche il cobalto sarà una materiale altamente strategico. Il Congo ne ha tantissimo. Questo video fa vedere come viene sfruttato il cobalto, a rischio della vita. Nel materiale dove c’è il cobalto c’è anche uranio, materiale radioattivo, e c’è gente che lo raccoglie a mani nude, per cui questa gente come vivrà? Per guadagnare quanto? Per arrivare alla fine del mese a 50 dollari, forse a 100, forse un pochino di più, perché ci sono quelli che sfruttano. E noi non facciamo niente? Il nostro voto di povertà ci dovrebbe rendere persone sensibili a tutte queste problematiche, alle forme di povertà che sono vicine a noi.

Nella parrocchia [di Roma] dove do una mano il sabato e la domenica, in un quartiere che una volta veniva chiamato “Bronx”, andando a visitare alcune famiglie ti chiedi: Ma come fanno a vivere? Neanche la Caritas della parrocchia riesce a sostenerli. Ci sono persone che, se sono sei in famiglia, a turno mettono il nome come titolare per l’allaccio della luce, in modo da tirare avanti per un po’, altrimenti staccherebbero la luce, perché non ce la fanno, non hanno lavoro, oppure non sanno come gestire, ci sono malattie…

Se il nostro voto di povertà non diventa capacità di solidarietà con i più poveri, credo che tradiamo una dimensione importante del nostro voto.

In sintesi

Ho fatto l’introduzione per guardare al voto di povertà non come un peso, ma come una terapia. In questo contesto dobbiamo cercare una terapia che ci guarisce da questo cuore comodo e avaro che ricerca piaceri superficiali, da una coscienza isolata che pensa soltanto a se stessa (cf. EG 2).

Siamo chiamati a vivere una spiritualità con queste dimensioni: una spiritualità che rende visibile Cristo che si è fatto povero, per cui è necessaria una relazione con Dio profonda (cf. VC 73), per poter dare visibilità a questo Dio, attraverso le tre spiritualità che sono complementari: spiritualità della “dipendenza”, spiritualità della comunione, spiritualità della solidarietà.

Dialogo con il relatore:

  1. P. Rinaldo: Nelle realtà del Terzo Mondo ci sono anche poveri “autentici”, per cui nella descrizione che hai fatto, possiamo imparare dai poveri. Nella realtà italiana di oggi, invece, ci sono tanti poveri che vengono non per insegnare, ma per imbrogliarci, e non sappiamo da che parte stare con il nostro atteggiamento.

P. Fermo: anche se non posso rispondere a tutte le richieste materiali che mi vengono rivolte, quanto meno posso ascoltare il povero. Inoltre, quando lavoravo alla prigione cercavo di organizzare il più possibile le comunità cristiane, per non fare io il “Babbo Natale”, e i cristiani hanno risposto in modo magnifico. Questo mi sembra una grande cosa: coinvolgere tutta la comunità, non essere soli ad aiutare. Lo stile di vita che abbiamo nel Nord del mondo è causa di tanti problemi che si hanno nel Sud del mondo, è la causa anche di tantissima immigrazione, perché la gente in Africa si è fatta l’illusione che qui in Europa non c’è nessuna difficoltà, si vive benissimo. Perciò, se qualche africano qui dice che ci sono dei problemi, i suoi familiari laggiù diranno: “Tu ci stai imbrogliando, sei un egoista, vuoi goderti tu la bella vita che ti sei trovato…”, e non gli crederanno.

Noi molte volte abbiamo uno stile di vita che porta a disperdere. Dove sta la mancanza di etica, per esempio, dal punto di vista sanitario? Si spendono tanti soldi per la ricerca in certe malattie, mentre ci sono altre malattie curabilissime, come la malaria, ma chi si preoccupa di queste? Ci sono tanti morti per l’AIDS come per la malaria, però la ricerca sull’AIDS crea ricchezza, quella sulla malaria no! Siamo chiamati a essere attenti alle scelte che facciamo, le quali creano povertà altrove. Essere attenti a contestare il nostro sistema, è una cosa importante.

  • P. Riccardo: Vorrei ringraziarti per questo richiamo alla “terapia”, perché un po’ tutti noi abbiamo bisogno di essere curati. Queste riflessioni devono aiutarci a smuoverci, perché possono arrivare delle cose belle. Io vedrei molto bella la costituzione di piccoli fondi comuni per la carità, perché questo ci aiuterebbe a dire non: “sono io che faccio”, ma: “siamo noi”, e ciò ci porterebbe ad aprirci e a crescere.
  • P. Francesco: mi è piaciuto molto lo schema e le sfide che hai presentato, che si collegano bene anche con la Laudato sii, un documento che come Chiesa ci sollecita a un nuovo e autentico umanesimo. Come cristiani cattolici siamo chiamati a vivere innanzitutto questa “dipendenza”: quando invece cerchiamo “i miei poveri”, “i miei amici”, fatichiamo a vivere la dimensione del “noi”. L’essere un cuor solo e un’anima sola parte invece dal “cuore nuovo”, che ti apre alla spiritualità di comunione, nella misura in cui guarisci dalle malattie dell’uomo vecchio. L’esercizio a cui siamo chiamati è di imparare a discernere chi sono i poveri, per mettere in atto nei loro riguardi, a livello sia di comunità religiosa che di comunità cristiana, azioni comunitarie e condivise, non individuali.

P. Fermo: Non possiamo pensare di affrontare tutta la problematica legata alla pratica del voto di povertà come una cosa a sé stante, isolata da tutto il resto. Nella misura in cui una comunità impara a pregare insieme e a condividere i doni dello Spirito, allora impara anche a condividere i beni materiali. Ma anche il contrario avviene: nella misura in cui, a volte anche con fatica, riusciamo a condividere i beni materiali, ciò ci libera per condividere di più i beni spirituali. La questione è complessa, ma è abbracciando una serie di dinamiche che possiamo affrontare il problema.

  • P. Italo: la gente tante volte, guardando le nostre strutture, ci dice: “Voi siete ricchi!” Da voi, come Istituto missionario, sicuramente ci sono molti giovani che dall’estero vengono a studiare in Italia e trovano una vita più comoda rispetto al loro Paese d’origine. Come si trovano quando dopo gli studi ritornano nella loro terra missione?

P. Fermo: la prima cosa da chiedersi è: qui devono trovare veramente tutto? No, non devono trovare tutto, ma devono capire la fatica che c’è anche qui da noi. Faccio un esempio concreto: uno dei miei studenti, quando ha finito, mi dice: “Prima di ritornare vorrei andare a Milano, dove mi hanno invitato, poi andrei a trovare alcuni amici in Sicilia, poi un salto in Portogallo…”. La mia domanda è stata: “Ma tu dove vivi? Non ti sei accorto che qui [a Roma] ci sono persone che calcolano come arrivare alla fine del mese? Quando presentiamo il resoconto economico e diciamo: in questo mese abbiamo speso in media, calcolando anche l’iscrizione all’università, 1000-1100 € per persona, ti rendi conto che ci sono famiglie che guadagnano 1300 € e devono far vivere tutta la famiglia?” Certe cose non sono ammissibili: non esistono per lui, ma non esistono neanche per me che sono il superiore. Si tratta di uno stile di vita di una comunità, non soltanto di uno stile di vita individuale. Un altro esempio: devono comperare il computer per lavorare, e sono perfettamente d’accordo che lo abbiano, però se dopo due anni esce un nuovo modello e il vecchio funziona ancora, non bisogna comperare il nuovo! Altrimenti, quando tornano nei loro Paesi non hanno fatto un’esperienza reale della vita qua [in Europa].

  • P. Italo: quando tornano nel loro Paese, gli studenti ormai diventati preti hanno uno stretto contatto con la famiglia di origine e si sentono quasi in dovere di aiutarla, per cui alcuni lasciano la vita religiosa e diventano diocesani…

P. Fermo: ci sono alcuni casi, ma non sono molti. Effettivamente ci possono essere delle persone che vengono qui [in Europa] e sono problematiche. Ma i problemi esistevano già prima che venissero qua. Facendo un esempio, in Africa a volte c’è il problema di qualcuno della famiglia del religioso che non può pagarsi un’operazione in ospedale, visto che lì non c’è l’assistenza sanitaria gratuita. Allora il religioso che fa? Raccoglie i soldi per la sua famiglia? È un problema, ma un problema da affrontare anche con le famiglie dicendo loro: “Voi avete donato i vostri figli a Dio, oppure li avete solo prestati?” In questo senso si tratta di un discorso spirituale da fare anche con le famiglie d’origine dei religiosi.

Una difficoltà è costituita dal fatto che molti religiosi, purtroppo, chiedono di essere incardinati in diocesi. Nella mia diocesi di origine, Como, tempo fa c’erano 45 religiosi che chiedevano di essere incardinati in diocesi, e non erano soltanto stranieri. Molte volte uno dei motivi per cui chiedevano l’incardinazione, mi diceva il vescovo, era questo: “Io voglio fare quello che voglio! – dicevano – Perché devo obbedire al superiore? Perché devo dipendere dalla comunità per quanto riguarda l’uso dei beni?” Quando una diocesi accoglie un tipo del genere, egli non deve più obbedire al superiore generale, ma deve obbedire al vescovo. Perciò, se prima era il superiore generale che gli dava fastidio, ora sarà il vescovo a dargli fastidio! Se uno dice: “Dal punto di vista economico io non voglio dipendere da nessuno e non devo rendere conto a nessuno”, quindi non ne vuole sapere della comunità religiosa, poi rischia di fare la stessa cosa con la comunità parrocchiale.

Bisogna stare attenti a due cose:

1) che non sia la persona a decidere, ma che sia la comunità. Per cui occorre aiutare il confratello a dire: “c’è un bisogno concreto, lo porto in comunità”. È chiaro che lui in comunità deve sentirsi a suo agio. Vediamo come la comunione dei beni si comprende e si inserisce in una comunione di intenti, in una comunione più fondamentale. Che qualcuno dica: “La mia famiglia ha bisogno, la comunità può aiutare?”, cioè che si possa esprimere questo bisogno all’interno della comunità, penso che sia una cosa bella. Che qualcuno possa chiedere ciò, non è una cosa brutta, fa parte di questo atteggiamento di comunione di beni, di “dipendenza”.

2) bisogna evitare di far credere alle persone che in comunità si possa fare tutto, cioè bisogna educare il confratello a non farsi mettere un cappio al collo, ma bisogna aiutare anche la famiglia. Molte volte le difficoltà più grandi non vengono dai membri della famiglia ristretta, ma da quelli della famiglia più allargata, e per il confratello è una difficoltà, perché non si tratta solo di una questione economica, ma anche di una questione culturale. Sono comunque problemi da affrontare, senza paura, ma anche con chiarezza.

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