Omelie per la III domenica di Quaresima di p. Tino e p.Stefano

Letture del giorno

Omelia di p.Tino:

Il testo di oggi si inserisce nel viaggio di Gesù verso Gerusalemme; Luca lo interpreta come un giudizio di Dio, un itinerario teologico di liberazione. In questo viaggio emerge chi si solidarizza col progetto di Gesù e chi gli mette ostacoli. Da Gerusalemme – città in cui il Figlio di Dio verrà assassinato – la Parola giungerà a tutti, sotto l’impulso dello Spirito Santo e manifesterà la solidarietà di Dio con tutte le persone. 

1. Le tragedie umane non sono castigo di Dio (vv. 1-2) 

Secondo la mentalità del tempo, basata nella dottrina della retribuzione, si supponeva che le catastrofi fossero un castigo di Dio: ha peccato, adesso paga! La tragedia descritta nel 1º v. forse si riferisce a questo fatto: Pilato, volendo costruire un acquedotto, decise di utilizzare il tesoro del Tempio per finanziare la costruzione. Ciò provocò la resistenza di un gruppo di Galilei, assassinati mentre offrivano sacrifici nel Tempio. L’altra tragedia (v. 4), di difficile identificazione storica, riporta la caduta della torre di Siloe, uccidendo 18 persone. E allora: castigo di Dio? 

2. La risposta di Gesù: Dio è offerta di grazia per tutti (vv. 2-5) 

Gesù stronca l’idea che Dio esista per castigare. Non è un Dio vendicativo, ma il Dio buono. “Se non vi convertite, morire tutti allo stesso modo” (vv.3.5). Le tragedie umane sono un invito all’accettazione del progetto liberatore iniziato da Gesù. In lui tutti avremo libertà e vita. Rifiutando questo progetto le persone si distruggono tra loro e creano un crescente numero di esclusi. In Gesù è offerta la più ambiziosa e realizzante promessa di Dio: fare l’esperienza di Dio, solidario in tutto fino alla fine. Ma per questo è necessario un cambiamento di mentalità (metànoia). Se le persone non fanno questo cambiamento saranno sempre complici di morti costanti, della propria morte di Gesù e costruttrici della propria disgrazia. 

3. Dio è radicalmente buono, generoso e paziente (vv.6-9) 

La parabola del fico è molto interessante. La pianta di fico è una delle piante più comuni e generose della Palestina. Generalmente è piantata in mezzo alle viti – il simbolo più eloquente di Israele – e producono frutti per dieci mesi ininterrottamente. Il fico pure rappresenta il popolo eletto e in questa parabola è molto evidente. Ma non è solo il popolo di Dio, bensì tutti coloro che ascoltano la Parola. Dio ha piantato l’albero del fico e cerca frutti. Gesù è l’agricoltore. I tre anni possono essere il periodo della predicazione, dopo di quali si aspetterebbe abbondanza di frutti.

Non trovando frutti, il padrone emette una sentenza severa: visto che Israele è un fico ozioso, non ha senso che continui a vivere. Forse Luca pensa al rigetto sistematico del Vangelo praticato dalle guide politico-religiose di quel tempo (cfr. Atti degli Apostoli). La grande novità viene attraverso l’azione dell’agricoltore: concima la pianta, segno di una dedicazione speciale; i contadini del tempo sapevano che il fico non aveva bisogno di fertilizzante. Gesù oltrepassa le aspettative. Scommette nelle persone ben oltre ciò che possa sembrare assurdo. Questa è la solidarietà di Dio.

Rimane una domanda sospesa: questa solidarietà troverà risonanza? L’agricoltore, non avrà forse lavorato inutilmente? La solidarietà di Dio può diventare sterile se non c’è l’impegno delle persone.

Per riflettere 

Spesso e volentieri, affamati di vita e di libertà, osiamo personificare la presenza di Dio, dimenticando la speranza, il lavoro e la fede dell’agricoltore. Esigiamo produzione di “opere buone” dalle persone, come se fossimo i padroni del vigneto dell’umanità. Avanziamo anche ragioni valide: perché assistere allo spreco di terra e di forze, dato che abbiamo constatato e dimostrato l’improduttività di chi non la pensa come noi, di chi, pur piantato nella Vigna del Signore, sembra sterile davanti alle nostre teorie della retribuzione? É un vizio di impazienza manichea che ama sviscerare in dicotomie la complessità della persona umana. Il concime della pazienza, del dialogo, della proposta, insegnatoci dall’Agricoltore è l’opportunità che ogni persona dovrebbe meritare. Gesù ci garantisce che la misericordia divina non conosce limiti: “può darsi che il prossimo anno produca frutti”. Siamo artisti nel “progettare per gli altri”; forse, lo siamo meno, nel “fare e stare” con gli altri. L’Agricoltore non taglia nessuna pianta: la sua umiltà profonda caratterizza il suo porsi davanti al mistero divino e rispetta, con intercessione e garanzia di impegno, costi ciò che costi. Una comune pianta di fico diventa per noi simbolo e strumento di “cambiamento”, della evangelica “metànoia”. Senza questa, pur immensa che sia la pazienza dell’Agricoltore, la pianta che non produce frutti sarà tagliata. Sperperare la capacità di amare, di perdonare, di creare comunione, veri frutti sperati e desiderati, è il limite oltre il quale, Dio stesso, non può fare niente. Senza la nostra collaborazione, rendiamo sterile la solidarietà divina. A niente serve elencare le colpe degli altri. La nostra vita non si salva per i “meriti”, perché la nostra razza è santa per tutti: a sua immagine siamo stati creati. Siamo un’opera d’arte del maggior artista che esiste. Il nostro Agricoltore aspetta frutti buoni. Per questo esistiamo. Questi frutti non sono un’imposta che dobbiamo pagare al Creatore per il diritto di esistere. Essi sono la nostra propria realizzazione personale, che dà senso alla nostra vita, per noi stessi, per i nostri fratelli, per il mondo che deve diventare migliore per il fatto che vi viviamo. Quindi è bene abbandonare il vizio di sentirci emissari di un Dio castigatore per causa delle sterilità umane. Senza prima convertirci all’alimento della fede, all’amore salvatore manifestato in Gesù, giustificheremo sempre le disgrazie altrui con atteggiamenti orgogliosi, per dimostrare la nostra superiorità o presunta buona coscienza. A noi spetta solo accogliere la proposta di Gesù e far fruttificare la nostra vita, convertendoci. Nella parabola si dà una nuova chance alla pianta di fico: non è un tempo lungo o indefinito, è adesso, l’ora migliore per entrare nel processo di conversione. Non abbiamo tempo da perdere: si tratta della qualità della nostra vita e la vita non si può sprecare. Come è bello svegliarsi con un progetto nel cuore per il giorno che inizia: solo per oggi sarò più generoso, più fedele a Dio, più fraterno, meno egoista, più veritiero di ieri. Ed ogni giorno, ripeterci e proporci: solo per oggi… e così per tutta la vita: non distruggere gli affetti per mancanza di impegno, non perdere i sogni frustrati dalla mancanza di perseveranza.

É molto triste guardarci indietro e constatare che siamo una pianta di fico che non ha saputo produrre frutti. Se così fosse, è ora di rimboccarci le maniche e credere fortemente nella pazienza dell’Agricoltore.

Omelia di p.Stefano:

A-     Chi è Dio per noi? Convertirsi da una idea sbagliata di Dio
Dopo il deserto delle tentazioni e la montagna della trasfigurazione torniamo nei luoghi abituali della nostra vita dove siamo chiamati a confrontarci e scontrarci con tanti eventi negativi, con fatti di “cronaca nera”.
Ai tempi di Gesù (ma ancora oggi) si pensava che le sciagure dovessero capitare a chi se le meritava: se io sono un buon cristiano, Dio come può non proteggermi? Eppure quei due eventi raccontati a Gesù parlano di luoghi sacri (il tempio e la piscina di Siloe) dove l’uomo dovrebbe essere particolarmente protetto. Perché non è avvenuto? Perché quelle persone si erano meritate quella fine? Sono più peccatori degli altri?
E le vittime innocenti di terremoti, incidenti, malattie hanno meritato questo? Che colpa può avere un bambino piccolo di una disgrazia o malattia?
La risposta di Gesù è netta: non c’è alcun rapporto tra colpa e disgrazia, tra peccato e sventura. Dio non usa questi eventi per punire, essi fanno parte della finitezza della creazione, dell’evoluzione naturale della natura (a cui si aggiunge il male compiuto dall’uomo: il potere dei romani che non si fermano neanche davanti al sacro e magari la negligenza dei muratori che hanno calcolato male o hanno cercato di risparmiare nel costruire la torre).
Aggiunge però: “se non vi convertirete,  perirete tutti allo stesso modo”. Cosa vuol dire con queste parole così dure?
–          CONVERTIRSI= tornare a Dio, pensare e agire come Dio: non dobbiamo cambiare religione, ma convertirci da una religione vissuta in modo superficiale, con indifferenza, con molti peccati, ad una adesione a Dio piena, autentica, coerente. E la prima cosa da verificare è: che idea ho di Dio? Pensiamo alla parabola del Padre buono e dei suoi due figli: uno, il minore, sente il padre come un ostacolo alla sua voglia di libertà e di divertimento; l’altro sente il padre come un padrone che cerca di tener buon lavorando sodo per lui, mostrandosi come figlio obbediente.
–          Nessuno dei due ha capito che il padre li ama in quanto figli, non in quanto bravi, che desidera la loro felicità e la loro libertà e non si pone come un ostacolo a tutto ciò, piuttosto come un alleato che ci libera dalle nostre schiavitù e ci apre la strada verso la vera libertà e la pienezza di vita.
–          Convertirsi significa anche credere che Dio non manda disgrazie, non ci mette alla prova (la nuova traduzione della Bibbia ha chiarito anche il senso di “non ci indurre in tentazione” come un “non abbandonarci nella tentazione”: Dio non ci tenta, ma è l’unico che può donarci la forza e la luce per superare i momenti di crisi e di tentazione nei confronti del male). Nei casi di disgrazia nostra o dei nostri cari non ci lamentiamo forse con Dio come ne fosse il responsabile? Non ci capita di dirgli: perché proprio a me? Cosa ho fatto di male? O quasi di lamentarci perché in questi casi Dio non ha fatto il proprio dovere o si è dimenticato di noi?
–          Quanta fatica e quanto tempo passa prima di arrenderci e affidarci a Lui perché ci doni la forza per affrontare la disgrazia o la malattia. Dio cerca un varco nel nostro cuore indurito e chiuso per farci sentire il suo sostegno, la sua vicinanza, la sua compassione che lo muove a misericordia.
–          Ricordo il racconto di una signora anziana che aveva affrontato con fede la malattia e la morte del marito: non pensava di poter avere tanta forza e tanta pazienza; non pensava che quella situazione potesse avvicinarli così tanto e diventare un momento particolarmente intimo e prezioso del loro matrimonio. Non erano mai stati così in comunione come in quegli anni della sua malattia. 
B-      Dio è colui che è paziente con noi: la parabola del fico senza frutti
Ecco invece chi è Dio: è come un contadino paziente e premuroso che non vuole separarsi dal suo fico che da diversi anni non porta frutto. La “giustizia” e la ragione umana vorrebbero tagliarlo, perché sfrutta inutilmente il terreno. La misericordia e la ragione divina vuole dare un’ennesima possibilità, non si arrende, è pronta a lavorare ancora con cura ed amore per concimare e arricchire quell’albero che gli sta a cuore ancor più dei frutti che desidererebbe potervi mangiare. E’ una pianta inutile, ma Dio non cerca in noi un utile: ci ama gratuitamente e continua ad amarci anche se noi non contraccambiamo al suo amore o lo rifiutiamo. “Per lui il frutto possibile di domani conta più della mia sterilità di oggi” (E. Ronchi). Dio crede in me, nelle mie potenzialità.
Ma arriverà il giorno in cui quest’albero morirà e se non avrà ancora portato frutto sarà stato un albero inutile, sterile, che non ha mai vissuto per il fine per cui è nato. “Se non vi convertirete morirete tutti allo stesso modo” sta allora a dirci che la cosa più importante è dare un senso alla nostra vita, perché la nostra vita non finisca in modo improvviso e ci trovi improduttivi, sterili, inutili. Dare frutto significa dare significato alla nostra vita. Il frutto è l’amore vissuto concretamente. Non aver mai dato frutto significa non aver mai amato, non aver mai vissuto. Allora la vita eterna non si aprirà per noi, perché non abbiamo neanche mai avuto una vera vita.
B1- Dio è inafferrabile, ma è colui che libera, perché “è colui che è per noi” (Mosè)
A1- Il rischio di rifiutare l’amore di Dio con mormorazioni e critiche (San Paolo che usa l’esempio del popolo dell’esodo).

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