Omelie per la IV domenica di Quaresima (P. Tino e P. Stefano)

Gs 5, 9a.10-12; Sal 33; 2Cor 5, 17-21 Vangelo secondo Luca (15, 1-3.11-32) 

La fraternità è frutto della maturità dei figli di Dio (P. Tino Treccani)

Il cap. 15 è il cuore del vangelo di Luca. Peccatori pubblici si avvicinano a Gesù, mentre farisei e dottori della legge contestano questa solidarietà. Accompagnando Paolo, Luca vede che non poche volte i giudei cercano di ostacolare la vita dei missionari, specialmente a rispetto della contaminazione rituale e della cattiva fama: nei pasti, ognuno infilava la mano nella stessa pentola che conteneva il cibo. Agire così, secondo i puri, era contaminarsi.

Possiamo così identificare i personaggi della parabola: il padre è Dio che manifesta il suo amore nella pratica di Gesù; il figlio maggiore è Israele, coloro che si giudicano “irreprensibili” per il fatto di praticare i comandamenti (chiara allusione ai farisei ed ai dottori della legge); il figlio più giovane rappresenta gli esclusi, i peccatori, i dazieri ed i pagani convertiti. 

1. Il padre ed il figlio più giovane (v. 12): imparzialità 

E’ una scena breve e osata: il figlio minore chiede la sua parte di eredità. Generalmente questo si faceva dopo la morte del padre. Mancando questo, il primogenito assumeva la gestione dei beni, restando con parte doppia. Il padre non reagisce: per lui tutti i figli sono uguali ed hanno gli stessi diritti. 

2. Il figlio più giovane (vv. 13-19): irresponsabilità 

Lontano dalle attenzioni del padre, la vita del giovane è estremamente ambigua. Paga il prezzo della sua immaturità. Straniero in terra straniera, vive la condizione di servo: cessa di essere figlio per diventare schiavo. La sua condizione è estremamente umiliante, infatti sorveglia dei maiali (animali impuri per eccellenza per i giudei) e disputa con loro un poco di cibo (v. 16). Toccando il fondo del pozzo dell’umiliazione (escluso dalla macabra “mensa comune” con i porci), programma la possibilità del ritorno. Il suo discorso di presentazione comporta tre parti: ammissione del peccato; coscienza della perdita della figliolanza; richiesta per essere ammesso come servo (vv. 18-19). 

3. Il padre ed il figlio più giovane (vv. 20-24): figliolanza riconquistata 

Sembra che il padre mai abbia smesso di sperare nel ritorno del figlio. Vedendolo lontano, si riempie di compassione. Questo verbo (in greco: splagchnizomai), nei vangeli è sempre attribuito a Gesù. Solamente il buon samaritano (Lc 10,33) è capace di una simile azione (per questo si può dire che è una azione divina). E’ la compassione di Dio con la sofferenza e l’umiliazione umane (cfr. Mt 9,36; 14,14; 15,32; 18,27; 20,34; Mc 1,41; 6,34; 8,2; 9,22; Lc 7,13).

Il padre vuole ricuperare totalmente il figlio perso. Non permette che il figlio ripeta il discorso di presentazione e soprattutto evita che faccia la richiesta di “essere trattato come servo”. Immediatamente i servi sono chiamati per vestire il figlio, devolvendogli la dignità, come un ospite importante. Ordina che gli mettano l’anello, dandogli pieni poteri (forse l’anello era il sigillo della famiglia, con il quale il portatore poteva disporre dei beni della stessa) e che calzi i sandali, segno della libertà conquistata. Infine fa uccidere il bue grasso: la ricorrenza era molto importante: aveva recuperato il suo figlio (in greco, con l’articolo, dà l’impressione che fosse l’unico figlio che aveva). E’ una vera resurrezione. Per due volte, il figlio aveva detto: “Mi alzerò” (in greco anastài, vv.18.20, termine che si riferisce alla risurrezione, anàstasis), e il padre, per due volte lo aveva considerato morto (vv.24-32). 

4. Il padre ed il figlio maggiore (vv.25-32): invito alla riconciliazione 

Fino ad ora il figlio maggiore era rimasto fuori dalla scena. Si aveva l-impressione che fosse veramente un figlio ideale. Ma le sue dichiarazioni lo condannano. La sua irresponsabilità fondamentale è non voler riconciliarsi, non aderire al progetto del padre (v. 28). Sappiamo chi è per le parole che indirizza al padre: “Da tanti anni ti servo (v.29). Cioè non conduce la sua vita sulla relazione padre-figlio, ma su quella di padrone-servo; e fino ad ora si comporta come uno degli impiegati del v. 22. E’ radicale nel giudizio verso il fratello minore: lo calunnia di aver sperperato tutto con prostitute (v. 30; cfr. v. 139 e non ammette chiamarlo fratello. Si limita a dire “questo tuo figlio” (v. 30). Il padre tenta suscitare la riconciliazione: “Mio figlio… questo tuo fratello era morto ed è ritornato in vita” (vv.31-32). Il vero padre vuole figli autentici, e questa autenticità esige la riconciliazione, costi ciò che costi.

La parabola non dice se il figlio maggiore accettò la riconciliazione per “entrare in casa”, o se preferì “restare fuori dalla festa”. La risposta la deve dare il cristiano con la sua pratica in favore degli esclusi. 

Per riflettere 

Autenticità e riconciliazione sono i segni chiari della rinascita cui siamo chiamati. Continuiamo il cammino verso Gerusalemme, sulle strade e sui sentieri della nostra vita, intrecciata di relazioni, di sangue e di fratellanza, di amicizia e di rifiuto. Tutto dipende se vogliamo partecipare alla festa. Le garanzie di una gioia profonda ci sono date dallo stesso Padre che non fa distinzioni di meriti o di peccati. A Lui interessa la Vita dei suoi figli. La sua compassione non si esprime mai in sentenze di condanna. Da lontano ci segue, col cuore gonfio, ansioso e pieno di speranza. Sembra quasi che abbia bisogno della nostra irresponsabilità per mostrare la sua autenticità di padre. Addirittura nemmeno opina a rispetto della nostra pretesa libertà. Ci lascia fare, come e meglio crediamo, senza anatemi di scomuniche o spauracchi di castighi infernali. Sa bene che fuori della sua casa, possiamo prendere delle grosse cantonate e sa che queste ci rinsaviscono per abbandonare una vita di servi e di schiavi e riconquistare la figliolanza genuina. E’ questo ciò che più gli sta a cuore. Nemmeno teme la morte dei suoi figli, perché sa che possono ritornare a vivere.

Spesso ci intestardiamo nel voler stare fuori dalla festa. E per mascherare questa paura di vivere, ci permettiamo il lusso di calunniare, di spregiare, di fingere che i nostri simili nemmeno siano i nostri fratelli. Sempre uno stupido orgoglio a farci credere che noi siamo i santi, i giusti, perché paghiamo i doveri della nostra servitù. Se invece cambiassimo di ottica, cioè, se ci sforzassimo di vivere una relazione filiale con Colui che ci ha dato la vita, daremmo meno tempo al meravigliarci delle pecche altrui e cominceremmo seriamente a pensare al nostro cammino di conversione. Pensavamo di aver fatto il bene, il dovuto e per tanti anni, forse per una vita intiera, e abbiamo solo servito, con la paura e senz’altro, senza intimità col Padre. Allora dovremmo diventare tutti degli scavezzacolli per essere santi? No, solamente togliere dal nostro cuore la paura di riconciliarci; dobbiamo credere che il perdono può eliminare i sensi di colpa per fare spazio alla Sua misericordia.

Ed il processo di riconciliazione non si restringe al nostro intimo, al nostro privato; si deve allargare a quanti sono esclusi e condannati dalla società in cui viviamo; è necessario credere che tanti “persi” possono rivivere; è far sì che la festa della Vita sia veramente per tutti e non per qualche privilegiato. Essere devoto della legge è cosa buona, ma attenzione a non perdere il suo significato vero: è lei al servizio dell’uomo, e non viceversa. Forse non accettiamo di condividere l’allegria di Dio per il ritorno del peccatore; abbiamo paura a dare il bacio della perfetta comunione e continuiamo come figli maggiorenni basando la nostra giustizia sulla legge e non sulla misericordia. Di riscontro, Dio, Padre buono, non vuole giudicare il figlio prodigo, ma abbracciarlo e, come al figlio maggiore, continua ad offrirci il suo invito per vincere la nostra acidità e partecipare della gioia della riconciliazione.

Riconciliarci nella e con la comunità è far cadere le barriere che ci dividono in categorie, che ci cosificano; riconciliarci nella Chiesa è credere che esiste un unico Padre buono e nessuno possiede il monopolio della santità, se non il servizio samaritano, quello di fasciare le ferite e prendersi cura di chi soffre. Riconciliarci con la natura, madre paziente e violentata dall’ingordigia umana dell’avere; riconciliarci col sole che brilla sui buoni e sui cattivi. Riconciliarci è unirci in cerchio attorno al dispensatore di Vita e non costruire piramidi o babeli dove gli uni schiacciano gli altri.

Cristiani riconciliati sanno portare l’eucaristia dall’altare alla piazza, alla strada, in famiglia, sul lavoro, come servizio di vita piena ed abbondante, come dignità e onestà nei rapporti umani, come compassione fraterna verso chi giace schiacciato dal peccato proprio e altrui. É anche saper varcare l’orizzonte della propria finestra, patria e continente per lasciare spazio e fare risuonare il grido degli affamati che magari ci toccano solo a livello di curiosità, veicolata dai mezzi di comunicazione. Se veramente siamo innestati nel Cristo, dobbiamo essere e agire come creature nuove in virtù della stessa riconciliazione che Cristo ha realizzato e della quale ci ha fatto ministri. Ce lo ricorda S. Paolo: Dio non ha imputato agli uomini i loro peccati, ma ha reso peccato per noi, Colui che non ha commesso nessun peccato, affinché in Lui diventassimo giustizia di Dio… Lasciandoci riconciliare diventeremo ambasciatori dello stesso Dio.

La chiesa non è la nicchia dei perfetti, bensì la fucina gioiosa di persone che si lasciano abbracciare dal cuore grande e compassionevole di un Padre meraviglioso: come ha tolto l'”obbrobrio d’Egitto” dai figli di Israele, ora, in Cristo, aspetta solo di fare una eterna festa con tutti noi. La sua ricchezza non è niente senza le nostre incoerenze. L’anello, i sandali ed il manzo grasso ci aspettano sempre, oltre al Suo abbraccio e bacio. E così sia la festa per ogni risorto a vita nuova.

IV domenica di Quaresima: “Bisognava far festa” (P. Stefano Liberti)

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