Omelie per la V domenica di Quaresima di p.Tino e p.Stefano

P. Tino: “Lapidando non si libera nessuno”

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Anche se la maggioranza degli studiosi attribuisce questo brano più a Luca che a Giovanni, non si è mai questionato il suo valore come Parola di Dio.

L’ambiente dell’episodio è il Tempio di Gerusalemme. Il monte degli Ulivi è il luogo dove Gesù assume con coraggio il progetto di Dio, per ricondurre le persone alla vita. Nel tempio, Gesù è rigettato, proprio dai capi giudaici che concentravano il potere religioso oppressore, incapace di salvare i peccatori.

Già all’alba, Gesù, come nuovo sole, si trova nel Tempio; con la sua parola fa nascere il giorno della liberazione completa dell’umanità. La scena dell’adultera è un tranello preparato contro Gesù, per prenderlo in fallo. Secondo la legge di Mosè (Dt 22,22; Lev 20,10), una donna sorpresa in adulterio, doveva essere lapidata, non solo lei, ma anche l’uomo che con lei commette adulterio.

Per i dottori della legge ed i farisei la sentenza è già decretata; erano giudici superiori alla Legge, capaci di sentenziare circa l’adultera e lo stesso Gesù. In Giovanni, Gesù si presenta come colui che ha ricevuto dal Padre l’autorità di giudicare (5,22), ma lui non giudica nessuno (cfr. 8,15). Invece di giudicare (= condannare), provoca il giudizio: chi aderisce a lui sceglie la vita, chi lo rigetta provoca la morte.

Cosa avrà scritto Gesù col dito nella polvere? É una reazione strana (v. 6) Il verbo usato dall’evangelista, oltre a “scrivere”, può significare anche “redigere un’accusa”. Forse in questo gesto si possa trovare un riferimento a Ger 17,13 (“Coloro che si allontanano da te saranno scritti nella terra”, cioè nello Sceol, tra i morti).

Ma chiara è la risposta di Gesù: “Quello di voi che è senza peccato, scagli la prima pietra contro di lei” (v. 7). Così coloro che avevano montato il tribunale, arrogandosi il diritto di sentenziare, dalla condizione di giudici passano a quella di imputati.

Gesù, proprio dentro il Tempio, fa crollare il sistema oppressore incapace di salvare. Patetica è la ritirata, con la coda tra le gambe, dei dottori della Legge e dei farisei: se ne vanno cominciando dai più anziani (v. 9a). É il sistema oppressore che si allontana per lasciare spazio al nuovo ordine inaugurato da Gesù. La donna rimase là, in mezzo (v. 9b), ma il sistema che aveva decretato la sua morte non esiste più.

Comincia così il nuovo dialogo tra Gesù e la donna. Non è un dialogo inquisitorio, ma un’offerta di salvezza: “Anch’io non ti condanno. Va’ e non peccare più (v. 11b). Gesù non approvò il peccato, ma dimostrò che non si estirpa il male eliminando chi lo commette (cfr. Dt 22,22 “in questo modo estirperai il male di Israele”), bensì offrendo al peccatore condizioni di vita nuova e piena. Sembra sia questo ciò che Gesù insegna nel Tempio. 

Per riflettere

Meditando questo brano di Giovanni mi viene automatico pensare a tutte le persone che “infrangono” la Legge (degli uomini): prostitute, drogati, adulteri, preti sposati, contadini senza terra, occupanti di aree pubbliche, venditori ambulanti e la lista potrebbe essere lunghissima, compreso il nome di ognuno di noi. C’è un dato di fatto, indiscutibile e verificabile in ogni metro quadrato del nostro pianeta: la Legge e questa deve essere compiuta! Da chi? Questo è il problema. Spesso non si rileva l’uso ambiguo che ne viene fatto. La Legge dovrebbe regolare una civile convivenza tra gli umani, tutelare i diritti e i doveri dei cittadini, far crescere la coscienza dei membri di una comunità. Mi impressiona il valore che Gesù dà alla vita, al di sopra di ogni legge; esige la Vita per tutti, compresi gli infrattori della Legge. Gesù comanda che si compia le Legge, ma per coloro che non hanno nessun peccato e si giudicano “giusti” di fronte alla peccatrice. Il fatto che i “giudici” del momento se ne andarono, rivela che nessuno, proprio nessuno era giusto. Solo Lui è giusto, perché invece di togliere la vita degli altri, dona la sua. Per la donna peccatrice Gesù ha uno sguardo di profonda compassione e tenerezza. Non approva chi ha il cuore pieno di orgoglio e si impietosisce con chi accetta la sua misericordia. Questo marca la donna peccatrice: è una esperienza di amore che può cambiare completamente la vita di una persona.

L’ambiguità degli esecutori della Legge si fonda proprio sull’orgoglio dei “meriti”: sono giusto perché osservo la Legge. Anche il giovane ricco osservava tutti i comandamenti della Legge, ma all’invito della condivisione da parte di Gesù, se ne andò triste. Se vogliamo scendere fino alle estreme conseguenze, Gesù ci insegna un nuovo modo di essere e di agire di fronte alle persone che consideriamo sbagliate, peccatrici e perse. Non abbiamo il diritto di continuare a “lanciare pietre” contro coloro che continuano ad essere esclusi da un sistema legalista che non privilegia le persone, ma le norme. Invitare al pentimento è una cosa; discriminare le persone non appartiene al Vangelo e tanto meno si addice a chi si ritiene discepolo di Gesù.

Un altro aspetto di questo atteggiamento orgoglioso, di cui tutti siamo affetti, è l’uso manipolato della Legge, cioè, quando questa è usata come potere. C’è chi può e chi non può; chi comanda e chi deve ubbidire; chi fa le leggi e chi le deve eseguire. Gesù, piccolo e semplice “laico” non titubò un istante davanti alle pretese “santità” dei dottori della Legge. Voi che vi dite maestri, date prova della coerenza delle vostre azioni. Volete condannare questa donna? Chiedetevi se voi siete effettivamente migliori di lei, se non avete mai commesso adulterio nel cuore o in azioni. La Legge di Mosè è chiara: donna e uomo colti in flagrante sono colpevoli di lapidazione. Perché mi portate solo la donna? Volete la Legge? Allora citatela integralmente e non solo la parte che vi interessa.

Questo brano è un annuncio di gioia per noi tutti, perché il Signore, di fronte alla nostra debolezza, non viene con esigenze, ma con amore. Ed il bello è che noi non abbiamo fatto niente per meritarlo. Ma Lui ci dà questo amore; ci fa la proposta di provare ad essere felici e non più peccare.

Spesso nelle nostre relazioni umane usiamo parametri commerciali: io ti aiuto e tu fai lo stesso quando ne avrò bisogno; io ti do questo e tu dammi quello; in altre parole, esigiamo di volta il dono che facciamo, magari sotto altre vesti. Siamo lontani dalla gratuità evangelica. Avanziamo il nostro “fare” e dimentichiamo di “essere con” le persone. Il parto della vita nuova, proprio per abbandonare lo “sterco” della vecchia, come ci dice Paolo nella seconda lettura, è lento e deve liberarsi dalla “mia giustizia che viene dalla Legge” per guadagnare Cristo, per sperimentare la forza della sua resurrezione. Nessuno ha raggiunto il traguardo della perfezione; siamo tutti in corsa per raggiungere Gesù, giacché lui, per primo, ci ha raggiunto e ci ha toccato. Dopotutto, è proprio Lui che va in cerca della pecorella smarrita.

Tutti abbiamo comportamenti adulterini e farisaici. Ci meravigliamo della prostituta, dell’omosessuale, del prete sposato, del mendicante importuno, dello straniero e poco riusciamo a “meravigliarci” di noi stessi: sono forse io migliore degli altri? Peggio, che potere uso per giudicare gli altri? Diciamo spesso che condanniamo il peccato e no la persona, per darci una imbiancata di cristianesimo. Per caso, non saremmo dei sepolcri imbiancati che, con la scusa di correggere il peccato, buttiamo volentieri e con fierezza anche il peccatore, convinti di aver fatto una nobile azione?

Dobbiamo sempre vigilare sulle strutture e relazioni delle e dentro le nostre comunità cristiane. Altrimenti, qualcuno scriverà sempre col dito nella polvere, il certificato della nostra superbia e autocondanna. Da giudici possenti, potremmo rivelare, col nostro orgoglio, la nostra vera identità: peccatori che, senza misericordia, condannano altri fratelli e sorelle peccatori come noi. Per questo peccato contro lo Spirito, non c’è perdono. E non avremo la gioia di vedere i nostri nomi scritti in cielo, ma nella polvere che il vento poi soffierà via come pula.

P. Stefano (Da “Il Vangelo dell’amore”):

Ancora una donna di fronte a Gesù. Questa volta è una adultera sorpresa in fragrante adulterio (ma con chi? Dov’è l’uomo con cui si è unita illecitamente?). Gesù sposo si trova di fronte alla sposa infedele, che non condanna, ma che invita a non peccare più, a recuperare quella verginità persa.

Chi viene messo sotto processo è in realtà Gesù stesso. La donna è usata solo come pretesto per metterlo in difficoltà: se proseguirà a difendere la misericordia di Dio si troverà ad infrangere la legge di Mosè. I suoi avversari vogliono porre Gesù davanti alla trasgressione amorosa anche perché convinti che il suo messaggio conduca uomini e donne a trasgredire la legge di Dio, piuttosto che osservarla.

L’amore tra gli uomini si trova adulterato assai più frequentemente di quanto non lo si trovi autentico, puro. Quale atteggiamento assume Gesù nei confronti degli adulteri, di coloro che hanno tradito l’amore inquinando il desiderio con il possesso dell’altro? Come egli ama coloro che non amano come lui?[1]

Ora Gesù è posto davanti ad una donna che ha vissuto il desiderio amoroso volendo possedere, una donna che non ha amato come lui insegna ad amare. La legge di Mosè ha una risposta chiara: il male va estirpato eliminando chi lo commette. “Mosè, nella legge – non mancano di osservare gli avversari di Gesù – ci ha comandato di lapidare donne come queste”. (…) L’attesa raggiunge il suo apice con la domanda diretta a Gesù: “Tu che ne dici?”. Ora Gesù sembra posto davanti a un’alternativa inevitabile: condannare la donna, per aver trasgredito l’amore; oppure non condannarla, legittimando la trasgressione dell’amore[2].

Gesù cerca di condurre le persone a distinguere tra il male da condannare e la persona da guadagnare all’amore:

La sete d’amore di Cristo, il suo desiderio di comunione con l’altra emergono anche in questo frangente, anche nei confronti di chi non ha corrisposto al suo amore. Egli non può accettare, in nome dell’eliminazione del male, di eliminare anche chi lo ha commesso: verrebbe a quel punto meno la possibilità di relazione con l’altra, che non sarebbe più. Ma questo è diametralmente contro il desiderio d’amore di Cristo che vuole l’altra per donare e ricevere amore. (…)

Spiazzando allora gli insistenti astanti, egli li invita a far rientrare se stessi nel vivo del giudizio, non più come spettatori di un fatto che non li riguarda direttamente, ma come giudici di se stessi: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei[3].

Gli accusatori, sentendosi accusati, se ne vanno. “Sembra dire Gesù agli accusatori: questa donna con tutto il suo peccato non è forse anche, e prima di tutto, una conferma delle vostre trasgressioni, della vostra ingiustizia “maschile”, dei vostri abusi?”[4].

Ora che finalmente è lasciato solo, con la donna ancora “là in mezzo”, Gesù può pronunciarsi a riguardo. Ora che l’incontro si fa a tu per tu, non più intralciato dalla legge impersonale e dalla preoccupazione dottrinale, Gesù può emettere il suo giudizio, l’unico che può scaturire dall’amore: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Ed ella rispose: “Nessuno, Signore” e Gesù disse: “Neanch’io ti condanno, và e d’ora in poi non peccare più”.

Il desiderio amoroso di Gesù non accetta alcun compromesso con forme adulterate dell’amore: la donna non viene condonata del suo male, viene perdonata. A lei, cioè, viene donata una misura sovrabbondante d’amore affinché sia conquistata all’amore autentico. Gesù non la tratta come se niente fosse successo, ma in modo tale che non le succeda più. Così facendo, la donna viene salvata e la sete d’amore di Gesù trova un’ulteriore relazione in cui può essere appagata[5].


[1] A. Fumagalli, Come lui ha amato, p.55

[2] Id., p.58-59

[3] Id., p.60-62

[4] Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, 14.

[5] A. Fumagalli, Come lui ha amato, p.64-65.

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