Omelie per la Domenica delle Palme di p.Tino e p.Stefano

LETTURE: Is 50, 4-7; Sal 21; Fil 2, 6-11; Lc 22, 14-23, 56

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P.Tino: “Davvero quest’uomo era giusto!”

La narrazione della passione di Gesù, ormai giunto a Gerusalemme, è molto densa per racchiuderla in poche frasi; come del resto tutta la liturgia della Settimana Santa. Se i fatti anteriori, narrati da Luca, ci spronano a calare il Vangelo nella nostra vita quotidiana, ancor di più le narrazioni dell’epilogo terrestre di Gesù: un uomo che serve, che dona la vita senza appellarsi alla violenza, che muore violentemente tra malfattori, dopo essere preso come un brigante; e… l’abbandono ed il tradimento da parte dei suoi intimi.

É facile lasciarci prendere da un’animata pietà ed anche vedere lacrime scorrere sui nostri volti. Ma non stiamo facendo un semplice ricordo, bensì l’anamnesi di un evento successo nel passato che si rinnova anche oggi.

L’evangelista ci presenta diversi scenari e personaggi che rilevano le attitudini di ogni persona che si imbatte con Gesù.

Gesù desidera mangiare la Pasqua con ognuno di noi, consumare non tanto un destino, bensì presentarci le estreme conseguenze dell’Amore. Ognuno di noi mette la mano nel piatto e giura come Pietro, fedeltà assoluta. Come Giuda, sappiamo commerciare la verità di Vita per pochi soldi, perché non riusciamo a capire un Amore di questo tipo. Discutiamo chi di noi è il migliore, il più fedele, ortodosso; sappiamo pure ricorrere alla spada per difendere Gesù, per sottolineare la nostra cocciuta incomprensione del suo Regno. Ai cavalli sfarzosi e potenti preferisce un giumento. Lo seguiamo al Monte degli Ulivi ed il torpore dei nostri sonni ciechi vince la preghiera. Sembra che la tentazione miracolistica non ci abbandoni mai. Può essere il sonno della tristezza od il bacio di Giuda. Entrano in scena le autorità, i Pilato e gli Erode di tutti i tempi, emissari di un potere di morte. Pur davanti all’evidenza dei fatti, cioè alla giustizia di Gesù, fingono di essere comprensivi e premiatori delle richieste del popolo. Un popolo banderuola a cui interessa riempire la pancia; un popolo oppiato che accetta la dominazione come volontà di Dio. Anche quando un Simone Cireneo ci aiuta a caricare la croce, continuiamo a batterci il petto come le donne che seguono il triste corteo della morte. L’essenziale non è la coreografia della vita, ma il senso per cui e con cui la viviamo. Chi annoveriamo tra i malfattori oggi? Chi tra di noi, osa ripetere le parole del centurione: veramente quest’uomo è un giusto? Che tipo di giustizia abita nelle nostre case, chiese e comunità cristiane?

Come Giuseppe di Arimatea, aspettiamo il Regno di Dio; ma spesso ci limitiamo a seppellire i morti. Viviamo una cultura di morte, e di conseguenti onori postumi. Necromania e profitto, sbandierati come gli elisir dell’eterno successo. Eppure Gesù ci ricorda che “oggi possiamo essere con lui in paradiso”; le donne andranno al sepolcro, dopo il riposo del sabato e sconvolgeranno tutti col loro annuncio: Gesù è vivo! Beh, sotto sotto, spesso ci diciamo: “questa barzelletta lasciamola per altre ore”. A parole non rinnegheremo mai l’evento che ha sconvolto la storia umana: passione, morte e resurrezione di Gesù; coi fatti, non sempre noi cristiani, traduciamo questa certezza. Dov’è l’annuncio di gioia? Tra le rigidezza delle strutture che ormai segnano la morte di un Tempio incentrato su se stesso? Tra i bagliori effimeri di qualche secolo? O forse nella tenace e paziente testimonianza di quanti, con la propria vita, continuano a cantare la Vita? Gesù, proprio perché ha raggiunto la coscienza di Figlio, non si sottrae al naturale “passaggio” cui tutti dobbiamo fare referenza; ma senza fatalismi o nostalgie mitologiche, lo supera nel concepire il servizio, il dono, infine… l’Amore come le uniche vie dell’eternità. Un’eternità che inizia adesso, nella misura che smettiamo di comandare agli altri, che impariamo dall’unica Vita, i secondi e gli anni preziosi intesi come dono, come proposta e accoglienza di ogni essere vivente.

La morte di Gesù non può restare rinchiusa dal sepolcro sterile della rassegnazione; meno ancora nella presunzione di essere noi a reggere le redini della storia o, peggio, della vita delle persone. É una morte che deve liberarci da tutti i suoi tentacoli. Aprire il cuore all’alba nuova che squarcia ogni tenebra ed ogni tempio prefabbricato; una gioia di vivere che si fa contagiosa, una coscienza che ci dia il coraggio di mettere il cuore nelle piaghe degli altri, per tirare lo sputo dai loro volti e le travi dai nostri occhi. Passione non è masochismo o sadismo, tanto meno falsa commiserazione della disgrazia altrui; è credere che questo Cristo, oggi continua ad essere ucciso dal sopruso, quando potrebbe cavalcare nuovamente un giumentino in mezzo agli “hosanna” dei giusti. Lo stesso Cristo continua ad essere inchiodato sulle croci della disuguaglianza, dell’ingiustizia delle nostre relazioni umane. Queste richiedono grazia, perché carne della Sua carne, sangue del Suo sangue. Mangeremo la Pasqua tra qualche giorno: sarebbe molto triste pensarla e viverla solo in funzione di noi stessi. Sarebbe come schernire ancora una volta il Crocifisso, invitandolo a scendere dalla croce per fargli risolvere tutti i problemi che affliggono l’umanità. Se, come il centurione, diciamo che “veramente Lui è un uomo giusto”, allora rimbocchiamoci le maniche per non mettere più nessuno in croce ed impedire che i reucci fantocci e sanguinari, continuino col macabro carnevale della morte sul nostro pianeta.

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P. Stefano (da “Il Vangelo dell’amore”)

LA PASSIONE: UN AMORE IN CRISI?

Una delle cose che impressionano di più chi contempla il volto della Sindone è lo sguardo sereno che emana: mostra un uomo che ha subito flagellazioni di ogni tipo ma che mantiene un aspetto che non fa trapelare alcuna sofferenza o segno di vendetta e mostra, come fosse solo addormentato, il compimento di una vita spesa per amore. É l’uomo della passione. Passione nel nostro vocabolario non è solo il termine atroce della sofferenza che spontaneamente applichiamo a quella vissuta da Gesù, ma passione è anche l’amore più intenso che lega due persone o lo stile con cui si fa qualcosa in cui ci si mette cuore, testa, energia, tempo, vita. Dalla Sindone traspare un amore tenacemente e gratuitamente offerto; un amore fragile e disarmato; un amore rivolto verso tutti, anche verso i nemici che lo hanno messo a morte.

Gesù viene inchiodato alla croce, senza opporre la pur minima resistenza. Viene deriso, insultato, provocato, lasciato solo dai suoi. Eppure dal suo cuore esce ancora amore: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).

Colui che durante il processo «non aprì la sua bocca» e, spogliato delle sue vesti, si rivestì di sacro silenzio ora che è reso del tutto impotente ed è là sospeso tra cielo e terra, inchiodato e senza alcuna difesa, in una disfatta che sembra totale, ora egli parla. E la prima parola che udiamo da lui sulla croce è perdono, vale a dire «per-dono», dono al superlativo, dono di quell’amore che l’ha spinto lì: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Commenta l’abate Elredo di Rievaulx: «’Padre’, dice, ‘perdonali’. Che cosa si poteva aggiungere di dolcezza, di carità a una siffatta preghiera? Tuttavia egli aggiunse qualcosa. Gli sembrò poco pregare, volle anche scusare. ‘Padre, disse, perdona loro perché non sanno quello che fanno’» ( Specchio della carità III,5)[1].

LA CROCIFISSIONE: TALAMO NUZIALE?

Il talamo è il letto nuziale, il luogo dove i coniugi riposano, dialogano e “consumano” il loro amore. Giunta l’ora del supremo sacrifico, Gesù sale sul Calvario in obbedienza al Padre, si distende sul ruvido talamo della croce, si lascia inchiodare ed elevare da terra. Con le braccia aperte unisce simbolicamente a sé tutti gli uomini e offre a loro una concreta immagine visibile del suo amore nuziale.

La Croce è il segno massimo della fedeltà di Dio ed è il segno massimo della nostra infedeltà. Il segno massimo del suo amore, il segno massimo della nostra cattiveria.

É nel mistero della Croce che si rivela appieno la potenza incontenibile della misericordia del Padre celeste. Per riconquistare l’amore della sua creatura, Egli ha accettato di pagare un prezzo altissimo: il sangue del suo Unigenito Figlio. La morte, che per il primo Adamo era segno estremo di solitudine e di impotenza, si è così trasformata nel supremo atto d’amore e di libertà del nuovo Adamo. Ben si può allora affermare, con san Massimo il Confessore, che Cristo “morì, se così si può dire, divinamente, poiché morì liberamente” (Ambigua, 91, 1056). Nella Croce si manifesta l’eros di Dio per noi. Eros è infatti – come si esprime lo Pseudo Dionigi – quella forza “che non permette all’amante di rimanere in se stesso, ma lo spinge a unirsi all’amato”[2]. Quale più “folle eros[3] di quello che ha portato il Figlio di Dio ad unirsi a noi fino al punto di soffrire come proprie le conseguenze dei nostri delitti?[4]

L’unica prova che renderebbe credibili le sue pretese è di salvare se stesso. E questa è la sfida che lanciano contro di lui: “Salva te stesso” (Mt 27,40). Gesù non accetta la sfida, perché non vuole identificarsi con il loro schema messianico, neppure per rendersi credibile. Non sfrutta le sue potenzialità per il suo tornaconto. Nel rimanere sulla croce i presenti non vedono il dono di sé, ma l’impotenza, come esplicitamente dicono i sacerdoti: “Non può salvare se stesso”. Non pensano che Gesù possa essere un Messia che non scende dalla croce per amore. Il suo stare sulla croce non è impotenza, ma libero dono, e il silenzio della croce mostra che il Dio di Gesù Cristo fa i miracoli, ma non salva il mondo con la potenza dei miracoli, bensì con la generosità dell’amore, che giunge al dono di sé.

Cristo stesso si è trovato in balìa della solitudine, del silenzio; si è sentito abbandonato, lasciato a se stesso dentro l’umiliazione della morte in croce, appeso sul legno come un malfattore qualsiasi. In un certo senso, Cristo ha vissuto e attraversato tutte quelle situazioni drammatiche, anche le più estreme, che squartano il cuore dell’uomo e segnano l’esistenza umana. Le ha attraversate emergendo alla luce, alla Vita vera. Per questo, dopo di lui, nessuna notte è così notte, nessun buio è così buio. Ogni uomo, per quanto viva situazioni angosciose, finisce per trovarsi dove Cristo è già passato, così può sempre incontrarlo. Quando l’uomo arriva al fondo più fondo senza nessuna via d’uscita, si imbatte in Cristo che ha attraversato il baratro della morte e dell’angoscia, pronto a stendere la mano verso di lui. Anche nel mondo della tenebra Cristo affianca l’uomo come il buon Samaritano per soccorrerlo e sostenerlo[5].

É giunta l’ora che il figlio dell’uomo sia glorificato” (Gv 12,23). É l’ora della Croce! È l’ora della sconfitta di Satana, principe del male, e del trionfo definitivo dell’amore misericordioso di Dio. Cristo dichiara che sarà “innalzato da terra” (v.32), un’espressione dal doppio significato: “innalzato” perché crocifisso, e “innalzato” perché esaltato dal Padre nella Risurrezione, per attirare tutti a sé e riconciliare gli uomini con Dio e tra di loro. L’ora della Croce, la più buia della storia, è anche la sorgente della salvezza per quanti credono in Lui.

AMORE E CROCE

La morte non è stata introdotta dal peccato umano, ma è parte della vita, evento ineludibile, ma non finale. Il peccato l’ha resa esperienza di lutto, angoscia, separazione dolorosa, fonte di paura.

Non è la morte un male, bensì il nostro modo di concepirla. Il suo pungiglione, che ci avvelena l’esistenza, è il peccato (1Cor 15,56). Se faccio del mio io il mio dio, principio e fine di tutto, allora per me la morte è la fine di tutto. L’uomo, essere corporeo, è delimitato dallo spazio e dal tempo: occupa un certo luogo per un certo numero di giorni. Ma il limite del suo spazio non è luogo di lotta, bensì di alleanza con gli altri; il limite del suo tempo non è la fine di tutto, ma la comunione con il suo principio. É l’interpretazione più bella, l’unica ragionevole, della vita e della morte[6].

L’unica preoccupazione riguardante la “sorella” morte, è per San Francesco quella espressa da una sua nota preghiera: “Signore, concedimi di morire per amore tuo come tu sei morto per amore dell’amor mio”.

La morte, compresa e vissuta quale uscita da sé, quale dedizione totale di sé, costituisce un’esigenza interna della persona che ama veramente. (…) Cristo ha voluto affrontare la morte come atto d’amore per la sua Sposa/ Umanità. Così facendo, Dio non è venuto meno al suo progetto iniziale: condurre ogni umana persona alle nozze con sé[7].

La croce è l’ora del massimo amore; è quindi l’ora in cui è possibile conoscere Gesù, in cui è possibile vedere il suo vero volto, in cui è possibile capire che Gesù è Dio e Dio è amore e l’amore è dono infinito di sé. Sulla croce Gesù compie la sua piena donazione: si spoglia di ogni cosa per donarcela. Ci dona il suo perdono e la sua giustificazione, poi sua madre perché d’ora in poi diventi anche nostra madre[8], poi il suo stesso rapporto col Padre, che sembra perdere in quel grido angosciato: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. Infine il suo stesso Spirito che, nell’atto del morire, dona a noi consegnandocelo (“E, chinato il capo, consegnò lo spirito”, Gv 19,30).

La sua morte è una semina, nella quale il seme deve cadere a terra, essere sotterrato, morire come seme e dare origine a una nuova pianta che moltiplica i semi nella spiga. Così Gesù legge la propria e la nostra morte: è necessario morire così per dare frutto. È una legge biologica, ma è anche il segno di ogni vicenda spirituale: la vera morte è la sterilità di chi non dà, di chi non spende la propria vita ma vuole conservarla gelosamente, mentre il dare la vita fino a morire è la via della vita abbondante, per noi e per gli altri.

Dal costato di Cristo trafitto dal soldato scaturisce sangue ed acqua, simboli dei sacramenti dell’Eucaristia e del Battesimo che ci rendono figli nel Figlio, creature amate e “sposate” da lui. Il costato inoltre richiama quel torpore fatto scendere da Dio su Adamo per togliere una sua costola e formarvi la Donna-Eva.

Cristo – quale nuovo e definitivo Adamo -, mentre viene trafitto al costato, fa uscire da sé quella pienezza di vita e d’amore, quella potenza amante dello Spirito che plasmano la nuova Donna che Cristo ha già posto e contemplato accanto a sé. Allora il primo “storico” Adamo era stato fatto sprofondare in un misterioso sonno di morte per permettere a Dio di prendere da lui la costola per plasmare/costruire Eva, “carne della sua carne”. Adesso Cristo, ultimo Adamo, calato nel sonno di morte, si lascia trafiggere al costato perché, col dono estremo di sé e della sua vita, venga formata la Donna-Sposa-Chiesa[9].

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[1] A.M.Canopi, Le sette parole di Gesù in croce. Meditazione e preghiera

[2] Pseudo Dionigi, De divinis nominibus, IV, 13:PG 3, 712

[3] N. Cabasilas, Vita in Cristo, 648

[4] Benedetto XVI, Messaggio per la Quaresima 2007

[5] G. Mazzanti, Uomo donna mistero grande, p.92

[6] S. Fausti, Una comunità legge il vangelo di Giovanni, p.211

[7] G. Mazzanti, Uomo donna mistero grande, p.28-29.

[8]É nell’evento della morte del Cristo in croce che Maria viene resa “Donna” e “Madre”. Madre anche di quella moltitudine di figli rappresentata dalle tre lingue in cui è scritta la condanna a morte di Gesù Cristo. Le tre lingue – greco, latino ed ebraico – stanno come a rappresentare l’umanità nel suo complesso, quasi a dire: tutti gli uomini, di qualunque nazione e lingua, nati da Cristo e da Maria, sono chiamati alle nozze con il Signore”. G. Mazzanti, Uomo donna mistero grande, p.64.

[9] Idem, p.66. Scriveva Giovanni Crisostomo: “Dal fianco di Cristo fu formata la Chiesa, come dal fianco di Adamo fu formata Eva (…). E come allora prese dal fianco durante il sonno, mentre Adamo dormiva, così ora, dopo la sua morte, diede il sangue e l’acqua. La morte è ora ciò che fu allora il sonno. Vedete come Cristo ha congiunto a se stesso la sposa?”, Catechesi battesimali, 7,17-18.

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