Omelie per la Pasqua (p.Tino e p.Stefano)

 Visualizza Gv 20,1-9

Resurrezione di Cristo

P. Tino:

Il testo è una catechesi sulla risurrezione di Gesù, propria della comunità in cui nacque il IV Vangelo. Si vuol rispondere alla domanda: come prendere atto del sepolcro vuoto della domenica di Pasqua? Sono necessari altri “segni” che suscitino la fede in Gesù? La parola “tomba, sepolcro” è citata 7 volte. 

1. Maria Maddalena: la comunità che non ha ancora assimilato la morte di Gesù (vv. 1-2) 

Il “primo giorno della settimana” (domenica) segna la nuova creazione nata dalla morte e risurrezione di Gesù. Maria Maddalena è figura simbolica che rappresenta la comunità senza una prospettiva di fede, incapace di assimilare la morte di Gesù. Rappresenta quanti credono che il sepolcro sia il luogo del fracasso del progetto di Dio. Nel v. 2, Maddalena usa la prima persona del plurale (“non sappiamo”); indica un tutto. Già è mattino, ma per lei è ancora buio. Le tenebre rappresentano il “mondo”, la negazione della vita, che non aderì a Gesù (1,5; 3,19; 6,17; 12,35). Il gesto di Maria andando al sepolcro sintetizza la ricerca della comunità cristiana, ansiosa di vita e di amore, ma che a volte, li cerca nel posto sbagliato. Vedendo la pietra rimossa pensa in un furto di cadavere. Secondo lei la morte aveva interrotto la vita per sempre: “Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’abbiano posto” (v. 2b). 

2. I due discepoli: corre più veloce chi ama di più (vv. 3-8) 

Anche i due discepoli rappresentano la comunità che non ha assimilato la morte di Gesù. L’evangelista fa capire che la comunità si era dispersa (cfr. 16,32); ma la sua intenzione è ben chiara: la comunità non può sussistere senza la vivenza della fede in Gesù risorto.

La corsa verso il sepolcro è una vera maratona. Chi arriva primo? Certamente non colui che ha migliori condizioni fisiche, bensì colui che possiede una autentica disposizione per correre. Erano Pietro e “colui che Gesù amava”; in altre parole, questo discepolo non ha un nome ma una connotazione ben chiara (v. 2). É questo discepolo che restò vicino a Gesù nel momento della sua condanna e morte. E quindi arriva prima. Percepisce che ci sono segni di vita (v. 5) ma non ha ancora raggiunto la piena comprensione di ciò che accadde. I panni di lino (e i profumi) possono essere una tenue referenza al letto nuziale: secondo Giovanni e per il discepolo amato che vede, il sepolcro non è il luogo della morte, bensì dell’incontro del Signore della vita con la sua sposa, l’umanità.

Arriva Pietro. Il fatto di lasciar entrare Pietro per primo è, da parte del discepolo amato, un gesto di riconciliazione e di amore, gesto che ripete quello di Gesù.Il discepolo amato non si considera superiore a Pietro per il fatto di essere stato vicino a Gesù nelle ore dell’abbandono, disposto a morire con lui. Pietro entra e “vide le bende che giacevano distese e il sudario che era sopra il capo; esso non stava assieme alle bende, ma a parte, ripiegato in un angolo” (vv. 6b-7). La descrizione della scena vuol dimostrare che non ci fu violazione di sepolcro e nemmeno furto del cadavere, già che i ladri non si sarebbero preoccupati di piegare il sudario.Deve essere successo qualcosa di inaudito che “solamente il discepolo che ama” è capace di scoprire e farlo diventare oggetto della sua fede (v. 8): Gesù non continuava prigioniero delle maglie della morte. Era vivo. (Confrontare con la scena della risurrezione di Lazzaro, 11,44: “Scioglietelo e lasciatelo andare…”) 

3. Spiegazione dell’incredulità

Pietro è la figura rappresentativa della comunità che non ha ancora fatto il salto di qualità per passare dal dubbio alla fede. Perciò l’evangelista ricorda un passo della Scrittura che dice: “I tuoi morti ritorneranno a vivere, i tuoi cadaveri risorgeranno… Perché Javé sta uscendo dal suo domicilio” (Is 26,19.21a). 

Per riflettere

Pasqua, risurrezione, sepolcro vuoto, ricerca ansiosa del fulcro della fede dei credenti. Il dubbio coniugato alle certezze di un atto ingiusto: crocifiggere un innocente. Quante Maddalena, quanti Pietro tra noi che ci diciamo suoi discepoli, ma che ancora non riusciamo a tradurre in opere l’amore con cui il Signore ci ama. Anche Maddalena dice: “non sappiamo”. Come lei, non abbiamo ancora capito le cose del Signore; così come Pietro non capiva il cammino di conversione, proibendo Gesù di lavargli i piedi. Così ci lasciamo commuovere o convincere dal triste destino, crudele ed impassibile: la polvere della morte porrà fine ad ogni gloria, pur grande o effimera essa sia. Se questa fosse la nostra condizione di credenti, avrebbe ragione s. Paolo: la nostra fede è vana; una pia illusione, ma niente più. Purtroppo, mi sembra, è la situazione in cui spesso ci troviamo. Cerchiamo lo straordinario in luoghi sbagliati. Vogliamo dimostrare l’indimostrabile, cultuando magari tumuli e sepolcri, dimenticando l'”ora” in cui potevamo amare e ci siamo sottratti. Sia per paura, sia per altri innumerevoli motivi, bloccati da una ragione che no sa andare oltre le quattro strettissime pareti di un feretro. E continuiamo a cercare cadaveri; o meglio, vorremmo cercare dei vivi, là dove abitano i morti. Anche noi corriamo e ci affanniamo, di molta curiosità, pettegolezzo, teorie, dimenticando il fatto più importante: essere discepoli amati. Le nostre comunità cristiane come si dicono amate oggi? Come testimoniano la risurrezione di Cristo in mezzo a società marcate da segni di morte e oppressione? Quali opere di bene sa produrre la fede delle nostre comunità? Penso che non dovremmo dare tempo allo sforzo di scoprire o capire il “vuoto” di un sepolcro; questo vuoto è eloquente da se stesso. Il Cristo lo troveremo nel giardino della vita, a nozze con i giusti, in festa con gli onesti, sorridendo con i mansueti ed i puri di cuore, infine, a cena con i poveri, tanto di spirito che di corpo. É in queste nuove relazioni che sappiamo stringere con l’emarginato di ogni tipo e specie, razza e religione, è lì che possiamo vedere finalmente il suo volto brillante. E non serve volerlo trattenere come Maddalena. Nemmeno un sepolcro è riuscito ad imprigionarlo, ancor meno le mie due povere braccia. Il Cristo non è mio, non è nostro, ma noi siamo suoi. É pur vero che le tenebre sono fedeli compagne, non solo dei nostri dubbi, ma della cecità di cui siamo ammalati. Stentiamo a credere nella gioia di figli risorti; ai nostri morti, oltre ai fiori, dovremmo cantare l’inno di riconciliazione con loro per la sapienza e la vita che ci hanno trasmesso, coscienti che continuano il cammino con noi. É la Pasqua che squarcia i veli ed i teloni di tutti i templi, che non solo rinnova, ma che cambia la nostra vita. É sempre l’inizio di un mondo nuovo, in cui rinunciamo alle guerre, alla fame, alla miseria; è l’impegno instancabile di gridare a tutta forza: noi umani non abbiamo un destino di sventure; abbiamo sì un compito: dare la Vita a tutti, in abbondanza, perché il marchio della morte che affligge l’umanità possa trasformarsi in abbraccio di fratelli e sorelle veri che partecipano della gloria del Primogenito. Se avremo la fede “del discepolo amato”, i nostri passi diventeranno missionari, senza solcare i mari o i cieli, perché ovunque siamo è tempo e alba di risurrezione. Credere al Cristo Risorto non è giochetto o illusione magica; è scommettere tutta la nostra vita. Se non riusciamo a dare speranza, a condividere l’amore, a perdonare, forse è segno che non abbiamo ancora capito le Scritture, anche noi, suoi discepoli. Ma per questo, dobbiamo prima accettare il cammino che ci porta a Gerusalemme, in salita, contro corrente, impopolare e silenzioso. Il gusto del buon vivere e le possibilità di ottenerlo non sono monopolio di alcuni prescelti, bensì dono da condividere in fraternità. Forse là, riusciremo a capire il mistero della risurrezione di Cristo e più nessuna tomba ci farà paura. Le nostre mense eucaristiche diventeranno tavolate lunghissime, oltre le porte delle nostre chiese; le nostre liturgie aumenteranno la dignità delle persone; in ogni luogo ci tratteremo e soprattutto ci ameremo tutti come figli dello stesso Padre buono, godendo della ricchezza che ognuno di noi è, per se stesso e per gli altri; non vedremo bambini piangere con la pancia gonfia di fame; non vedremo giovani donne obbligate a continuare il ruolo dell’addolorata; avremo giovani entusiasti della vita e anziani soddisfatti del proprio compiuto, come una catena interminabile di saggezza. É Pasqua ogni giorno!

P. Stefano:

Da “Il Vangelo dell’amore” (Youcanprint, 2015) di p.Stefano Liberti

Non è una favola, un racconto mitologico o solo simbolico: Gesù è veramente risorto! Un cadavere è storicamente risorto! E non è stato facile crederlo neanche per i suoi discepoli. Questi erano scappati, alcuni lo avevano tradito, rinnegato, gli altri si erano rinchiusi in casa per paura di fare la stessa fine del Maestro. Alcuni stavano già pensando di ritornare alle loro case, al loro lavoro, alle loro famiglie. Con tristezza e angoscia grande sentivano di aver fallito: avevano puntato tutto su chi credevano potesse cambiare la loro vita e le sorti del loro popolo e avevano perso. Che delusione! Aveva vinto ancora una volta il male, l’egoismo, il potere becero e violento di pochi uomini che hanno in pugno una moltitudine di persone.Secondo Giovanni solo una donna, Maria Maddalena, spinta da un amore grande, si reca di buon mattino a portare gli aromi nel sepolcro. Mentre gli uomini pensano più concretamente a salvare la propria pelle e a riorganizzarsi per il futuro, lei non può dimenticare quanto ha ricevuto e si sente spinta a rendere omaggio ad un uomo defunto che ha cambiato la sua vita.Secondo i Sinottici con lei ci sono altre donne. In ogni caso tutti concordano che era l’alba del primo giorno della settimana – per gli ebrei il settimo giorno è il Sabato, giorno sacro – il primo giorno di una nuova era, quella del Risorto in mezzo a noi, il giorno del sole che diverrà presto il giorno del Signore[1]. L’alba indica l’inizio del nuovo giorno, ma anche il fatto che i discepoli sono ancora nelle tenebre, nell’incertezza, nell’angoscia: non hanno ancora incontrato il Risorto, sole che non tramonta.Tutti gli evangelisti concordano inoltre nel riferire che la pietra che sigillava il sepolcro era spostata. Marco aggiunge che le tre donne, “entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca” ed esse “ebbero paura” (Mc 16,5). Matteo drammatizza ancor più la situazione e parla di un terremoto e di “un angelo del Signore” che “sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa” (Mt 28,2). Ancora Matteo parla delle guardie poste davanti al sepolcro che “furono scosse e rimasero come morte” (v.4), sottintendendo ironicamente come colui che è morto è vivo, mentre coloro che dovevano vigilare su un sepolcro sono loro a rimanere come morti. Rivolgendosi alle donne (due, secondo Matteo) l’angelo le invita a non avere paura e comunica quanto è avvenuto perché condividano questo annuncio ai discepoli del Signore: “Gesù, il crocifisso, non è qui. É risorto” (vv.5-6). É quanto, sempre secondo Matteo, si accingono a fare immediatamente, mentre, stando a Marco “non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite” (Mc 16,8). Originariamente il Vangelo di Marco terminava in questo modo oscuro e brusco e solo successivamente gli sono state aggiunte due conclusioni che parlano delle apparizioni del Risorto e armonizzano questo Vangelo agli altri. Probabilmente Marco voleva mettere in evidenza l’umana reazione di fronte a tale evento: fuga, spavento e stupore. Stiamo parlando di qualcosa di inaudito, di irrazionale, di innaturale, qualcosa di troppo grande da poter accogliere in maniera immediata.Eppure chi legge sa che la storia non finisce neanche qui: la storia prosegue con un incendio che divampa in pochi anni per tutto il Mediterraneo, che coinvolge uomini e donne di ogni condizione, di ogni età, di ogni religione. Molti di loro sono diventati a loro volta testimoni a prezzo del loro sangue. Hanno mostrato di credere a tal punto a questo evento da non potervi rinunciare neanche di fronte alla minaccia di morte. Molti hanno operato a loro volta prodigi, hanno mostrato un coraggio e una intraprendenza che probabilmente non credevano neanche loro di possedere. Insomma: il seguito è noto! Marco mostra come non solo la violenza e la morte non abbiano potuto fermare il Signore, ma neanche la paura e l’incredulità di queste donne che temono di essere prese per pazze e visionarie.Luca parla più genericamente di alcune donne che si recano al sepolcro e di due uomini che si presentano “a loro in abito sfolgorante” (Lc 24,4) e gli domandano “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò…” (vv 5-6), perché è la Scrittura spiegata dal maestro che annunciava già tutto questo. “Ed esse si ricordarono delle sue parole e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo” (vv.8-9). Vengono prese per folli e gli apostoli non vogliono crederle. “Pietro tuttavia si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide soltanto i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per l’accaduto” (v.12).Torniamo a Giovanni e a Maria di Magdala: questa ha visto solo la pietra che sigillava il sepolcro tolta dal suo posto. Pensa che abbiano rubato il corpo di Gesù, che abbiano anche voluto profanare la sua tomba. In ogni caso comincia a correre e la corsa diventa contagiosa: dopo di lei corrono anche Simon Pietro e “l’altro discepolo, quello che Gesù amava” (Gv 20,2). Quest’ultimo arriva per primo, ma lascia che sia Pietro ad entrare per primo. Rispetta il primato di Pietro, scelto da Gesù per guidare la sua Chiesa, mostrando anche un amore che aspetta che sia l’altro ad avere il primo posto. Pietro entra e  “osserva” “i teli posati là, e il sudario(…) avvolto in un luogo a parte” (vv.6-7). Constata l’assenza del corpo e forse percepisce che non si tratta di un furto, ma di qualcosa che non sa ancora spiegare.“Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette” (v.8) nella Scrittura che affermava che “egli doveva risorgere dai morti” (v.9).L’amore di questo discepolo lo rende agile, lo fa arrivare per primo, mette le ali ai suoi piedi, ma soprattutto lo rende capace di credere a quello che vede, di comprendere l’incredibile, di andare oltre a prove povere e ambigue: un sepolcro vuoto, teli e sudario posti lì dove doveva esserci un defunto. Perché “si può guardare senza vedere: solo chi ama vede (…). L’amore è principio di fede e di conoscenza”[2].Pietro si limita a guardare e ancora una volta non fa una bella figura: i Vangeli che dovrebbero celebrare la Chiesa nascente, non temono di mostrare il suo capo – prescelto da Gesù – come un testardo rinnegatore, come un pauroso e ora anche come un incredulo. É l’altro discepolo a credere all’incredibile: il Signore è veramente Risorto! Un cadavere è ora vivo per sempre!La sua è una fede immediata, quasi irrazionale: la fede di chi ama colui da cui è stato così profondamente amato e per questo amore riesce a vedere oltre l’apparenza, riesce a vedere in profondità e a comprendere le Scritture in cui era stato detto che “doveva” (l’imperativo teologico che indica il necessario compimento della volontà divina) risorgere dai morti. Dovrà apparire il Risorto e questi donare il suo Spirito, per far comprendere loro ciò che la Scrittura (nel suo complesso e non tanto in passi particolari) già conteneva.Una croce e una pietra non sono capaci di bloccare la potenza di Dio. Il Risorto è qui a dirci di non temere: non esistono croci o pietre, poteri o sofferenze capaci di toglierci la speranza, di separarci dall’amore di Gesù Cristo che ha dato la vita per noi perché noi potessimo vivere per sempre con lui. Non ci è tolta la fatica di credere, di aderire, di accogliere e di fidarci. Milioni di autentici cristiani sono però qui a confermarci che dobbiamo e possiamo crederci: hanno sentito, sperimentato, gustato la presenza del Risorto.Cristo è veramente Risorto ed è presente in ogni luogo dove lo si accoglie e lo si celebra, in chiunque apre la propria vita alla sua presenza, in chi si china sui miseri per condividere la misericordia ricevuta dal Padre, in chi spezza il pane e la sua vita per gli altri. Chi ama non muore per sempre, ma entra nel Regno del Padre che è Dio dei viventi. É l’amore a vincere, il bene a trionfare!Sì, la nostra fede pasquale non è un mito, una favola, ma una storia di amore. È la scoperta di un Amante, Dio, che possiede un Amore che vince la morte: ma questo Amore lo offre anche a noi, perché nella nostre vite possiamo essere amati e amanti. Guardiamo al Crocifisso risorto perché – come affermava Riccardo di San Vittore – «ubi amor, ibi oculus». I nostri occhi siano rivolti al Cristo risorto, l’Amato che ci rivela una volta per sempre Dio come l’Amante, la Sorgente dell’Amore[3].


[1] Domenica, dal latino dies Domini, “giorno del Signore”.[2] S. Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Giovanni, II parte, p.220[3] E. Bianchi, Omelia per la veglia pasquale, 8 aprile 2012.

Resurrezione

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