Omelie per la II domenica di Pasqua (di p. Tino e p. Stefano)

P. Tino:

1. La creazione della comunità messianica (vv.19-23) 

É la sera della domenica di Pasqua; un riferimento all’antica prassi cristiana di celebrare l’Eucaristia nel giorno del Signore, sull’imbrunire. Per i giudei già era iniziato un nuovo giorno, mentre per Giovanni è ancora il giorno della risurrezione, il nuovo tempo inaugurato dalla vittoria di Gesù sulla morte. Siamo in un contesto eucaristico. Le porte chiuse denotano da una parte la paura dei discepoli e dall’altra il nuovo stato di Gesù, per il quale non ci sono più barriere. Gesù si presenta in mezzo alla comunità (altro riferimento al contesto eucaristico) e saluta i discepoli con la parola che indica la pienezza dei beni messianici: “La pace (shalom) sia con voi!” É lo stesso saluto di congedo (cfr. 14,27). Ora è il saluto dell’Agnello vincitore che porta ancora i segni della vittoria, le ferite nelle mani e nel costato (v. 20a). É di lui che la comunità si alimenterà.

La comunità reagisce con allegria (cfr. 16,20.22). Così rafforzata, al comunità è pronta per la missione che il proprio Gesù aveva ricevuto: “essere inviati” (v. 21b). Lo Spirito Santo garantisce la missione della comunità. Per Giovanni, la Pentecoste inizia in questo stesso giorno. Battezzati nello Spirito Santo (cfr. 1,33) i cristiani devono continuare il progetto di Dio, sintetizzato nei versetti 22b-23 (rimettere i peccati).

Cosa è “peccato” per Giovanni? É aderire all’ordine ingiusta che ha messo a morte Gesù. I peccati sono atti concreti decorrenti da questa scelta. Fondamentalmente, il compito della comunità è mostrare, con parole e azioni, che chi si chiuse al progetto di Dio, rimane nei suoi peccati (cfr. 9,41: “Il vostro peccato rimane”).

Il soffio di Gesù sui discepoli, ricorda Gen 2,7, il soffio vitale di Dio: nasce la comunità dei seguaci di Gesù che continueranno la sua missione (v. 20,21). Per il suo Spirito diventeranno suoi testimoni davanti al mondo (15,26ss); manifesteranno con atti e opere l’amore gratuito e generoso del Padre (9,4). Inevitabilmente, anche a loro, cioè dinanzi alla testimonianza, succederà come a Gesù: chi accoglie e chi rifiuta, arrivando perfino a uccidere i discepoli in nome di Dio (15,18-21); 16,1-4). Non è missione della comunità, come non lo era quella di Gesù, giudicare gli uomini (3,17; 12,47). Il giudizio sarà dato nel constatare e confermare il giudizio che l’uomo dà a se stesso di fronte al progetto di Dio. 

2. La fede matura (vv. 24-19) 

Nelle comunità cristiane del primo secolo era presente un malinteso: i testimoni oculari starebbero su un livello superiore a rispetto di chi non vide il Signore risorto. Sembra che l’episodio di Tommaso voglia chiarire questo. Tommaso era uno dei Dodici ed aveva vissuto con Gesù, prima della passione: l’importante non è aver vissuto con Gesù prima della sua morte, bensì vivere la vita che nasce dalla sua risurrezione, assumendo il progetto di Dio come scelta personale. Nonostante la buona volontà di Tommaso (11,16 “andiamo anche a noi a morire con lui”), egli non aveva fatto l’esperienza del Cristo vivo, nemmeno ricevette lo Spirito (cfr. v. 24). Contrariamente a quanto facevano i convertiti, non accetta la testimonianza dei discepoli. La sua fede è ancora debole: non nasce dall’esperienza di amore della comunità, ma dipende da segni straordinari.

Il riferimento all’ottavo giorno, denota ancora una volta il contesto eucaristico del testo. Per il 4º Evangelo, la risurrezione di Gesù si prolunga per tutti i giorni della storia.

Tuttavia, la maggior professione di fede nel 4º Evangelo la troviamo in bocca a Tommaso: “Mio Dio e mio Signore!” Riconosce in Gesù il servo glorificato (Signore), in piena uguaglianza con il Padre (Dio). É la prima volta, eccetto che nel Prologo, in cui Gesù è chiamato di Dio. Notiamo che il capo d’accusa per la morte di Gesù fu proprio il fatto di essersi proclamato uguale a Dio (5,18), o di farsi Dio (10,33).

La scena termina con l’unica beatitudine esplicita nel vangelo di Giovanni (cfr. 13,17). Privilegia coloro che crederanno senza aver visto. Il Vangelo è sfida e apertura per il futuro: accettarlo o rifiutarlo. Lì si gioca la sorte dell’essere umano e del cristiano. 

3. Epilogo 

Gli studiosi ammettono che qui si chiude il vangelo di Giovanni. Il cap. 21 sarebbe stato aggiunto posteriormente. L’epilogo sintetizza l’azione di Gesù, marcata da “segni”, la cui funzione è i l proprio oggettivo del vangelo: suscitare la fede e l’adesione al progetto di Gesù, il Cristo, compiuto nella sua morte e risurrezione. Questo progetto è lo stesso del Padre, di cui il Figlio è espressione fedele. Aderendo a lui, le persone hanno la vita. 

Per riflettere

Ci riuniamo nel giorno del Signore per celebrare l’eucaristia. C’è da chiederci che progetti di vita possono nascere in seno alle comunità cristiane. Da chiederci se le comunità uniscono, o se, purtroppo, se non segregano, allontanano le persone. Viviamola tentazione di Tommaso, ogni giorno, alla ricerca affannosa di grandi segni, di azioni portentose, chiedendo, magari, al caro Papa, di realizzare il miracolo della Pace mondiale. La pozione “magica” non sta in quanto sappiamo di Cristo, di Chiesa, di riti e come li viviamo, li rinnoviamo lungo la vita; bensì, penso, dovrebbe scaturire da quella esperienza quotidiana di incontro col Risorto. E questo incontro solo avviene dentro di una comunità. Non abbiamo investiture prescelte e dirette da un rapporto individualistico con Dio. La fucina dell’amore, potrebbe essere anche la banalità di azioni ripetitive, ma costanti nel rivelare il dono della fede che abbiamo ricevuto, condiviso in una carità che sa perdonare i peccati. Ma Lui ci ha avvisato: ciò che non vogliamo perdonare, nemmeno Lui può fare il miracolo. La pace che non vogliamo costruire come frutto di giustizia, non cadrà mai dal cielo come una manna. Il male che vediamo negli altri, nel mondo, “lontano da Cristo e dalla Chiesa”, è il nostro male, con cui le nostre mani si devono sporcare. E’ interessante che l’evangelista Giovanni, parla di paura dei discepoli, di fronte alle avversità. Sono uomini semplici, normali, banali, ma interessante che nel momento dell’eucaristia non c’è nessuno predominando sull’altro o spacciandosi migliore o con più diritti: tutti invece, invitati a ricevere lo Spirito, il soffio di vita che spazza via ogni morte e ogni peccato. Altro che messaggio soft. Si tratta pure di calarsi le brache (dice Paolo, “farsi tutto a tutti”) se il vangelo lo esige e non avanzare la spada di una boriosa supremazia culturale o peggio razziale. Il mondo è pieno di luoghi comuni, ma anche di tanti segni di speranza, di generosità efficace. Può diventare una eterna eucaristia se scegliamo proprio il progetto di Gesù: la misericordia non è utopia, tanto meno il perdono. Spalanchiamo i nostri cenacoli e non temiamo di dare la nostra vita, come cibo e bevanda condivisi. Solo c’è vita se sappiamo rompere il guscio del comodismo, della rassegnazione, della fine e subdola invidia nei confronti di chi sa rischiare, mentre ce ne stiamo rintanati e protetti da ovatte che non salvano più nessuno. É Pasqua, è cammino, è missione.

P. Stefano:

– II domenica DI Pasqua e non DOPO Pasqua: siamo ancora immersi nel mistero centrale della nostra fede da cui scaturisce ogni realtà: l’EUCARISTIA, la PACE , lo SPIRITO, la COMUNITA ’, i SACRAMENTI…

– Domenica della Divina Misericordia

Il brano del Vangelo contiene tutti gli elementi per approfondire il significato e le conseguenze che la Resurrezione di Cristo ha nella nostra vita:- è il primo giorno della settimana, la DOMENICA, giorno del Signore Risorto;- la COMUNITA’ è riunita, ma chiusa, ancora impaurita (meglio una Chiesa aperta, fiduciosa, in uscita);- Gesù APPARE in mezzo alla comunità riunita (rompe le chiusure, irrompe)– DONA la PACE;– mostra le FERITE;– DONA la GIOIA;– MANDATO MISSIONARIO;– DONA lo SPIRITO;– MANDATO di PERDONARE;- TOMMASO non era presente e non riesce a credere a ciò che non vede (è “didimo”, gemello a noi, nell’incredulità);- 8 giorni dopo Tommaso vede e crede: “Mio Signore e mio Dio”- BEATITUDINE della FEDE (non cieca: chiede una adesione anche razionale, che si basi su motivi di credibilità, ma che non si ferma davanti all’invisibile, che non pretende di com-prendere tutto, ma sa che la propria ragione è limitata[1]).– L’INCONTRO col Dio vivo avviene in COMUNITA’: è questa la chiave di lettura della liturgia odierna, il passo in avanti nel mistero centrale della nostra fede.- Luca, nella 1L, ci descrive i caratteri distintivi della prima comunità cristiana, quella di Gerusalemme, attraverso dei sommari che presentano caratteristiche di alta idealità, anche se poi ci mostra i problemi e i limiti di quell’ambiente apparentemente idilliaco. Rimane valido tuttavia l’enunciato di base: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola”. L’esperienza cristiana è sempre vissuta in modo comunitario; la scelta di fede è personale, ma poi essa si vive “naturalmente” in comunità.- Un secondo elemento è la CONDIVISIONE che caratterizza la vita comunitaria: condivisione prima di tutto spirituale, affettiva, ma anche materiale, concreta. In quest’ultima accezione è da notare come non veniva stabilita una quota fissa, da distribuire a tutti in maniera indifferenziata, ma l’importo variava a secondo delle possibilità e del bisogno individuale. Non è difficile immaginare quanto questa scelta potesse dar luogo ad invidie, risentimenti, sospetti.- TOMMASO, figura del discepolo che fatica a credere (e quindi figura di tutti noi), fa questa esperienza: si trova lontano dalla comunità riunita (e ancora impaurita) nel cenacolo quando questa viene visitata (otto giorni dopo la Pasqua ) dal Risorto. Non avendo visto e partecipato non crede. La volta successiva, ancora otto giorni dopo, si trova anche lui in comunità e il Risorto compare come presenza spirituale (le porte sono chiuse) ma molto concreta, percepibile a tal punto da mostrare e render tangibili all’incredulo Tommaso le ferite della sua crocifissione e a invitarlo a toccarle. A quel punto Tommaso fa quella che è una delle più belle professioni di fede presenti nel Vangelo: “Mio Signore e mio Dio!”.Per arrivare alla fede si può passare anche attraverso un itinerario tormentato o incerto ma accessibile a tutti, come quello di Tommaso che ha bisogno dei segni per credere.Proprio per questo lo sentiamo vicino, affine alla nostra sensibilità, conforto per quanti procedono a fatica nella galleria, spesso oscura, che conduce alla ricerca di Dio.Il vedere è il modo più semplice per conoscere, ed anche il modo più semplice per credere. Anche il discepolo che si era recato al sepolcro vide e credette, Maria Maddalena vide il Signore e poi lo riconobbe. Persino il cieco nato prima vide il Signore e poi credette in lui. La fede nasce da un’esperienza, come la conoscenza. Si può parlare solo di quello che si è visto e sentito. Perciò il desiderio di vedere è naturale, ovvio, un’esigenza che può essere considerata quasi alla stregua di un diritto.Il problema si pone perché, per qualche motivo che non sappiamo, la sera di quel memorabile primo giorno dopo il sabato, in quello stesso luogo dove erano riuniti tutti gli altri, lui non c’era e l’assenza impedisce l’esperienza. Tommaso non ha potuto credere non perché fosse duro e testardo, incredulo e poco sensibile, come a volte è dipinto, ma semplicemente perché, a differenza dei suoi amici più fortunati, non c’era.Tutti gli altri credono perché hanno visto; prima di aver visto erano esattamente come lui. Quando Gesù gli appare, in realtà non lo rimprovera per aver desiderato vedere, ma lo invita a fare un salto di qualità che agli altri non era stato chiesto: “Metti qua il tuo dito guarda…”.Il problema di Tommaso ed eventualmente nostro, agli occhi del Signore, non è di aver desiderato vedere, ma di non aver creduto prima di vedere.Gesù non mette il credere contro il vedere, non mette la fede contro l’esperienza, non invita ad una fede cieca. Invita, piuttosto, a credere per riacquistare la vista, esattamente come aveva fatto con il cieco nato. In altre parole Tommaso ragionava dicendo: bisogna vedere per credere. Gesù contesta questa logica contraddicendolo: bisogna credere pervedere. Gesù non disapprova il desiderio di vedere, ma rifiuta la pretesa di farlo senza fede.Nel tempo della Chiesacredente è chi, superata la pretesa di vedere, accetta latestimonianza autorevole di chi ha veduto.
– L’OTTAVO GIORNO, il primo dopo il sabato, giorno del riposo e del compimento, diviene l’inizio di una nuova settimana, ma anche di una nuova era segnata dal crocifisso risorto, giorno del suo incontro all’interno della comunità.- L’OTTAVO GIORNO diventa così per i cristiani il giorno dell’INCONTRO con il Risorto che continua a donarci la PACE e il suo SPIRITO e ci invia nel mondo come suoi ambasciatori chiamati a renderlo ovunque presente e operante. La Domenica diventa così il giorno in cui ritrovarsi con i fratelli di fede per fare memoria della sua Resurrezione e diventare sempre più suo corpo, una sola realtà. E’ in seno alla comunità che si incontra e si sperimenta la presenza del Risorto: vivendo fuori, isolati, rimaniamo nel dubbio. Non possiamo dirci cristiani se non viviamo all’interno di una comunità e in questa PERSEVERANDO nei fondamenti del nostro cammino di fede: la LITURGIA EUCARISTICA , la CARITA ’ FRATERNA fino alla comunione dei beni materiali e spirituali, la PREGHIERA , la CATECHESI.- Nessuno può vivere da solo, isolato, la sua fede: solo la comunità è garanzia di un vero cammino di fede. Come Tommaso, grazie alla comunione con i nostri fratelli, oggi possiamo dire a Gesù: “Mio Signore e mio Dio!” e lì dove, nella solitudine, c’era il dubbio e smarrimento, si sprigionerà la luce della speranza in seno alla Chiesa.- Oggi è il giorno per sperimentare la gioia di incontrare il Signore risorto, e di incontrarlo all’interno di una comunità di fratelli e sorelle. Perché allora ci troviamo spesso a uscire da queste mura uguali a prima, a volte tristi e chiusi nelle nostre paure e nel nostro egoismo? Perché incontrando coloro che non sono qui presenti non ci viene spontaneo prorompere gioiosamente dicendo: “Ho incontrato il Signore! E’ veramente risorto!”. Perché abbiamo paura che ci prendano per dei fanatici con disturbi mentali?- Credo che la risposta possa essere questa: l’incontro, per essere reale, autentico, pieno, richiede che vada desiderato, preparato. Necessita di una comunità che sia realmente una comunità di fratelli e sorelle e non di semisconosciuti che provano un po’ di vergogna nel darsi un segno di pace e che si mettono in fondo alla Chiesa scappando appena la Messa sembra conclusa. Dobbiamo inserirci sempre più pienamente in una comunità e costruirla insieme!- La domenica deve essere per noi il giorno del Signore e della comunità, il giorno per sentirsi liberi, non perché si fa quello che si vuole, ma perché finalmente si ha il coraggio di scegliere ciò che vale per la vita e riempie la vita. Quanti cristiani con troppa leggerezza trovano mille scuse per saltare la Messa , quanti bambini del catechismo sono assenti, quante famiglie! Quanti di noi si limitano a quest’ora ed evitano accuratamente ogni impegno e ogni occasione per costruire e sentirsi comunità!- Questo lo dico non certo per sminuire l’impegno di tanti o non riconoscendo i tentativi riusciti per costruire uno spirito autenticamente comunitario, ma per stimolarci, me compreso, e impegnarci ancora di più: dobbiamo metterci davanti all’ideale della prima comunità cristiana ascoltato nella prima lettura e chiederci come avvicinarci a tale ideale.Pace a voi. Non si tratta di un semplice augurio, ma di una affermazione: c’è pace per voi, è pace dentro di voi, pace crescente. Shalom, ha detto, ed è parola biblica che contiene molto di più della semplice fine delle guerre o delle violenze, porta la forza dei retti di cuore dentro le persecuzioni, la serenità dei giusti dentro e contro le ingiustizie, una vita appassionata dentro vite spente, pienezza e fioritura.(E. Ronchi)- Pace a voi! Dice più volte il Risorto apparendo in mezzo ai suoi: ci dona la sua pace, il suo Spirito, la forza di riconciliarci con coloro con cui siamo in conflitto. Abbiamo tutto il necessario per realizzare il grande sogno d’amore di Dio. Per questo motivo ha mandato il Figlio ed ora il Figlio manda noi. “La nostra fede ha vinto il mondo!”. Amen.


[1] Così Benedetto XVI: “ci sono tante cose che non vediamo e che esistono e sono essenziali. Per esempio, non vediamo la nostra ragione, tuttavia abbiamo la ragione. Non vediamo la nostra intelligenza e l’abbiamo. Non vediamo, in una parola, la nostra anima e tuttavia esiste e ne vediamo gli effetti, perché possiamo parlare, pensare, decidere, ecc… Così pure non vediamo, per esempio, la corrente elettrica, e tuttavia vediamo che esiste, vediamo questo microfono come funziona; vediamo le luci. In una parola, proprio le cose più profonde, che sostengono realmente la vita e il mondo, non le vediamo, ma possiamo vedere, sentire gli effetti. L’elettricità, la corrente non le vediamo, ma la luce la vediamo. E così via. E così anche il Signore risorto non lo vediamo con i nostri occhi, ma vediamo che dove è Gesù, gli uomini cambiano, diventano migliori. Si crea una maggiore capacità di pace, di riconciliazione, ecc… Quindi, non vediamo il Signore stesso, ma vediamo gli effetti: così possiamo capire che Gesù è presente. Come ho detto, proprio le cose invisibili sono le più profonde e importanti. Andiamo dunque incontro a questo Signore invisibile, ma forte, che ci aiuta a vivere bene”.

Tommaso

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