Omelie per la III domenica di Pasqua (p. Tino e p. Stefano)

At 5, 27b-32.40b-41; Sal 29; Ap 5, 11-14 Vangelo secondo Giovanni (21, 1-19) 

P. Tino: “Come superare la crisi di identità”

Gli studiosi biblici ritengono che il cap. 21 sia un epilogo aggiunto posteriormente dallo stesso evangelista o uno dei suoi discepoli. Il testo deve essere nato come risposta ad alcuni problemi, come crisi di identità della comunità in piena missione; il riscatto di Pietro che, finalmente, incontra la sua identità; la perplessità davanti alla morte del “patriarca” della comunità del discepolo amato, probabilmente l’evangelista Giovanni. 

1. vv. 1-14: Come superare la crisi di identità della comunità? 

Ci troviamo nuovamente in un contesto eucaristico e con molte somiglianze col cap. 6; ma è anche un contesto missionario. La scena si apre col “mare di Tiberiade” e ci fa pensare all’ambiente di azione della comunità. Tiberiade che diede il nome al lago, fu costruita in onore dell’imperatore Tiberio. Giovanni chiama il lago “mare di Tiberiade” e non “mare di Galilea”. Forse la cosa è intenzionale, dimostrando con ciò che la comunità (i discepoli) è in piena attività missionaria (pesca) in mezzo ai gentili (rappresentati dal lago). Cfr. v. 1.

Il v. 2 ci presenta sette discepoli insieme. Sette: ci dà l’idea della totalità; quando è relazionato con “sette popoli”, indica la totalità delle nazioni. I sette sono capeggiati da Simon Pietro e decidono pescare (v. 3). Il fatto può essere letto simbolicamente. Da un lato può rappresentare le fughe della comunità che non possiede prospettive chiare. Difatti, secondo i sinottici, i discepoli furono chiamati ad essere pescatori di uomini. E ora ritornano a pescare pesci… D’altra parte – sia questa forse la vera intenzione di Giovanni – il fatto può indicare l’azione missionaria della comunità in mezzo ai pagani, dei quali il mare è simbolo. Nei vangeli, la pesca ha sempre una connotazione messianica ed escatologica.

Accettando la seconda ipotesi, vediamo i sette pescando in una notte senza frutto. É la crisi della comunità missionaria. La notte, in contrasto col giorno, simbolizza l’assenza di Gesù o dello Spirito (cfr. 9,4-5 e 15,5).

Come uscire dalla crisi di una comunità che non realizza il progetto di Dio? Troviamo la risposta in seguito. “Sul far del giorno” (v. 4a) è una allusione alla nuova realtà inaugurata dalla risurrezione. Ma i discepoli non “sapevano” che Gesù era sulla spiaggia. Manca qualcosa alla comunità: senza la fede nella risurrezione di Gesù il suo compito è sterile. E la risposta dei discepoli (v. 5) conferma questa sterilità.

La parola di Gesù risorto muda la situazione. Lanciando la rete a destra della barca, i discepoli prendono una grande quantità (lett. moltitudine) di pesci. Giovanni aveva utilizzato solo una volta questa parola “moltitudine” (cfr.. 5,3) riferendola ad “una moltitudine di infermi”. Scegliendo questa “moltitudine”, la comunità diventa feconda e fruttifera. La coscienza di questo nasce dall’amore. Il “discepolo amato” è l’unico capace di percepire che la comunità realizzerà la sua missione con successo (v. 6b) quando farà la sua scelta per Gesù e per la “moltitudine”. Perciò è lui che scopre chi diede questo ordine: “É il Signore” (v. 7a).

Identificata la radice della crisi, Pietro sintetizza le nuove disposizioni della comunità: si veste (allusione al servizio, cfr. v. 13,4 come Gesù) e si butta in mare (disposizione ad affrontare il rischio). Pietro fa questo da solo perché ha il dovere di riconciliarsi con Gesù ed il suo progetto: non aveva accettato Gesù come servo (cfr. 13,6.8) e lo negò tre volte (18,17-27).

Giunti alla spiaggia, i discepoli vedono in primo luogo i segni dell’amore di Gesù per loro: brace, pesce e pane (v. 9). Vedono il segno di ciò che Gesù aveva loro preparato (cfr. cap. 6). Ma Gesù chiede qualcosa del frutto del loro lavoro. É così che si stabilisce la comunione tra Dio e le persone (v. 10).

Pienamente riconciliato, Pietro entra “da solo” nella barca e trascina la rete per terra (v. 11a). Da dove gli viene tanta forza per fare da solo ciò che prima era fatto con tanta difficoltà? (v. 6). É che “entrare nella barca” è la conseguenza immediata di “buttarsi in mare” (v. 7b). L’evangelista parla di 153 grandi pesci. Si è parlato molto di questa cifra. La spiegazione più plausibile sembra quella di S. Girolamo. Secondo lui, gli zoologi greci avevano classificato 153 specie di pesci. Il significato sarebbe dunque questo: l’azione della comunità, col mandato di Gesù, è capace di riunire tutti i popoli attorno a sé, senza con questo soffrire rotture (la rete che non si strappa; cfr. l’allusione alla tunica di Gesù, 19,24). E Pietro, convertito e riconciliato con Gesù, tira la rete che non si strappa (v. 11b).

Gesù prende l’iniziativa ed invita la comunità all’Eucaristia: “Venite a mangiare” (v. 12a). É la refezione dove sono presenti tutti i popoli (153 grandi pesci). A partire da questo gesto più nessuno ha bisogno di chiedere a Gesù: “Chi sei tu?” perché “sanno” che lui è il Signore (v. 12). Nel 4º vangelo troviamo varie volte questa domanda (cfr. 1,19; 8,25; 10,24; 18,33) senza che ci sia una risposta definitiva. Qui, nel finale, cessano le domande perché l’esperienza del Cristo risorto non ha più bisogno di loro. 

2. vv. 15-19a: La vocazione del discepolo: comunione con Dio e solidarietà con le persone 

Nella scena precedente Pietro non aveva nessuna attenzione da parte di Gesù: ora è il centro dell’attenzione di Gesù. Cosa si chiede a qualcuno che ha fatto le stesse scelte di Gesù? Lo troviamo nei versetti 15-19a, mentre i vv. 19b-23 illustrano la vocazione del discepolo.

Le condizioni per seguire Gesù diventano evidenti nella triplice domanda diretta a Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”, nella triplice risposta e nella conferma del compito. C’è una stretta relazione con la triplice negazione di Pietro (18,17-27). Difatti, Giovanni non ricorda il pianto di Pietro come aveva fatto invece Luca (22,62). Ciò che Gesù chiede è l’amore incondizionato. Concretamente questo amore si effettua nell’azione di Pietro che prolunga l’azione di Gesù, pastore e porta. Il discepolo entra per la porta che è Gesù (10,9), e di là condurrà le pecore, portandole a possedere la vita di Gesù (10,10).

Questo progetto assunto dal discepolo comporterà dare la propria vita, come fece Gesù. Difatti, l’espressione “stendere le mani” è una probabile allusione al gesto dei condannati alla crocifissione, che aprivano le braccia per essere caricate con la trave superiore della croce. E “lasciarsi cingere” ricorda la corda legata a quelli che erano condotti alla crocifissione. La vocazione è dunque seguire Gesù: “Io sono il cammino” (14,6) e diventa evidente nell’azione di Gesù.

Mi ami tu

Da “Il Vangelo dell’amore” di p. Stefano Liberti

Ci ritroviamo lì dove era iniziata tutta la storia: sul lago di Tiberiade, con una parte degli apostoli ancora confusi che seguono l’iniziativa di Pietro di andare a pescare. “Ma quella notte non presero nulla” (v.3).

Si respira un clima di disfatta, di delusione, di amarezza e la pesca fallimentare sembra rimarcare questo clima. Eppure avevano già incontrato il Risorto, avevano ricevuto i suoi doni e lo Spirito in modo particolare. Ma se non agiscono con Lui, la vita risulta infruttuosa e ancora avvolta nel buio. É infatti all’alba che appare il Risorto, ancora una volta non subito riconosciuto, ed è solo con Lui, seguendo la sua parola (“gettate la rete dalla parte destra”,v.6) che la pesca (ovvero la vita e l’impegno pastorale) porta un frutto abbondante (153 pesci, probabilmente simbolo di tutti i popoli allora conosciuti). Gesù inoltre scardina le consuetudini e le regole: si pesca di notte, non di giorno; è più comodo gettare le reti dalla parte sinistra e non dalla destra. L’invito di Gesù è quello di sognare un altro modo possibile di vivere, di amare, di pescare. “Getta la rete dall’altra parte!” vuole anche dire: cambiate modalità, andate all’essenziale, andate oltre. Erano pescatori e li chiama a fare i pastori.

Ancora una volta è il discepolo “amato” a riconoscere il Signore Risorto: non è tanto chi ha un ruolo, ma chi sa amare e lasciarsi amare che può indicare il Signore. E il Risorto che con affetto aveva loro chiesto: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?” (v.5), dopo la pesca miracolosa si mette a servirli offrendo loro il pane e il pesce pescato su sua indicazione. Gesù – pane della vita – e la comunità – coloro che seguono la sua parola e ne condividono i frutti – sono i doni che ci rendono capaci di amare e servire.

Subito dopo inizia l’incontro personale tra il Risorto e Pietro. Questo è passato attraverso prove che lo hanno ridimensionato, umiliato: pensava di poter contare sulle sue sole forze, sulla sua ferrea volontà, ma ha fallito miseramente, sconfitto dalla paura. Forse temeva di venire rimproverato per il suo triplice rinnegamento, per aver tradito la grande fiducia che il Maestro aveva posto su di lui. Sicuramente era ancora amareggiato per il suo comportamento, faticava a perdonarselo. E Gesù inizia con lui un dialogo che lo riporta all’essenziale del loro rapporto: “Mi ami?”. Se è così, allora “pascola le mie pecore”. Gesù gli pone tre domande simili sull’amore, domande che decrescono fino ad arrivare al suo livello di amore.

Simone, figlio di Giovanni” – gli chiede la prima volta, chiamandolo come solo all’inizio aveva fatto, prima di dargli il nome nuovo di Pietro,– “mi ami più di costoro?” (v.15).

Gesù crede in Pietro più di quanto lui creda in se stesso. Mentre Pietro si ostinava nell’essere il leader del gruppo in modo semplicemente “umano”, cioè in termini di pura efficienza, di capacità pratica, di forza e di potere, Gesù vuole verificare invece l’unica credenziale necessaria per essere leader degli altri: un amore più grande di quello degli altri discepoli. Gesù non s’interessa di verificare se Pietro è sapiente, colto, prudente, esperto conoscitore di uomini e cose. Gesù va al cuore del mistero dell’uomo che è sete di amore, e al cuore del mistero di Dio che è per eccellenza l’amore creatore e salvatore[1].

Nel testo originale il verbo amare viene espresso con l’alternarsi di due verbi diversi: Gesù chiede per due volte “mi ami?”, usando il verbo agapáō che esprime l’amore divino, oblativo, totale e fedele di chi, come Gesù, è pronto a dare la stessa vita per chi ama. Pietro risponde con un altro verbo, quello più umile dell’amicizia e dell’affetto, phileo: ti voglio bene. Prima dell’arresto aveva dichiarato: “Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte” (Lc 22,33), ora dichiara umilmente di non saperlo amare che con un amore di amicizia profonda, dentro un rapporto di fiduciosa intimità e si affida alla sua conoscenza: “tu lo sai che ti voglio bene” (v.15). Sa che il Signore conosce il suo cuore.

La prima volta Gesù domanda a Pietro se l’amore che ha per lui supera l’amore degli altri, se lo ama più di tutti. È una domanda perentoria, fortissima, che esclude mezzi termini, blande sfumature ed esprime, in fondo, quello che è proprio della natura del vero amore: questa esigenza di assoluta radicalità.

Più di costoro” è il paragone con cui Gesù manifesta il desiderio di essere il primo nel cuore di Pietro, non per scalzare gli altri, ma perché il suo amore aspira alla singolarità nei rapporti, non confonde l’uno con gli altri, vuole essere unico. Nell’istruire i suoi discepoli, Gesù aveva già espresso l’esigente condizione del suo amore addirittura nel confronti dei più forti affetti familiari (cfr. Mt 10,37)[2].

Nella seconda interrogazione Gesù sembra scendere di un gradino. Il verbo è ancora quello dell’amore divino: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami (agapao)?”, ma non gli chiede più se lo ama più di tutti. Pietro risponde come prima, rimanendo al suo livello umano di amicizia: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene (fileo)”.

Alla fine Gesù adotta il verbo di Pietro, si abbassa, si avvicina e lo raggiunge là dov’è, nel suo limite: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene (fileo)?” Come a dire: se sei incapace di “agape” – di un amore totale fino al dono completo del dare la vita – dammi affetto; amicizia, se l’amore di questo tipo è per te troppo e ti mette paura. Mi basta saperti mio amico, perché il desiderio di amore è già amore.  É capace di attendere e camminare con noi, far maturare la nostra capacità di amare che sarà sempre inevitabilmente limitata, ma che deve tendere all’ideale. Due innamorati, se rimangono un minimo consapevoli di sé, sanno che il loro amore è limitato, fragile, a rischio, eppure hanno bisogno di esprimere e di sentirsi esprimere un amore che tenda alla totalitarietà: per sempre, più di tutti gli altri.

La risposta di Pietro è addolorata. Data l’insistenza di Gesù nell’interrogarlo, egli risponde invocando comprensione per la misura limitata del suo amore: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti amo” (v.17). Pur di rendere partecipe l’amico del suo amore per gli uomini, Gesù non esita ad agganciarlo al grado amoroso in cui si trova. E da lì, tuttavia, Gesù non rinuncia ad attirarlo alle vertiginose altezze dell’amore divino per gli uomini. Non solo, infatti, Pietro è investito del ministero pastorale, come si evince dal triplice comando di pascere gli agnelli/pecore di Gesù, ma anche avviato nel cammino che lo condurrà ad essere innalzato, come il suo Signore, sino al martirio per amore[3].

É da notare che in tutte e tre le risposte di Pietro il soggetto della frase non è “io” (ti voglio bene), ma “tu”: “tu conosci il mio amore per te”. Segno che la dura esperienza del rinnegamento gli ha fatto capire che non ha solidità in se stesso e che deve appoggiarsi solo su Gesù. Pietro si fa forte della certezza che il Signore sa e risponde: «Tu sai che io ti amo». Riconosce che se ama Gesù non è perché lui è forte, generoso, ma perché il Signore è generoso con lui e lo rende capace di amarlo ogni giorno di più.

Il dialogo di Gesù con Pietro è un dialogo riconciliatore, riabilitante, che rialza l’apostolo, gli infonde fiducia, gli dà coraggio e lo rende capace non solo di amare il Signore, ma di amare anche il gregge da pascere. Se mi ami, allora ama i miei agnelli/pecore, perché come il Padre mi ama, io vi ho amati perché questo amore venga trasmesso a tutti. C’è forse una “scelta preferenziale” indicata tra le righe: vengono prima gli agnelli, i piccoli, i deboli, i lontani, i peccatori e poi tutte le pecore.

Sono “miei”: gli agnelli e le  pecore appartengono a Gesù, sono del pastore bello che ha dato la sua vita per loro. Pietro è invitato a custodirle nel suo nome, quindi non deve decidere più da solo, o fare di testa sua, ma sarà l’amico intimo del pastore buono, che agirà secondo il suo comandamento di amare come lui ci ha amati.

Gli preannuncia inoltre la sua fine, “con quale morte egli avrebbe glorificato Dio” (v.19): seguire il Maestro significa mettersi nella condizione di discepolo e quindi di docilità, di servizio, di amore. Come lui ha amato dando la sua vita, così anche a lui questo amore costerà la vita. Ma sarà anche per lui un glorificare Dio, un mostrare nella sua pelle l’amore di Dio.

E, detto questo, aggiunse: «Seguimi»” (v.19b). Riecheggia il primo “Seguimi” espresso sempre sul lago di Tiberiade circa tre anni prima (cfr. Gv 1,43). Come allora Pietro segue il Maestro senza esitazione, ma con una maturità e consapevolezza ben maggiore. Segui me: Gesù lo precederà sempre. E sarà con lui pastore capace di condurre il gregge alla vita, alla gioia, alla salvezza.

Con questo dialogo, Gesù non ribadisce semplicemente la propria fiducia a Pietro, ma restituisce a Pietro la piena fiducia in se stesso. E a noi ricorda che, nell’esperienza del nostro tradimento, possiamo essere certi che se anche per mille volte l’avremo tradito, il Signore per mille volte ci chiederà soltanto questo: “Mi vuoi bene?”. E  sarà sufficiente – se corrispondente al vero – rispondere per mille volte: “Ti voglio bene”. E rimetterci concretamente dietro di Lui, imparare dagli sbagli, affidarci alla sua parola e alla sua forza.


[1] Dal sito www.giovaniemissione.it, catechesi GIM2 del 12 maggio 2013.

[2] A. Fumagalli, Come lui ha amato, p.130. “Gesù, come ognuno che ami, ripete la domanda sull’essere amato perché desidera sentirsi ripetere l’amore dell’amico” (id., p.132)

[3] A. Fumagalli, Come lui ha amato, pp.130-132.

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