L’editoriale del Superiore Generale: “La dimensione comunitaria dei consigli evangelici”

“Un cuor solo e un’anima sola rivolti a Dio” (R.S.A. 1,3)

a cura di padre Rinaldo, Superiore Generale

“La professione religiosa è espressione del dono di sé a Dio e alla Chiesa, ma di un dono vissuto nella comunità di una famiglia religiosa. Il religioso non è solo un «chiamato» con una sua vocazione individuale, ma è un «convocato», un chiamato assieme ad altri con i quali «condivide» l’esistenza quotidiana.” (Vita fraterna in comunità 44).

Nella seconda parte del nostro anno pastorale 2019, per il cammino di formazione Cric,  in continuazione o meglio per una concretizzazione delle riflessioni fatte in precedenza sulla spiritualità personale, di comunione e di missione, abbiamo proposto ai nostri confratelli alcuni testi per la preghiera, la riflessione e la condivisione sul tema dei voti religiosi. Abbiam voluto considerarli non solo come un mezzo personale di ascesi o di santificazione, bensì  nell’ottica comunitaria e comunionale, come ci ricorda la delibera capitolare n. 7: “Attualizzare e concretizzare la pratica comunitaria dei consigli evangelici, affinché diventino sempre più segno profetico per il mondo di oggi, orientandosi su scelte concrete e condivise dall’intera Congregazione o almeno dalla Comunità locale”.

Leggere, interpretare ma soprattutto vivere i consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza in una dimensione comunitaria ci ricorda che siamo “consacrati assieme, uniti nello stesso «sì», uniti nello Spirito Santo, chiamati a seguire Cristo “casto, povero e obbediente”, vivendo nella fraternità, uniti a Cristo e quindi chiamati ad essere uniti tra di noi, per opporsi profeticamente all’idolatria del potere, dell’avere, del piacere” (Vita fraterna 44).

Vorrei solamente riportare alcune espressioni emerse dai testi carismatici e magisteriali sui quali ci siamo soffermati nelle nostre riunioni mensili e condividere alcuni spunti che mi stanno a cuore e che ritengo importanti per la nostra vita fraterna.

  • La castità

Per quanto riguarda il primo voto della castità, rileggendo le nostre Costituzioni e il Direttorio su questo tema abbiamo sottolineato la  consapevolezza dei rischi insiti nella pratica di questo voto, che nel mondo d’oggi è difficilmente comprensibile, soprattutto se lo si considera esclusivamente secondo una prospettiva ascetica o, peggio ancora, individualistica e moralistica. Ma sulla base di queste difficoltà e in linea con quanto si legge nei nostri Libri di vita, è urgente trovare strade nuove e modalità attuative del voto di castità, in una prospettiva interpersonale, o meglio comunionale: “Il clima fraterno della comunità, suscitato dalla nostra vita di castità, ci permetterà di crescere nella gioia” (C. 18);Il celibato esige un clima di vera amicizia e familiarità, un ambiente dove si vive volentieri nella sincerità e nella fraternità. La vita comune ci permette di portare gli uni i pesi degli altri, come la carità, la stima e l’amicizia di superare molte difficoltà e debolezze” (D. 51)

Mi sembra di cogliere in queste frasi un messaggio di vita molto concreto, uno stimolo a rinvigorire la nostra vita fraterna in uno stile sempre più di gioia, di libertà e di dono a Dio e ai fratelli, vissuto nella comunità.

Papa Francesco nella Gaudete et exsultate, proponendo a gran voce la santità come caratteristica ecclesiale – e quindi anche di noi religiosi –, mette in evidenza, tra l’altro, la beatitudine della purezza di cuore, che in qualche misura possiamo associare per noi al voto di castità, come condizione essenziale per vivere l’amore vero, verso Dio e anche verso i fratelli (cf. GE 83-86).

Anche il vescovo di Brescia ci ricorda che mediante la pratica della castità, la nostra vita fraterna è chiamata sempre più a «testimoniare la bellezza della vita che viene dal Vangelo … Essere attratti e rimanere ammirati non sono la stessa cosa. Si può gioire di tutto ciò che è bello semplicemente riconoscendo che esiste. Non c’è bisogno di dire: «È mio!». Per questo la vera bellezza domanda e suscita rispetto, delicatezza nell’accostarsi, giusta distanza».(P. Tremolada, Il bello del vivere. Lettera pastorale 2018-2019).

Mantenere il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore, questo è santità” (Papa Francesco).

  • La povertà

“La condivisione dei beni – anche di quelli spirituali – è stata fin dall’inizio la base della comunione fraterna. La povertà dei singoli che comporta uno stile di vita semplice e austero…(Vita fraterna 44).

Ma fondamentale e sostegno a tutta la nostra vita fraterna è la “povertà di spirito”,cioè “l’umiltà, la semplicità, il riconoscere i doni degli altri… la valorizzazione degli ultimi, lo spendersi per cause non retribuite… sono tutti aspetti unitivi della vita fraterna operati dalla povertà professata” (Vita fraterna 44).

I consacrati e le consacrate, radicati nel riconoscimento del primato dell’essere rispetto a quello dell’avere, dell’etica rispetto a quello dell’economia, dovrebbero assume­re, come anima della loro azione, un’etica della solidarietà, della condivisione…” (Per vino nuovo otri nuovi n. 28).

Sono pochi spunti che voglio riportare, ma che ritengo essenziali per la nostra vita religiosa vissuta autenticamente e con essenzialità  secondo il voto di povertà.

Non si tratta solo di gestire dei beni materiali o di condividerli in comunità in maniera equa, sullo stile della prima comunità cristiana, ma per essere una comunità di “poveri”, serve un cuore libero e in grado di essere solidale con i poveri.

Nell’Esortazione apostolica Gaudete et exultate il Papa  ci invita a “riconoscere la verità del nostro cuore, per vedere dove riponiamo la sicurezza della nostra vita…Le ricchezze non ti assicurano nulla. Anzi, quando il cuore si sente ricco, è talmente soddisfatto di se stesso che non ha spazio per la Parola di Dio, per amare i fratelli, né per godere delle cose più importanti della vita. Così si priva dei beni più grandi. Per questo Gesù chiama beati i poveri in spirito, che hanno il cuore povero, in cui può entrare il Signore con la sua costante novità (67.68).

Per raggiungere questo livello di “santità” serve quel presupposto di “povertà di spirito”, cioè l’umiltà, la semplicità, il riconoscere i doni degli altri… soprattutto degli ultimi.

Noi consacrati, dunque, siamo chiamati ad essere veramente fedeli e creativi per non venir meno alla profezia della vita comune vissuta all’interno delle nostre case e della solidarietà verso l’esterno, specie verso i poveri e i più fragili.

“Essere poveri nel cuore, questo è santità” (Papa Francesco).

  • L’obbedienza

“L’obbedienza lega e unisce le diverse volontà in una stessa comunità fraterna dotata di una missione specifica da compiere nella Chiesa. L’obbedienza è un “sì” al piano di Dio che ha affidato un peculiare compito a un gruppo di persone. Comporta un legame con la missione, ma anche con la comunità che deve realizzare qui e ora e assieme il suo servizio; richiede anche un lucido sguardo di fede sui superiori i quali svolgono il loro compito di servizio e di guida e devono tutelare la conformità del lavoro apostolico con la missione. E così in comunione con loro si deve realizzare la divina volontà, l’unica che può salvare (Vita fraterna 44).

In un mondo che da sempre è un luogo di inimicizia, di antagonismi, dove da tutte le parti c’è odio, dove continuamente classifichiamo gli altri per le loro idee, le loro abitudini e carattere, in questo mondo dove regna l’orgoglio e ognuno crede di avere il diritto di innalzarsi al di sopra degli altri, il voto di obbedienza sembra ancor più difficile da praticare, anche nelle nostre piccole comunità fatte di persone fragili e con i propri limiti.

Da qui nasce il bisogno di avere all’interno delle nostre comunità una autorità (Superiore generale e suo Consiglio, i superiori locali e Animatori di comunità territoriali…parroci…), che siano a servizio dei propri confratelli e fedeli, esercitando il proprio ministero con la pazienza dell’ascolto e l’accoglienza della comprensione, come Cristo ci ha insegnato, lui che “non è venuto per essere servito ma per servire”.

Nel documento della Congregazione dei religiosi “Per vino nuovo otri nuovi” si legge che “l’obbedienza vera non  esclude, anzi richiede, che ognuno manifesti la pro­pria convinzione maturata nel discernimento, anche quando detta convinzione non coincide con quanto viene chiesto dal superiore. Dopo di che, se in nome della comunione un fratello o una sorella anche vedendo cose mi­gliori, obbedisce di sua spontanea volontà, al­lora si mette in pratica l’obbedienza caritativa” (24).

Capita spesso che nel rapporto superiore/confratello, manchi la base evangelica della fraternità. Si dà maggiore importanza all’istituzione che alle persone che la compongono.

Nel Codice di Diritto Canonico si leggeche per guidare bene una comunità «i superiori esercitino in spirito di servizio… reggano i sudditi quali figli di Dio, suscitando la loro volontaria obbedienza nel rispetto della persona umana… si ado­perino per costruire in Cristo una comunità fraterna nella quale si ricerchi Dio e lo si ami sopra ogni cosa» (618).

Fondamentale, dunque, passare dalla centralità del ruolo dell’autorità alla centralità della dinamica della fraternità, dove l’autorità non può che essere al servizio della comunione, per accompagnare i fratelli verso una fedeltà consapevole e responsabile…

La sfi­da di oggi è quella di una condivisione responsabile di un progetto comune, superando la mera esecuzione di obbedienze che non servono il Vangelo.

Anche in situazioni di conflitti e contrasti, è necessario un senso equilibrato del­le proprie responsabilità nei confronti dei fratelli, attraverso il confronto e l’ascolto delle singole persone, “suscitando la loro volontaria ob­bedienza nel rispetto della persona umana”, e attraverso il dialogo, tenendo presente che l’adesione deve avvenire “in spirito di fede e di amore, per seguire Cristo obbediente” e non per altre motivazioni» (Per vino nuovo otri nuovi 41).

E’ necessario, quindi, che il discernimento comunitario divenga un procedimento costante e utile, anche se non facile né automatico. Là dove è praticato con fede e serietà può offrire all’autorità le migliori condizioni per prendere le necessarie decisioni in vista del bene della vita fraterna e della missione.

 Da parte di tutti, naturalmente una grande disponibilità interiore, che papa Francesco chiama “mitezza”, tipica di chi ripone la propria fiducia solamente in Dio.

Reagire con umile mitezza, questo è santità” (Papa Francesco).

Concludo invitando ciascuno di noi a rileggere questi testi personalmente e a fare tesoro dei contenuti del percorso formativo, che non resti solo un documento cartaceo, belle parole che ci siamo scambiati a tavolino, ma si trasformi in vita con scelte concrete di conversione, affinché la nostra vita consacrata, sostenuta dai Consigli evangelici che professiamo, acquisti sempre più la forza di essere segno e profezia della fedeltà di Dio e sostegno alla fede e alla fedeltà dei cristiani che incontriamo nel nostro ministero nella Chiesa e nel mondo.

  • Che il nostro voto di castità ci aiuti a camminare sempre più in un clima di vera amicizia e familiarità, creando un ambiente dove si vive volentieri nella sincerità e nella fraternità;
  • che il nostro voto di povertà, soprattutto di “povertà di spirito”, accresca in noi un atteggiamento di umiltà, semplicità, essenzialità, trasparenza e solidarietà;
  • infine che il nostro voto di obbedienza susciti una condivisione responsabile per un progetto comune, attraverso un discernimento comunitario vissuto nella carità e mitezza, in vista del bene della vita fraterna in comunità.

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