Congresso CRSA: la conferenza di Mons. Carballo

Fr. José Rodríguez Carballo, ofm, Arcivescovo Segretario CIVCSVA

Carissimi Canonici Regolari di Sant’Agostino:

Grazie di avermi invitato ad essere con voi in questo incontro della Confederazione del vostro Ordine. Questo incontro mi permette di conoscervi un po’ di più e quindi di amarvi ancora di più. Formate una Confederazione, formata da 4 Federazioni, istituita 59 anni fa, il 4 maggio 1959. Secondo i vostri Statuti (n. 13), la Confederazione ha come finalità:

  • unire le diverse Federazioni del vostro Ordine nel “vincolo della carità” (Patto di carità), (comunione);
  • accrescere le forze di tutto l’Ordine, “conseguire più efficacemente il suo scopo”;
  • prestarsi aiuto vicendevole, specialmente per quanto riguarda la dimensione spirituale della vostra vita, l’educazione dei giovani, e la cultura (cf. Giovanni XXIII, Caritatis Unitas, AAS 51 (1959) 631).

Unire, accrescere e prestarsi aiuto: ecco tre obiettivi fondamentali per superare l’autoreferenzialità, che spesso porta all’isolamento, l’anticamera della morte, e, allo stesso tempo, per costruire il futuro, poiché, come afferma Papa Francesco, “nessuno costruisce il futuro da solo, né con le proprie forze” (Lettera a tutti i consacrati, 21 novembre 2014, II, 3).

Seguendo Sant’Agostino, la cui Regola seguite, che voleva “avere nella casa del vescovo il monastero del clero” (Sermone 355), il vostro carisma tende a mettere in relazione la vita religiosa, che tra gli elementi fondamentali ha la vita fraterna in comunità, con il ministero pastorale e liturgico. La volontà di Agostino ci fa capire quanto sia importante unire l’attività apostolica alla vita di preghiera, particolarmente alla preghiera liturgica. In questo senso una attenzione che non si può non avere è quella dell’attivismo, della grande tentazione di cadere nella funzionalità (cf. Papa Francesco, La forza della vocazione =FV, 36). Ricordatevi che quanto più siate uniti a Cristo, più grande sarà la vostra efficacia apostolica (CIVCSVA, Ripartire da Cristo, 19 maggio 2002). Ricordatevi che senza l’unione comunione con la vite i tralci non possono dare frutto (cf. Gv 15, 4).

1.- Ri-visitare la vostra identità

Come per tutti i consacrati, anche per voi è urgente in questo momento continuare a riflettere sulla vostra identità in modo da rispondere con fedeltà creativa (Giovanni Paolo II, Vita consecrata (=VC), 37) alle chiamate del Dio della storia, senza allontanarvi dalle vostre radici carismatiche. Per raggiungere questo la Chiesa, con parole di Papa Francesco, vi chiede di fare memoria grata del passato. Fare memoria senza cadere nel fare archeologia. Fare quindi “memoria deuteronomica” (cf. FV, 43): “Non dobbiamo perdere mai la memoria, poiché questa ci fa vivere con passione il presente”. E il Papa continua: “Dobbiamo guardare al passato con gratitudine, ma non come se guardassimo un pezzo da museo, bensì con lo sguardo di chi vuole cercarvi la radice dell’ispirazione” (FV, 42). Quindi, memoria sì, in quanto è necessario “tornare alle origini”, ma “per vivere il presente e costruire il futuro” (FV 43).

Senza memoria non ci sono radici, non c’è né presente né futuro, ma una memoria come già detto “deuteronomica”, che guarda al passato, ricorda e attualizza, preparando il futuro: “Voi non avete solo una gloriosa storia da ricordare e da raccontare, ma una grande storia da costruire! Guardate al futuro, nel quale lo Spirito vi proietta per fare con voi ancora cose grandi” (VC, 110). Non permettete che l’acqua smetta di correre: “La vita consacrata è come l’acqua: quando ristagna imputridisce” (FV 45).

Questa esigenza di ri-visitare la vostra identità deve tener conto, quindi, che questa non è statica, ma è sempre dinamica, proprio perché viene data alla Chiesa dallo Spirito, che è forza (dynamis), vento, uragano e fa nuove tutte le cose (cf. Ap 21, 5). Lo Spirito non si ripete mai. D’altra parte, l’identità, proprio perché dinamica, è chiamata ad arricchirsi sempre con la riflessione all’interno di ogni Istituto, ma anche attraverso la relazione con gli altri Istituti, con la Chiesa e con il mondo, particolarmente con i più poveri. La vita consacrata non può essere un “esercito chiuso”, come ci ricorda Papa Francesco (Udienza ai Fatebenefratelli, 1 febbraio 2019) La comunione, nota essenziale della vita consacrata, deve essere vissuta in “cerchi concentrici”: all’interno di ogni comunità e Istituto, con gli altri consacrati, con la Chiesa e con il mondo.

2.- Ri-visitare la vostra spiritualità

Il vostro incontro ha come tema: Le nostre spiritualità, contributo alla vita della Chiesa. La spiritualità non è una aggiunta in più. La spiritualità sta alla base della nostra vita e missione. È come la sabbia che dà vitalità a quanto siamo e facciamo. Se non vogliamo rimanere semplici funzionari, si deve prendere sul serio il tema della spiritualità. Questa è una dimensione della nostra vita con la quale inevitabilmente dobbiamo confrontarci, una dimensione che non si può negoziare.

Ma che intendiamo per spiritualità?

La domanda potrebbe sembrare quasi inutile, in quanto noi siamo abituati a parlare di spiritualità e si suppone che sappiamo bene che cosa intendiamo per questa. Invece io penso che sia proprio necessario porsi questa domanda e dare una risposta adeguata per non cadere in un spiritualismo senza corpo.

Quando parliamo di spiritualità parliamo, prima di tutto, di “sete di assoluto”, “sete di Dio”. Queste espressioni esprimono essenzialmente l’idea che la spiritualità è la relazione con Dio, una relazione intensa e personale. Questo concetto di spiritualità ci può portare a pensare che essa non ha niente a che fare con la vita di ogni giorno e che l’uomo spirituale è una persona che poco ha a che fare con il cambiamento di strutture di peccato o con la stessa “città terrena”. Invece non è così. Essendo il nostro Dio il Dio della storia, la “sete di Dio”, la “sete di assoluto” non si può separare dalla vita quotidiana e dalla responsabilità di cambiare quanto si oppone al Vangelo. Il contrario sarebbe una pseudo spiritualità, un essenzialismo astorico.

Spiritualità è, anche, vita nello Spirito, Colui senza il quale non si può vivere. Spiritualità è “dominio dello Spirito”, spazio in cui lo Spirito presiede e guida la vita, in modo tale da far diventare spirituale tutto quello che si tocca, lasciando nell’ambito di ciò che è carnale tutto quello che non emana da esso, in modo tale che diventiamo spirituali nella misura in cui rispondiamo allo Spirito. Il che esige un costante discernimento.

Come il termine ebreo Ruah o il greco Pneuma indicano, lo Spirito è soffio, respirazione, vitalità, energia. In definitiva, lo Spirito è colui che dà vita. E quando diciamo che una persona non ha spirito, stiamo dicendo che vive nella mediocrità; stiamo dicendo che detta persona non si lascia vivificare dallo Spirito del Signore. La mancanza dello Spirito ci porta alla apatia, alla stanchezza del cuore, alla rassegnazione, la grande sfida per un consacrato. Invece, quando diciamo che una persona è spirituale, stiamo affermando che è una persona che si lascia spingere dalla Spirito, una persona dinamica, una persona creativa, una persona che lascia spazio nella sua vita allo Spirito. In definitiva, spiritualità sarebbe una forma o maniera di essere cristiani, di vivere cristianamente una vita indotta dallo Spirito che, sempre più presente nella storia, susciterebbe e propizierebbe in ogni momento, secondo le necessità e le possibilità di questa stessa storia, un riordinamento delle grandi linee portanti della vita cristiana, e quindi della vita religiosa, in funzione di questo presente.

In questo contesto si deve camminare verso una spiritualità unificata, una spiritualità che ci faccia diventare “figli del cielo e figli della terra” ,secondo le parole di Teilhard de Chardin. Si tratta di vivere una spiritualità unificata e unificante, senza dualismi e senza false scelte riduttive.

Questo suppone per noi che il mondo è lontano da essere considerato un ostacolo al nostro incontro con Dio, anzi, il mondo è per noi il cammino normale, dove Dio si manifesta, come presenza o assenza, però sempre a partire dall’iniziativa del suo amore gratuito. Come ci mostra il Vangelo di Giovanni, esiste una stretta unità che dobbiamo vivere nella nostra spiritualità tra il Dio Trinità, la propria comunità e il mondo. In questo senso, la spiritualità è una chiamata a vivere la passione per Dio e la passione per l’umanità.

La spiritualità deve essere in tensione dinamica, che ci faccia diventare allo stesso tempo “mistici e profeti”. Questa è la nostra missione: essere mistici e profeti. L’esperienza mistica ci permette di sentire l’irruzione di Dio, nel più profondo del nostro essere. L’esperienza profetica, al contrario, è una chiamata che ci viene dal di fuori e che esige la realizzazione di un’azione trasformatrice nella storia, in accordo con il progetto di Dio. Come Elia, anche noi siamo chiamati ad essere uomini appassionati per Dio e, allo stesso tempo, appassionati per il nostro popolo; uomini che pregano e che fanno trionfare la giustizia fra gli uomini.

La spiritualità dell’esilio deve illuminarci in relazione all’immagine di Dio che oggi dobbiamo far presente con la nostra vita: un Dio legato al Tempio, ma anche vicino alla gente, un Dio compassionevole e pieno di tenerezza, particolarmente con l’umanità sofferente.

Infine, la spiritualità deve essere di presenza, che ci faccia diventare allo stesso tempo “discepoli e testimoni”. Siamo chiamati ad essere testimoni della presenza amorosa di Dio e a prolungarla con la nostra vita, non tanto come crociati che difendono un’idea, ma come testimoni che condividono un’esperienza. Questo ha molto da fare con il linguaggio che viene utilizzato. Non basta più una teologia narrativa, è necessario una teopatia, cioè: trasmettere una esperienza concreta vissuta appassionatamente.

Questo nuovo linguaggio si fa indispensabile nella lettura dei nostri voti, che non può fermarsi ad una lettura moralistica o funzionale, ma che si vive come una sovrabbondanza e si esprime in tre assi fondamentali del lavoro di “umanizzazione” di tutta la vita alla quale siamo chiamati.

3.- La spiritualità agostiniana

Voi siete Canonici Regolari di Sant’Agostino. Domandiamoci allora quali sono i pilastri della spiritualità di sant’Agostino. Da quanto posso conoscere, credo che possiamo parlare di 4 pilastri: interiorità, conversione, vita comune e servizio alla Chiesa.

3.1.- Interiorità

Sant’Agostino è considerato, e con ragione, maestro di interiorità. L’interiorità è stata la grande scoperta di Agostino. La sua esperienza fondante può essere sintetizzata in questa idea: “Non ti disperdere, concentrati nell’interiorità. La verità risiede nell’uomo interiore” (Sant’Agostino, De ver. rel. 39, 72). Agostino, d’altra parte, definisce l’interiorità come il raccoglimento dentro se stessi, come il ritorno del proprio centro a Dio.

A sua volta, l’interiorità è l’incontro di Dio dentro se stessi ed è conseguenza dell’autocoscienza. Chi desidera conoscere la verità deve viaggiare al suo interiore, immergersi in esso, scoprire la presenza silenziosa del Maestro interiore e lasciarsi istruire da Lui: “Io sono colui che ascolta. Colui che parla è lui. Io devo essere illuminato. Lui è la luce. Io colui che sento. Lui è il Verbo” (Sant’Agostino, Sul Vangelo di Giovanni, 13, 12).

Per arrivare all’autocoscienza e trovare Dio nel nostro interiore, è necessario fare silenzio: fisico, affettivo, mentale. In questo senso è Agostino a consigliarci: “Lascia sempre un po’ spazio sia per la riflessione come per il silenzio. Entra in te stesso, lascia dietro di te il rumore e la confusione. Immergiti nella tua interiorità e tratta di trovare il dolce e nascosto cammino dell’anima dove potrai dimenticarti dei rumori e delle argomentazioni; dove non avrai bisogno discutere con te stesso per dimostrare che sempre hai ragione e che sei nel certo. Ascolta la voce della verità nel silenzio per poter intenderla” (Sant’Agostino, Sermone 52, 22).

Il suo insegnamento ci sembra molto attuale in questa società piena di rumore, dove il silenzio ci fa paura, anzi, dove l’incontro con noi stessi non sempre viene visto con serenità, per paura di trovare un io che non corrisponda all’immagine che abbiamo di noi stessi.

Mi pare di poter affermare che l’uomo agostiniano si ritiene sempre discepolo, bisognoso di imparare; un discepolo che prima di tutto ha bisogno di conoscere se stesso; una persona “in fieri”, in permanente formazione e in formazione permanente.

L’interiorità è il ritorno al proprio centro, è vedere la realtà da Dio e con gli occhi di Dio. Chi guarda la realtà soltanto dalla periferia, vede solo dei frammenti. Chi la guarda dal centro la vede nella sua totalità. È allora che tutto diventa meraviglia, tutto è illuminato, integrato: l’interno e l’esterno, il personale e il sociale, il sacro e il profano, l’amore giusto e dovuto e l’amore al peccatore, l’amore gratuito. Perché l’amore interiorizzato comprende e ama sempre chi vive confuso e disorientato. Non cosi all’inverso: l’uomo peccatore è il più critico con i peccatori.

L’uomo interiorizzato è l’uomo libero, autonomo, ha la vita nelle proprie mani. L’uomo dominato dal mondo esteriore, invece, è l’uomo schiavo. Egli occupa il tempo nell’azione sfrenata, ha paura della solitudine, perché interiormente è pura assenza, si sente disabitato. Per questo corre, anzi fugge, consuma: tutto, meno pensare.

Il cammino dell’interiorità agostiniana si caratterizza per un invito a non cadere nelle reti del vuoto e della superficialità. È una interiorità dove decidiamo il nostro destino, dove impariamo a conoscerci e ad apprezzarci. È nell’interiorità che si costruisce la propria vita, è nell’interiore dell’uomo che sta la verità: dall’interiore, Cristo ci insegna la verità.

Ma attenzione, l’interiorità agostiniana non è un metodo di introspezione. Senza la trascendenza l’interiorità può convertirsi in narcisismo, in fredda e sterile solitudine. La trascendenza consiste nel salire verso Dio e impegnarsi nella costruzione della città terrena. La trascendenza è un cammino di speranza e di superamento, sapendo che si può iniziare un cammino di trascendenza soltanto perché Dio ci abita nel più intimo.

La spiritualità agostiniana, la vostra spiritualità invita, particolarmente voi, a interrogarvi sempre sul senso della vita, vi invita ad essere uomini di riflessione, di vita interiore.

3.2.- Conversione

Aurelio Agostino da Tagaste ha 30 anni. Ha conosciuto il successo, ha soldi, amici, ha desiderato amare ed essere amato, ha goduto della vita, umanamente ha tutto, ma è insoddisfatto, desidera vivere una vita piena, autentica. Ha capito che dove lui pensava di aver trovato tutto, questo è stato soltanto un’illusione.  Cerca di trovare il senso della vita nello studio della filosofia, più tardi in una setta manichea. Finalmente, vuoto, perso e confuso interiormente, si scopre come un enigma (cf. Sant’Agostino, Confessioni, IV, 33, 50) e decide di fare di se stesso la grande questione (cf. ibid., IV, 4, 9).

In questo momento la frustrazione genera in lui l’inquietudine che lo porta alla ricerca. Questa gli fa scoprire le sue insoddisfazioni. A questo punto, l’uomo esteriore cerca soddisfazioni, piaceri, evasioni; l’uomo interiore davanti alle insoddisfazioni medita e cerca di scoprire dove sta il male della mancanza di senso nella sua vita. Per l’uomo profondo, l’insoddisfazione può essere provvidenziale, portandolo a entrare in se stesso, ponendosi interrogativi fino a incontrare il cammino della verità. È quanto accade ad Agostino davanti a un povero che danza, nonostante la sua povertà. E prega: “Che io conosca te, Signore, tu che conosci me; che conosca te, fortezza dell’anima mia” (Sant’Agostino, Soliloqui dell’anima a Dio, 1, 1).

Sarà più tardi quando si renderà conto che la sua vita poteva avere senso soltanto se incontrava il Signore: “Ah verità! Come già allora dal più profondo dell’anima mia sospirava per te” (Sant’Agostino, Confessioni, III, 6,10). A un certo momento comincia ad interessarsi delle Sante Scritture, della vita monastica, e, letto il testo della Lettera ai Romani 13, 13-14) (cf. Confessioni, VIII, 12-29), cambia vita, cambia valori e decide di essere tutto del Signore: “Da adesso in poi soltanto voglio amare te, soltanto voglio essere unito a te. Voglio cercare te, voglio servirti, poiché soltanto tu sei il mio Signore. Voglio appartenere soltanto a te” (Sant’Agostino, Soliloqui dell’anima, 1. 1. 5). Come prima tappa di questa conversione, Agostino chiede il battesimo, che riceve dalle mani di Ambrogio.

Come ci fa vedere Benedetto XVI nella sua Catechesi dei mercoledì di gennaio-febbraio 20008, la conversione di Agostino è tutto un processo di ricerca della verità che dura tutta la vita e nel quale si possono vedere tre tappe: la prima, che culmina con il battesimo; la seconda, che è segnata dalla vita monastica e dallo studio; la terza è quando diventa sacerdote. In questo modo, come già detto, la conversione dura quanto la vita.

La spiritualità, se è autentica, ci pone in un cammino di identificazione con Cristo che non finisce se non con la morte. La spiritualità non può essere mai un tranquillizzante, un sonnifero, ma spinge a cercare senza sosta, sapendo che soltanto l’incontro con Lui è l’unica risposta alla nostra inquietudine. 

3.3.- Vita comune

Il progetto di vita di Agostino si centra nella comunione, nell’amicizia, nella fraternità aperta e abitata dalla Trascendenza. A chi desidera far parte della sua esperienza di ricerca di Dio Agostino propone l’esempio della primitiva comunità cristiana così come appare negli Atti degli Apostoli (cf. Sant’Agostino, Regola 1).

Egli considera la comunità come un elemento costitutivo per cercare Dio, per cercare la verità. Per Agostino risulta chiaro che chi desidera essere abitato da Dio deve dare spazio alla comunità, lasciarsi abitare dagli altri.

Per lui la comunità, per imperfetta che sia, è segno della comunione nel seno della Trinità. E, in questo contesto, l’obbedienza si trasforma in collaborazione, la povertà in solidarietà, la castità in un mezzo che apre il cuore all’accoglienza e alla fraternità universale.

In questo modo la spiritualità non è intimista, ma ha una chiara dimensione fraterna. L’incontro con Dio si realizza nell’incontro con gli altri. Dio e gli altri sono inseparabili.

Come conseguenza della chiamata alla comunione, propria della vostra spiritualità e identità, costruite una comunità autentica dove si viva la vera fraternità tra di voi e con gli altri. Siano le vostre comunità “case aperte”, con due note differenziali: l’inter-confederazioni e l’interculturalità. “Case aperte” dove si genera solidarietà, aiuto reciproco. “Case aperte” nelle quali si curi la relazione interpersonale, l’incontro; “case aperte” nelle quali si impari a ascoltare, e a dare, darsi; “case aperte” nelle quali si viva in atteggiamento continuo di imparare e di apertura all’“altro”, al diverso; “case aperte” accoglienti, ben disposte e disponibili. “Case aperte” dove sia possibile fare delle pause, coltivare il silenzio, lo sguardo contemplativo verso la realtà per cercare e trovare Dio in essa. “Case aperte”, terreno propizio per coltivare la preghiera e la condivisione di quello che portiamo dentro, i sentimenti che hanno bisogno di sostegno. Vivete la “mistica dell’incontro” (Papa Francesco, Lettera a tutti i consacrati, cit.).

3. 4.- Servizio alla Chiesa

Amare Dio per Agostino è impensabile senza amare la Chiesa. L’unione con Cristo, porta ad Agostino a lottare per l’unità della Chiesa e per salvare l’integrità della fede.

La vita spirituale di Agostino non ci direbbe nulla se non si fosse concretizzata in un forte impegno per la Chiesa e nella Chiesa. Così anche la nostra spiritualità. In Agostino tutto inizia con la ricerca della verità che l’ha portato all’interiorità e all’autocoscienza; ha potuto sentire la gioia dell’incontro con Cristo nella parola di Dio, adesso la sua conversione lo porta ad assumere un chiaro impegno con la Chiesa e con il popolo, particolarmente con i poveri e gli schiavi, denunciando il loro maltrattamento (cf. Sant’Agostino, Sermone 1,19, 59).

Nella città di Ippona c’erano tanti poveri e schiavi. Nel Sermone170, 4, Agostino parla ai poveri chiamandoli “affumati”. Agostino denuncia che nelle case dei cristiani si possiedano “schiavi come chi possiede un cavallo o l’argento” (cf. Sermone 1, 19, 59). Per Agostino Cristo si identifica con i poveri: “Cristo tuo Signore è ricco là sopra e povero qui sotto. Qui soffre fame, ti chiede un prestito […] Da’ ai poveri, non perderai niente; quando dai a uno dei suoi piccoli, è a Cristo che dai […]. Da’ con tranquillità: il Signore è chi riceve, il Signore è chi chiede” (Sermone 1, 390, 2). L’elemosina è per i ricchi un modo di restituire i beni che appartengono a tutti. Per questo l’elemosina non è un optional per i ricchi, ma è un atto di giustizia: “Se donassi di quello che è tuo sarebbe prodigalità, ma donando quello che è di Lui, è restituire un debito che hai” (Sant’Agostino, Commentario ai salmi, 95, 15).

L’opzione per Cristo, obbligatoria è propria di ogni cristiano, è in stretta relazione con la dimensione di solidarietà con il povero. Cristo è in bisogno quando un povero lo è. Senza l’opzione per i poveri non è valida l’opzione per Cristo.

Agostino lo sa molto bene, per questo visita le autorità nel nome dei poveri; crea un fondo sociale, con la partecipazione di tutti, per rimediare ai bisogni dei suoi fedeli. Agostino ha una opzione profetica e di denuncia della corruzione. Un tema importante nella sua predicazione è la separazione tra i ricchi e i poveri.

4.- Attualità della spiritualità agostiniana

Sant’Agostino ha un messaggio significativo. La sua testimonianza ci invita ad uscire all’incontro con il mondo, come pellegrini dell’amore e dell’amicizia, di una vita degna per tutti, a partire da Verità, Libertà, Solidarietà, Interiorità, Grazia, Umiltà, Fede e Ricerca. Questo è di profonda attualità in un momento di vera siccità profetica.

La nostra missione oggi non è per niente facile. Direi che è audace, propizia per i profeti. Siamo immersi in una cultura della superficialità, che pare stimolare soltanto la sensibilità, frenare la riflessione, centrare l’attenzione soltanto in quello che appare e scartare le radici profonde delle cose. In questo contesto Agostino ci chiama a intraprendere il viaggio della profondità e a venire incontro ai bisogni degli uomini e donne del nostro tempo.

Sant’Agostino è un uomo di ieri per l’uomo di oggi. La Chiesa e il mondo hanno bisogno di altri Agostini, non perché ripetano quello che ha fatto Agostino, perché i contesti sono diversi, ma per rispondere ed essere attenti ai segni dei tempi, come Agostino ha fatto nei suoi tempi.

A voi, Canonici Regolari di Sant’Agostino, chiedo: tenendo presente la spiritualità agostiniana, come dovrebbe essere la vostra missione nel contesto sociale ed ecclesiale del secolo XXI?

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