IL VANGELO SECONDO MATTEO

Con l’Avvento del 2019 inizia il nuovo anno liturgico che segue il Vangelo secondo Matteo (anno A). Il nostro amico Gerardo Cautilli, biblista per passione, dopo averci offerto delle riflessioni sul genere letterario dei “Vangeli”, ci introduce questa volta al Vangelo secondo Matteo.

Introduzione (di Gerardo Cautilli)

Il Vangelo secondo Matteo si presenta come una composizione letteraria ben compaginata con al centro la figura solenne del Cristo pantocrator (onnipotente). Questa impressione è particolarmente viva se cominciamo la lettura dall’ultimo racconto: l’apparizione del Risorto in Galilea (28,16-20). L’appuntamento con i discepoli avviene “sul monte indicato da Gesù”, appena gli undici arrivano e lo vedono, si prostrano; ma il riconoscimento e l’adorazione convivono ancora con il dubbio (“si prostrarono innanzi, alcuni però dubitavano”). Il dubbio è vinto soltanto dall’iniziativa del Risorto il quale si fa vicino e parla. Sono le sue ultime parole, il suo testamento, ma sono anzitutto la rivelazione piena del suo potere messianico: “mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra”. Tale potere si esprime nella missione universale; d’ora innanzi i discepoli sono mandati non solo a Israele ma a tutte le genti, con il compito di rendere discepoli tutti, “battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, insegnando ad osservare non solo la Legge di Mosè, ma ciò che Gesù ha insegnato; non sono “venuto ad abolire la Legge e i Profeti, ma per dare compimento” (5,17). È decisamente un nuovo inizio!

Infine, l’ultimissima parola di Gesù attesta che egli non se ne va, ma resta sempre con la sua Chiesa: “Ecco io sono con voi sino alla fine del mondo” (28,20). Appare pienamente il senso del nome “Emmanuele, che significa Dio con noi” (1,23). Per Matteo la storia di Gesù, dall’inizio alla fine dischiude la meravigliosa presenza del Dio-con-noi!

Prima di incontrare Gesù, Matteo faceva il pubblicano, era cioè una persona incaricata di percepire le imposte. I pubblicani erano malvisti non solo perché collaboravano con la potenza occupante, ma perché le loro funzioni li mettevano in contatto con i pagani impuri, perciò erano anche considerati peccatori, trasgressori della legge. Matteo doveva certamente conoscere il greco, la lingua amministrativa, e l’aramaico; doveva inoltre essere abituato all’ordine e alla precisione; il suo mestiere comunque doveva procurargli una certa agiatezza; doveva aver già sentito parlare del profeta di Nazareth, dato che Gesù nei primi tempi della vita pubblica si era stabilito proprio a Cafarnao ove il pubblicano esercitava. Tuttavia dovette sorprendersi non poco quando, al suo banco di lavoro, si vide fissato da Gesù e si sentì dire semplicemente: “Seguimi” (9,9), Matteo si alzò dal suo posto e lo seguì. Da quel momento perdiamo le sue tracce.

L’episodio dell’incontro e della chiamata di Gesù è riportato da tutti e tre i sinottici ma Marco e Luca chiamano il pubblicano Levi e non Matteo. Perché Matteo e non Levi? Secondo alcuni si tratta della stessa persona che aveva due nomi, il secondo (Matteo) sarebbe stato quello assunto all’atto dell’ingresso nella cerchia dei discepoli; altri invece ritengono che Matteo e Levi non siano la stessa persona. Matteo però sarebbe stata una persona importante per la comunità del nostro Vangelo e perciò l’evangelista avrebbe sostituito allo sconosciuto Levi, figlio di Alfeo, uno dei discepoli che facevano parte del gruppo dei “Dodici”, facendosi così portavoce di un’antichissima tradizione ecclesiastica secondo la quale Matteo è l’autore di questo Vangelo.

Il Vangelo secondo Matteo vide la luce in quella parte del mondo orientale antico chiamata Siria, in epoca immediatamente successiva alla fine della guerra giudaica che con il suo esito catastrofico della distruzione di Gerusalemme e del Tempio (70 d.C.) segnò la fine delle istituzioni religiose del giudaismo ufficiale.

I destinatari di questo Vangelo erano di origine ebraica convertiti al cristianesimo ma legati ancora alle loro radici, spesso in tensione con gli ambiti di provenienza; da una parte avvertivano profondamente vivo l’innesto sul tronco dell’ebraismo, di cui condividevano le attese più profonde (il Regno di Dio) e il suo vanto (la Legge); d’altra parte Gesù si pone, con la sua dottrina e la sua opera, come il compimento dell’A.T. Si spiega, così, la ricchezza delle citazioni, delle allusioni e dei rimandi all’Antico Testamento nel Vangelo secondo Matteo, che dei tre sinottici si presenta come il più semitico.

L’ambiente vitale della conclusione, invece, come abbiamo letto, è quello ellenistico, di carattere universalistico.

Il Vangelo secondo Matteo è incorniciato tra l’introduzione, con i racconti dell’infanzia ove Gesù è presentato come il figlio di David e di Abramo e quindi il Messia, e la conclusione, di cui si è già detto.

Il corpo centrale narra dell’attività di Gesù, articolata in due grandi parti, caratterizzate rispettivamente dalla proclamazione del Regno (4,17-16,20) e dalla rivelazione ai discepoli della sofferenza, morte e risurrezione del Messia (16,21-28,20).

Nella trama narrativa spiccano cinque grandi discorsi: quello del monte (cc.5-7); quello missionario (c.10); quello in parabole (c.13); quello ecclesiale (c.18); quello escatologico (cc.24-25). Lo stesso evangelista si premura di avvertire il lettore della fine del discorso e del passaggio alla sezione narrativa; lo fa puntualmente con la medesima frase: “E avvenne quando Gesù ebbe finito questi discorsi…”.

Si contano anche sette sezioni narrative e i discorsi sono talmente collegati alla narrazione da non poter in alcun modo essere separati da essa.

Ci sono poi 10 citazioni di compimento, la cui formula suona abitualmente così: “questo avvenne affinché si adempisse quanto era stato detto dal Signore per mezzo del profeta”. Queste citazioni dimostrano che Gesù compie le Scritture ed è Lui che provoca a rileggerle e a dichiarare effettivamente compiuta quella salvezza che Dio aveva preannunciato per bocca dei profeti.

Matteo si rivela un grande catechista, i cinque discorsi formano il primo catechismo di Gesù; dal primo che presenta le condizioni fondamentali per entrare nel Regno di Dio, all’ultimo che descrive il destino eterno di chi è entrato e di chi ha rifiutato di entrare nel Regno di Dio, che, ancor più che negli altri sinottici è visto da Matteo sotto il duplice profilo di realtà futura e di realtà presente.

La sua è una catechesi di ampio respiro, organica e ben bilanciata. Ne è un segno l’armonia che è riuscito a creare alternando discorsi e narrazioni, un equilibrio dettato da ragioni di carattere pastorale: il vivo desiderio che alla dottrina corrisponda la prassi, che al vangelo ascoltato faccia riscontro il vangelo vissuto!

Come Matteo ci presenta Gesù? Nel primo versetto Gesù è dichiarato “Cristo, figlio di David, figlio di Abramo”.

Attraverso questa doppia figliolanza si intravvede una tensione tra particolarismo e universalismo. In quanto figlio di Abramo, Gesù è il compimento di quella promessa di benedizione che raggiunge tutte le famiglie/nazioni della terra. In quanto figlio di David, Gesù è l’Unto del signore, il re ideale, che come David avrà origine in Betlemme e sarà l’erede e il portatore delle promesse fatte alla casa di David. La missione di Gesù a Israele è fortemente sottolineata in Matteo, che, solo tra i sinottici, riporta un detto secondo il quale Egli è stato inviato soltanto “alle pecore perdute della casa d’Israele” (15,24).

Il primo degli Apostoli, Simon Pietro, nella sua confessione di fede al centro del Vangelo tiene insieme la messianicità davidica con la figliolanza divina: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. In Matteo i due titoli di figlio di David e di Figlio di Dio sembrano integrarsi in una prospettiva di obbedienza che si configura nel figlio/servo di Dio che prende su di sé le nostre infermità. Le dimensioni di umiltà e mitezza caratterizzano la cristologia matteana.

Matteo (e solo lui e con forza) rivendica per Gesù il titolo di Maestro (23,8.10). Un maestro che non insegna semplicemente una dottrina, ma una via di giustizia: è un maestro di vita! Oltre che Maestro autorevole è anche Pastore compassionevole, “vedendo le folle ne sentì compassione perché erano come pecore senza pastore” (9,36).

Il termine Ecclesia, Chiesa, ricorre in Matteo solo tre volte (la prima in 16,18 e le altre due in 18,17). In 16,18, dopo la professione di fede di Pietro, Gesù promette di fondare su di lui la sua Ecclesia. La Chiesa di Dio diventa la Chiesa di Cristo, la comunità messianica della quale possono far parte tutti coloro che, come Pietro riconoscono in Gesù il Cristo, Figlio del Dio vivente. In 18,17 il senso di Ecclesia è diverso e suggerisce l’idea di una comunità locale che si riunisce nel nome di Cristo Signore e alla quale viene affidato un compito che non è quello di condannare o rimproverare il peccatore, ma piuttosto di aiutarlo a riconoscere il proprio peccato. I membri della Chiesa sono fratelli e come tali sono esortati a trattarsi vivendo le loro relazioni in termini di accoglienza e di perdono.

Per le sue caratteristiche, il Vangelo secondo Matteo è la scrittura sacra neotestamentaria più utilizzata e quella più commentata dai Padri; ancora oggi il pensiero cristiano e la vita della Chiesa non cessano di attingervi ispirazione e forza.

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