IL VANGELO SECONDO MATTEO. Passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo

Di Gerardo Cautilli

Nella prima lettera ai Corinzi (15,3-6) Paolo riporta uno schema catechetico antichissimo, infatti dice non solo di averlo trasmesso ai Corinzi, quando nel 51 d.C. fondò la loro chiesa, ma di averlo ricevuto in un tempo ancora più antico quando, dopo la sua conversione, fu accolto nella comunità cristiana. Questo schema presenta l’annuncio di due fatti: “il Cristo morì” e “il Cristo è risorto”. Di ognuno di essi si dice poi il valore salvifico, illustrato con richiami biblici (“… morì per i nostri peccati, secondo le Scritture”, “… è risorto, secondo le Scritture”) con le rispettive prove (“e fu sepolto” e “fu visto da Cefa e poi dai Dodici”); per la risurrezione cita anche i testimoni (“in seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti”).

Nella prima catechesi apostolica, dunque, in tempi molto vicini ai fatti, l’annuncio del Cristo consiste nell’annuncio della sua morte e risurrezione. Anche l’annuncio di Pietro, dopo la Pentecoste, è incentrato sulla morte e risurrezione di Gesù (At 3,15). Questo binomio di morte e risurrezione, in sé paradossale e contraddittorio, è un fatto storico: al fallimento umano di Gesù, la sua morte crudele e ignominiosa, si contrappone la sua vittoria definitiva, la sua risurrezione.

L’importanza della Pasqua (il passaggio di Gesù al Padre attraverso la sua morte e la sua risurrezione) è anche una questione teologica: solo dopo questi eventi fu possibile ai discepoli comprendere in modo chiaro sia l’insegnamento di Gesù che il senso delle azioni da lui compiute. Prima della Pasqua non era possibile capire il senso e gli effetti della risurrezione di Gesù, nonostante le sue predizioni. In alcuni passi del Vangelo ciò è detto in maniera limpida e senza ambiguità; basti considerare l’episodio della Trasfigurazione allorquando, scendendo dal monte, Gesù ordinò ai tre discepoli che lo avevano accompagnato: “Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti” (Mt 17,10); ma ancora più esplicitamente, in Marco: “mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti” (Mc 9,9-10).

In effetti, nonostante le predizioni solenni della risurrezione, la fede dei discepoli aveva bisogno di essere illuminata su questo punto; essi avevano recepito soprattutto l’annuncio delle sofferenze e della morte e ne furono profondamente turbati perché si rappresentavano il Messia come un trionfatore glorioso. Ciascuno di loro, come noi, avevano fatto esperienza nella loro esistenza della sofferenza e della morte e quindi le comprendeva. Ma la risurrezione di Gesù esula dai confini dell’esperienza umana e comporta lo sconvolgimento di convinzioni e di valori; grazie ad essa la morte non è più la conclusione definitiva dell’esistenza umana, ma solo della parte più breve e travagliata di essa. Di là, oltre la soglia tenebrosa, c’è una vita senza tramonto nella visione beatificante di Dio. Cristo, risorto dai morti, garantisce tale realtà. Invero i Vangeli non descrivono la croce come un fallimento: la croce non è l’ultima vicenda di una storia, ad essa è seguita la risurrezione.

Nel racconto della passione e morte di Gesù si registra una grande convergenza di tutti e quattro gli evangelisti, segno che all’epoca della redazione scritta era un racconto già molto diffuso, particolareggiato e coerente, reso quasi intoccabile.

Naturalmente ciascun evangelista nella sua narrazione presenta delle tipicità sue proprie; Matteo evidenzia la situazione della sua comunità che, in contrapposizione al giudaismo aggressivo, era alla ricerca di un’identità dopo la separazione definitiva da esso. In questo quadro si spiega l’insistenza di Matteo sul tema del rifiuto del Messia da parte di Israele (cfr. già Mt 1-2 dove Gesù è perseguitato da Erode); i giudei e i pagani sono messi di fronte al Messia: cfr. le monete con cui il giudaismo ha mercanteggiato il Messia (27,3-10); la testimonianza di Giuda che dichiara di aver tradito il “sangue innocente” (27,4); la moglie di Pilato che definisce Gesù “un giusto” (27,19); Pilato che si dichiara innocente (27,24) mentre tutto il popolo grida l’auto-maledizione (27,25); la guardia posta alla tomba dai giudei, la diceria diffusa da loro e la loro malafede (28,11-14).

Nel Vangelo secondo Matteo, la narrazione della passione, morte e risurrezione è esposta nei capitoli 26,27 e 28; si può strutturarla in tre atti:

  • I preliminari della consegna di Gesù (26,1-46)
  • La consegna di Gesù in balia degli uomini e la sua morte (26,47-27,66)
  • La vittoria sulla morte e la missione ai popoli (28).

La chiave di interpretazione dell’intero racconto è data dalle parole profetiche con le quali Gesù si rivolge ai discepoli all’inizio del suo dramma: “Voi sapete che fra due giorni è Pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso” (26,2). È Gesù che, annunziando quanto avverrà durante la Pasqua, fa capire che è lui il padrone degli avvenimenti che stanno per accadere, che tutto si realizzerà secondo la sua parola, quasi fosse proprio lui che permette all’antagonista di agire. La sorte del Figlio dell’uomo non è determinata dalle autorità ebraiche o dal popolo; la decisione che fa partire il dramma finale la prende Gesù stesso in conformità al piano di Dio. Gesù è il protagonista principale che sin dall’inizio domina la scena anche quando viene privato della libertà e sottoposto a vessazioni e torture fisiche e morali, quando viene crocifisso e quando muore. La cristologia matteana si caratterizza anche nella frequenza del nome di Gesù; in Gesù che compie le Scritture (26,56; 27,9-10); nei particolari poteri di Gesù, affermati al momento dell’arresto (26,53 sugli angeli), dei processi (26,61 sul tempio) e della morte (27,51-53 i segni cosmici).

Il lettore è orientato a fissare lo sguardo su Gesù e a capire che è cosciente di quanto sta per avvenire.

Nel racconto compaiono altri personaggi, a cominciare dai Dodici, tra i quali una parte rilevante viene assunta da Pietro e da Giuda; ci sono le donne, che hanno seguito Gesù dalla Galilea per assisterlo. Un ruolo determinante viene poi svolto dai capi dei giudei, che formano il sinedrio presieduto dal sommo sacerdote Caifa; dai capi dei sacerdoti e dagli anziani. Infine, il governatore Pilato, che rinuncia al ruolo di giudice, e il tribunale del popolo che all’unanimità si assume la responsabilità della morte di Gesù.

Il racconto della passione e della morte di Gesù è conosciuto e non si può riassumerlo senza ridurlo e tradirlo. Fermiamoci invece a riflettere un poco su qualche aspetto di questo mistero oscuro della storia e, leggendo nel Vangelo secondo Matteo l’arresto e il processo di Gesù, accompagniamoci con Pietro, che ben rappresenta ognuno di noi, specialmente quando ci troviamo in situazioni che non siamo preparati ad affrontare, che ci fanno paura e che mettono in dubbio o fanno crollare tutte le convinzioni e principi sui quali fondavamo le nostre certezze e la nostra esistenza.

Mentre Gesù si avvia con gli Apostoli verso il Monte degli ulivi disse loro: “Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti: percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge” (Mt 26,31). Le parole di Gesù ci fanno capire tutta la debolezza degli Apostoli: sono come pecore e, se non c’è il pastore, sono destinate ad essere disperse. Continua Gesù: “ma dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea. E Pietro gli dice: Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai” (26,33). Dopo che Gesù gli predice il triplice rinnegamento, Pietro gli risponde: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò” (26,35). È un comportamento, da parte di Pietro, che mostra la sua generosità, la sua convinta fiducia in Gesù, ma le sue ferme convinzioni gli impediscono di aprirsi alla novità portata da Gesù. L’Apostolo aveva ancora l’idea di Dio dell’Antico Testamento: il Dio d’Israele, il grande, il potente, il vincitore dei nemici; davanti allo scandalo di Gesù il discepolo inciamperà e cadrà. E, quando Gesù, presi Pietro e i due figli di Zebedeo, dopo aver provato tristezza e angoscia, prega con la faccia a terra, segno della sua estrema sottomissione alla volontà di Dio, Pietro comincerà a scandalizzarsi e a non capire. In quell’ora tragica e solenne, nonostante le esortazioni del Maestro a vegliare e pregare, i discepoli si addormentarono più volte perché “i loro occhi si erano appesantiti” (26,43) segno di disorientamento mentale e di spirito offuscato. La confusione di Pietro diventa totale al momento dell’arresto, egli non sa più cosa fare, qual è il suo compito, come mai Gesù viene abbandonato da Dio. Purtuttavia Pietro ama profondamente il suo Maestro e “lo segue da lontano” (26,58). È un uomo diviso, non sa più che cosa fare, è pieno di dubbi e di incertezze, totalmente smarrito, eppure non se la sente di abbandonare il Maestro, anche se per prudenza non lo segue da vicino. Nel cortile del sinedrio lo stato di confusione di Pietro raggiunge il massimo, per tre volte rinnega Gesù finendo anche con l’imprecare e giurare di non conoscerlo. Subito dopo, al canto del gallo, Pietro si ricordò delle parole di Gesù e gradualmente percepisce che quei fatti voluti da Gesù corrispondevano al piano di Dio. Nonostante fosse stato con il Maestro per tanto tempo non aveva capito nulla e si lascia andare ad un pianto amaro. Tra le lacrime inizia ad intravedere che Dio si rivela nel Cristo schiaffeggiato, insultato, rinnegato da lui e che per lui va a morire. Attraverso questa lacerazione e umiliazione vergognosa Pietro comincia ad entrare nella conoscenza del mistero di Dio. Dopo la risurrezione, ritroveremo Pietro con gli altri discepoli in Galilea sul monte che Gesù aveva loro fissato; visto il Risorto gli si prostrarono innanzi e ricevettero la missione universale.

Si può comprendere la natura della risurrezione di Gesù se la si mette al confronto con quella di Lazzaro. Quella di Lazzaro non fu una risurrezione, ma la rianimazione di un cadavere: uscendo dal sepolcro, egli tornò a prolungare di qualche tempo la vita biologica, con i suoi limiti e le sue esigenze. Egli tornò alla stessa vita di prima, per poi morire di nuovo. Invece “il Cristo, risuscitato dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui” (Rm 6,9). Il corpo della sua risurrezione non è più il corpo fisico di prima, ma è un corpo glorioso, reso spirituale. È un corpo che trascende le limitazioni della storia, ma è capace di manifestarsi in essa. Sottratto alla morte dalla potenza di Dio, reso corpo spirituale ed entrato nella gloria, il Risorto, “primogenito di coloro che risuscitano dai morti” (Col 1,18), diventa sorgente di salvezza e di vita, dona lo Spirito e introduce nella gloria quelli che aderiscono a lui nella fede.

A confronto con quelli della passione, i racconti pasquali risultano tra loro in discontinuità e spesso anche in contraddizione. Nei Vangeli non si ha mai alcuna descrizione dell’attimo della risurrezione; essa è desunta dai racconti del sepolcro vuoto, che di per sé però non sono considerati come prove della risurrezione, ma servono piuttosto da rinvio alle apparizioni del Risorto. In effetti, la prova della risurrezione sono le apparizioni; così che “testimoni” della risurrezione significa piuttosto “testimoni” delle apparizioni del Risorto.

Quello delle apparizioni fu un periodo chiuso dall’Ascensione: il tempo della visione è finito, comincia quello della fede, alla testimonianza oculare succede la testimonianza profetico-missionaria. Quel tempo e quelle apparizioni furono irripetibili e fondanti, da essi nacque la fede pasquale: dallo scandalo subito nella passione e crocefissione, attraverso l’incontro con il Risorto, i discepoli passano alla convinzione che Gesù non è uno sconfitto, ma che Dio lo ha fatto Principe della vita e Salvatore.

Nel Vangelo secondo Matteo l’ultimo capitolo, il 28; tratta della risurrezione. Esso si compone di due parti: nella prima sono narrati i fatti che s’imperniano intorno al sepolcro vuoto, nella seconda parte è riferita l’apparizione di Gesù dapprima alle donne e poi ai discepoli in Galilea.

Passato il sabato, all’alba, le donne (Maria di Magdala e l’altra Maria) si recarono al sepolcro per visitarlo; ci fu un gran terremoto e un angelo del Signore, il cui aspetto era come folgore e il vestito come neve, scese dal cielo, rotolò la pietra di chiusura e si mise a sedere su di essa, così indicando la vittoria sulla morte. Le guardie furono sconvolte; le donne, invece, dopo essere state tranquillizzate e invitate a non avere paura, ricevono dall’angelo l’annuncio che Gesù il crocifisso “non è qui”; “è risorto”, “come aveva detto”. Dopo aver invitato le donne a verificare che la tomba era vuota, l’angelo dice loro: “Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti. E ora vi precede in Galilea; là lo vedrete” (28,8).

Nell’animo di queste donne si combattono due sentimenti contrastanti: la paura dovuta alla constatazione della tomba vuota e la gioia per l’annuncio della risurrezione. Mentre, con un misto di sentimenti, di ricordi, di considerazioni, si affrettano a fare quanto aveva loro detto l’angelo, ecco: Gesù viene loro incontro e le saluta cordialmente. Non è detto nulla della loro meraviglia, della loro gioia, della loro prontezza nel riconoscere Gesù; sicuramente devono aver dimenticato ogni tristezza e, con un gesto che manifesta affetto misto a gioia e a venerazione, si buttano ai piedi del Maestro e lo adorano come vincitore della morte, come Signore della vita e della storia. Probabilmente c’è anche una particolare riconoscenza per quel Maestro che aveva dato loro una importanza particolare, che le aveva riscattate da un ruolo di subordinazione e di emarginazione, che le aveva ammesse al suo seguito. Sono povere donne spaurite che nella vita hanno svolto un ruolo secondario, nascosto, ma sono quelle che sono state sempre presenti con il loro servizio, il loro amore, la loro comprensione. È a loro, per prime, che il Risorto appare.

Il Risorto dice loro: “non temete”; è questo l’annuncio messianico risuonato in altri momenti significativi della storia di Israele; i giorni della paura e del dubbio sono dunque passati, bisogna lasciare alle proprie spalle il dolore e la sofferenza e prepararsi ad annunciare la gioia della vita, della salvezza: credere in Gesù risorto è la felicità per il genere umano. Sono queste donne che fanno da mediazione tra Gesù e i suoi discepoli. Il Risorto infatti le invita ad annunziare ai discepoli, che ora chiama “miei fratelli”, che vadano in Galilea e là lo vedranno.

A questo punto Matteo, e solo lui tra gli evangelisti, introduce l’episodio della corruzione delle guardie ad opera dei sommi sacerdoti e degli anziani, volta a fornire una falsa interpretazione della tomba vuota, secondo la quale sarebbero stati i discepoli a trafugare il cadavere approfittando del sonno dei guardiani; “così questa diceria si è divulgata fra i giudei fino ad oggi” (28,15).

I cinque versetti che chiudono il Vangelo offrono una splendida immagine del Cristo che, apparendo ai discepoli in Galilea, dichiara la sua autorità universale: “mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt28,18) e invia i discepoli in missione verso tutti i popoli: “andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” (28,19-20).

L’ultima parola di Gesù è una promessa che vale come garanzia di incoraggiamento e di fiducia non solo per i suoi discepoli ma soprattutto per noi che siamo chiamati a far parte di quella missione: “Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (28,20).

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