IL VANGELO SECONDO MARCO (II parte)

Il ministero di Gesù, dalla Galilea all’ingresso a Gerusalemme

Come detto nell’introduzione (pubblicata in questa rivista, al n. 68 del dicembre 2020), Gesù, così come presentato dall’evangelista Marco, è sempre in cammino. Accompagniamo ora Gesù nel suo itinerario, dall’inizio del suo ministero in Galilea fino a Gerusalemme, ove sarà arrestato e condannato a morte per crocifissione, per segnalarne le tappe più importanti e significative.

“Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”. Questo è il primo versetto, l’intestazione in cui viene annunciato il contenuto del libro: la buona notizia, che riguarda l’inizio dell’epoca della salvezza ad opera di Gesù che ne fu il primo annunciatore e il protagonista.

Viene quindi presentato Giovanni Battista, nel quale cominciano a realizzarsi le promesse messianiche. Il racconto prosegue con due scene: il Battesimo di Gesù, con la testimonianza del Padre che lo riconosce come il suo “Figlio prediletto” (1,9-11) e il superamento delle tentazioni nel deserto (1,12-13), narrazione brevissima rispetto agli altri due sinottici; nella prima scena viene mostrato l’aspetto glorioso di Cristo, mentre nella seconda si illustra l’aspetto doloroso e drammatico.

La prima parte del Vangelo secondo Marco è ambientata prevalentemente in Galilea, ove Gesù, lasciando il deserto, si recò dopo l’arresto di Giovanni, e iniziò la sua predicazione annunciando: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo” (1,15). Queste sono le prime parole di Gesù riportate da Marco. È una sintesi della sua predicazione, l’eco di queste parole ci accompagnerà lungo tutto il cammino.

Il contenuto centrale del Vangelo è il Regno di Dio, un dono del quale viene segnalato l’approssimarsi e che richiede da parte degli uomini una risposta: la conversione e la fede. La conversione non è un semplice riconoscimento dei propri errori, ma un cambiamento radicale dell’uomo che comporta un ritorno a Dio da cui si era allontanato con il peccato. La fede (“credete al vangelo”) è l’atto perfettivo della conversione, non una semplice adesione alla buona novella, ma una convinzione profonda sulla verità rivelata nel vangelo e quindi sulla persona del Cristo che l’annuncia. La venuta del Regno è inarrestabile, nonostante le difficoltà concrete, perché la parola di Dio è potente e feconda: l’importante è riconoscerne la presenza dentro la vita e la storia, così da far nascere una certezza fiduciosa.

Gesù comincia ad operare in Cafarnao e nei villaggi attorno; è sempre in movimento: dal lungomare alla sinagoga, alla casa di Simone e di Andrea, al luogo deserto ove si recava di buon mattino per pregare. Il racconto registra la chiamata dei primi discepoli, lo stupore della gente, la meraviglia per l’insegnamento autorevole e la capacità terapeutica di Gesù, il crescente afflusso di popolo e l’adesione degli oppressi. Gesù sconcerta per il suo modo di comportarsi e di interpretare la legge, e questo fin dall’inizio, fin dal primo miracolo operato intenzionalmente di sabato, in sinagoga. Tutto ciò provoca la reazione dei potenti; i farisei non sono disposti a mettere in questione le proprie convinzioni e tradizioni, Gesù si rattrista per la durezza del loro cuore, ma essi hanno già deciso: aspettano solo il momento buono per eliminarlo. Di fronte alla minaccia di morte Gesù si ritira presso il mare; ma la gente, sentendo quello che faceva, continua ad accorrere, anche da oltre i confini della terra promessa. Gesù poi sale sul monte e costituisce i Dodici, da questi forma la radice del nuovo popolo definitivo, popolo che non segue più gli schemi dominanti del mondo, ma sta con Lui e compie la volontà del Padre.

A chi lo sa ascoltare, Gesù spiega, sotto il velo delle parabole, come il Regno di Dio tra gli uomini si realizzi tra mille difficoltà e crisi, nell’apparente nullità e piccolezza, perché è potenza di Dio. Da parte dell’uomo ci deve essere una fiducia illimitata nella fedeltà di Dio; si tratta di una fede che cerca di “toccare” (5,28) Gesù, da cui si sprigiona la potenza di Dio, che ha il potere di liberare dal sepolcro e dalla morte.

Gesù compie opere potenti sull’una e sull’altra riva del mare, caccia una legione di demoni, guarisce e risuscita, ma si imbatte in un rifiuto più grave del primo, quello dei suoi compaesani, che guardando solo alle sue umili origini e alle condizioni di famiglia, non possono ammettere che Dio gli abbia conferito tanta autorità e dignità e chiusi nelle loro false sicurezze non consentono a Gesù, meravigliato della loro incredulità, di operare nessun prodigio, restando così ottusi e piccoli. (6,1-6). Dopo quello dei farisei, questo è il secondo preludio della passione; ma Gesù non arresta il suo cammino.

Finora abbiamo visto la gente che accorreva da Gesù, anche quando lui si ritirava in disparte, ora vediamo Gesù che invia i Dodici, a due a due, a testimoniare l’avvento del Regno, ma prima di inviarli li chiama a sé, quasi a rafforzare il loro rapporto con Lui. Seguono le due grandi scene parallele della moltiplicazione dei pani, segno del dono che Gesù farà di sé sulla croce, ma che registra l’incapacità dei discepoli a comprendere, “non capite ancora?” (8,21).

Siamo ora giunti alla parte centrale del Vangelo, la cerniera che lega la prima alla seconda parte (8,27-9,31), al cuore di tutto il racconto; in esso si trovano collegati i tre titoli fondamentali della teologia marciana: Messia, Figlio di Dio, Figlio dell’uomo.

Nel primo versetto del Vangelo, nell’intestazione, è citato il titolo di “Cristo”, cioè Messia, ma dopo, nella prima parte, non compare più. Durante il viaggio verso Cesarea di Filippo, Gesù domanda ai discepoli che lo seguono:” Chi dice la gente che io sia?”. Ottiene una risposta che riassume alcuni degli attributi più noti ed elevati che l’AT riservava all’atteso Messia (che nell’ebraico significa “Unto”, secondo la tradizione di consacrare con l’unzione i sacerdoti e i re d’Israele), ma tutti insufficienti per definire Gesù, che ora, per la prima volta, chiede direttamente ai discepoli: “Voi invece chi dite che io sia?”. È questa una domanda che non vuole una risposta ovvia e scontata, è quasi una provocazione, che li chiama ad uscire dagli abituali criteri di valutazione e di giudizio. Pietro risponde per tutti: “Tu sei il Cristo!” (8,29). Forse oggi siamo abituati a considerare “Cristo” come parte integrante del nome Gesù che non ci rendiamo conto della portata di tale risposta. L’Apostolo giunge a dire che Gesù è l’Unto per eccellenza, l’inviato di Dio, il Messia che tutti attendevano. Pietro esprime un giudizio nuovo, che segna il punto d’arrivo della prima parte del vangelo e rappresenta una prima comprensione di cosa significhi l’attributo “Cristo”, che qui viene espresso per la prima volta e acquista il suo nuovo e profondo significato.

Dopo questo episodio si apre la seconda parte del Vangelo, che avrà lo scopo di portarci ad una più vera e profonda comprensione anche del secondo titolo, quello indicato, insieme a “Cristo”, nell’intestazione: “Figlio di Dio”. Così si rivolgevano a Gesù gli spiriti immondi (3,11; 5,7), ma è la voce stessa del Padre che al Battesimo nel Giordano (1,11) e sul monte della Trasfigurazione (9,7) dirà: “questi è il Figlio mio, quello amato. Il paradosso è che il riconoscimento di Gesù come Figlio di Dio non avviene né dopo la proclamazione del Padre, né quando Gesù si mostrava taumaturgo potente, capace di sfamare le moltitudini e di risuscitare i morti, ma nel momento della sua massima espressione di debolezza, quale è il morire. E ciò ad opera del centurione (un pagano!) che stava sotto la croce: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio” (15,39). Il mistero del Cristo lo si comprende solo con gli occhi della fede che nasce sotto la croce.

C’è poi un altro titolo, quello di “Figlio dell’uomo”, che non appare nel titolo del vangelo, ma con cui Marco designa abitualmente Gesù (14 volte). È una qualifica misteriosa, che per sé significa semplicemente “uomo”, uno che fa parte dell’umanità, un mortale. È una denominazione che ha, però, un valore ambivalente: da un lato, sottolinea la sofferenza del Messia “servo del Signore”, dall’altro, accogliendo una visione di Daniele (in cui il Figlio dell’uomo si oppone alle bestie che salgono dal mare e, venendo sulle nubi del cielo, riceve la sovranità universale), ne rivendica la gloria. Gesù lo utilizza per rivelare il mistero della sua identità di Messia rifiutato dagli uomini e glorificato da Dio; se lungo la strada che lo porta a Gerusalemme la denominazione di “Figlio dell’uomo” accentuerà prevalentemente gli aspetti di umiliazione e di sofferenza, paradossalmente, quando la passione è già cominciata, Gesù la utilizzerà per annunciare la sua gloria!

Torniamo a Cesarea. Finalmente uno dei Dodici, Pietro, risponde in maniera soddisfacente dichiarando l’identità del Maestro: “Tu sei il Cristo”, ma Gesù invece di rallegrarsi sembra rabbuiarsi e farsi duro e, inaspettatamente anche qui, c’è l’ingiunzione del segreto; usando lo stesso tono minaccioso con cui si era rivolto ai demoni, impartisce un ordine solenne: “E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno”. Perché? Il problema era: quale Messia? Pietro infatti, pur avendo pronunciato una sincera professione di fede, subito dopo mostra di non aver capito molto sul mistero di Gesù e di essere ancora troppo impregnato di mentalità mondana. Per questo Gesù, pur accettando la risposta di Pietro, giusta ma solo parzialmente, subito “cominciò ad insegnare”, spiegando qual è il “suo” modo di essere il Cristo; seguono infatti i tre annunci del mistero pasquale (8,31; 9,30-31;10,32-34), nei quali Gesù parla di sé con il titolo di “Figlio dell’uomo”. Queste predizioni non riguardano solo la passione, le sofferenze, l’umiliazione e la morte, ma anche la risurrezione! Tuttavia non è capito; la via della sofferenza non si accordava con la concezione messianica dei discepoli. Anzi Pietro si sente in dovere di intervenire tanto che “cominciò a rimproverarlo”. A sua volta Gesù sgrida l’Apostolo in modo particolarmente brutale. Poi chiama a sé la folla e, senza mezzi termini, enuncia le condizioni della sequela: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

Segue l’evento della Trasfigurazione, anticipo della risurrezione, e che si abbina alla confessione di Pietro, di cui sembra la conferma più autorevole, giunta dal cielo a dissipare ogni incertezza. I tre discepoli più intimi contemplano la gloria di Gesù tra Mosè ed Elia e ricevono la testimonianza della voce divina: “Questo è il Figlio mio prediletto, ascoltatelo!”. Mentre poi discendono dal monte Gesù comandò ai tre discepoli di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, fino a quando il Figlio dell’uomo non fosse risuscitato dai morti (9,9); ma i tre non capivano cosa fosse la risurrezione e si interrogavano al riguardo. È questa la prima volta che il comando del silenzio comprende una limitazione di tempo (il segreto deve cessare con la risurrezione); da questo momento il segreto viene man mano attenuandosi e il mistero di Gesù sempre più, progressivamente, manifestandosi.

Gesù continua il suo cammino, dopo essere passato per Gerico, entra in Gerusalemme, con un ingresso trionfale, acclamato come re-Messia dalla folla; ormai abbandona il silenzio sulla sua identità e la manifesta anche ai suoi nemici in maniera aperta e franca. Marco ci mostra Gerusalemme come una realtà complessa: è una città interessata al profeta apparso in Galilea, è la roccaforte del giudaismo tradizionale, è la città del tempio (ove abita il Nome di Dio e la sua Presenza) e, infine, il luogo della morte del Figlio dell’uomo.

Gesù entra in Gerusalemme a cavallo di un asinello, presentandosi come Messia povero, umile e pacifico; ma è inviato da Dio e superiore a Davide, la sua missione è messianico-religiosa: viene non per ristabilire il regno del padre Davide, ma, con una autorità celeste, a fondare la “casa di preghiera” per “tutte le genti”. Nel tempio non trova frutti, esso non ha futuro, verrà distrutto e sarà sostituito da un tempio non fatto da mani d’uomo, che sarà opera di Dio e abbraccerà il mondo intero.

Siamo ormai nell’ultima settimana di Gesù sulla terra, in Gerusalemme; nel primo giorno dopo l’ingresso messianico in città, Gesù entra nel tempio; nel secondo giorno c’è l’episodio del fico sterile e la purificazione del tempio; nel terzo giorno, dopo varie dispute nelle quali ridurrà al silenzio gli avversari, Gesù pronuncia il discorso escatologico (cioè riguardante gli ultimi eventi della storia e del mondo), annuncerà la venuta del Figlio dell’uomo ed esorterà alla vigilanza, non sapendo qual è il momento preciso, “vegliate!”(13,37). Questa è l’ultima e decisiva occasione offerta ai giudei per comprendere nella sua realtà la persona e la missione di Gesù. Le sue parole e i suoi gesti continuano però a non essere compresi; e allora il dramma diventerà inevitabile.

Gerardo Cautilli

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