PRIMO incontro formativo della comunità territoriale italiana con don Marco Vitale – 16 febbraio 2021

IL DONO DELLA FEDELTA’, LA GIOIA DELLA PERSEVERANZA

a cura di padre Rinaldo

Martedì 16 febbraio, la comunità Cric italiana si è riunita per l’incontro plenario annuale, in collegamento online, causa covid. È stato invitato come relatore Don Marco Vitale, responsabile della Comunità Agape di Roma. Il tema che ci accompagnerà in questi incontri di formazione prende spunto dal documento per gli Orientamenti della CIVCSVA “Il dono della fedeltà, la gioia della perseveranza” (Città del Vaticano 2020).

L’intervento si concentra sulle prime due parti del documento: “Lo sguardo e l’ascolto” e “Ravvivare la consapevolezza”.

SINTESI DELLA SCHEDA

La presentazione inizia partendo da alcune definizioni di termini, prese dai dizionari:

  • Fedeltà: “Costante rispondenza alla fiducia accordata da altri o a un impegno liberamente assunto, spec. sul piano affettivo”.
  • Perseveranza: “Costanza di atteggiamento o di comportamento, specialmente in quanto accompagnata o motivata da propositi virtuosi o sostenuta da una convinzione personale”.

Si parla, sia nella definizione di fedeltà che in quella di perseveranza, di costanza, che quindi è un elemento importante. Inoltre, c’è l’accenno ai propositi virtuosi, teorici, che però vanno confrontati con i valori effettivamente “vissuti”, quali, ad esempio, il bisogno di autonomia, il diritto a sentirsi voluti bene da qualcuno, ecc.

  • Abbandono: “Cessazione volontaria, più o meno motivata o legittima, da parte di un soggetto, di un rapporto di convivenza o di una responsabilità”.

Al di là di quello che dice la definizione, spesso gli abbandoni non sono atti liberi, ma motivati da costrizione.

  • Cultura del provvisorio: “…induce il bisogno di avere sempre delle ‘porte laterali’ aperte su altre possibilità, alimenta il consumismo e dimentica la bellezza della vita semplice e austera, provocando molte volte un grande vuoto esistenziale”.

È la cultura del relativo, che porta a sostituire i veri “valori della vita” con beni effimeri che non riescono ad appagare la sete di assoluto, di certezze, di sicurezze che è insita in ogni persona” (Papa Francesco)

Papa Francesco ha ben chiaro che ci sono limiti forti nei religiosi, ma anche che bisogna puntare a rivitalizzare la sete di assoluto che c’è in ogni persona, evidentemente modulandola nelle diverse fasi della vita.

I – parte. Lo sguardo e l’ascolto

Inizialmente vengono presentate alcune situazioni che poi verranno riprese e approfondite. Ne riassumo le principali:

  • A) Riconoscere alcuni “nodi” con sguardo vigile e ascolto attento.

I nodi sono quasi sempre gli stessi: ad esempio l’affettività, intesa a volte come durezza, o come dipendenza affettiva, o come incapacità di entrare in empatia con le persone; oppure la fragilità psicologica, ad esempio nel vivere in modo compulsivo alcuni tipi di peccati.

  • B) Uno sguardo distorto provoca confusione tra livello psicologico, relazionale e spirituale

Spesso non riusciamo a riconoscere le caratteristiche di ciascun ambito. Ma dall’altro, occorre tener conto che la persona è sempre una.

  • C) Velocità nel riconoscere chi è in difficoltà ed essere preparati a farlo.

Di solito, purtroppo, nella Chiesa si procede all’opposto: si interviene solo dopo che è accaduto uno scandalo, quando ormai la situazione è inveterata e difficilmente sanabile.

  • D) “Attrazione” come antidoto alla paralisi della quotidianità.

Non vivere un rapporto “professionale” tra superiori/vescovi e confratelli, ma cercare un equilibrio, in modo che si possa suscitare nella persona un’“attrazione” per il bello della vita religiosa, nonostante le difficoltà che si stanno vivendo.

  • E) Segnali di pericolo: individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi, dipendenza, sistemazione, ripetizione di schemi prefissati, dogmatismo, nostalgia, pessimismo, rifugio nelle norme, la tentazione della sopravvivenza, oscuramento delle problematiche nel timore di esporre le debolezze.

II –  parte. Approfondimento

Nella II parte vengono approfonditi alcuni concetti confrontati con la propria realtà.

Ne riporto alcuni passaggi descritti nella scheda:

Per riconoscere occorre innanzitutto conoscere “nodi” e “persone” a livello personale e comunitario:

  • Livello personaleNodi: storia familiare e vocazionale, dimensione affettivo relazionale, la propria immagine di Dio, traumi;Persone: il mio modo di “funzionamento” psicologico e spirituale;
    • Livello comunitario
      • Nodi: struttura e funzionamento della comunità (sia diocesi che congregazione), carisma, leadership
      • Persone: conoscenza, accoglienza, integrazione, qualità della relazione tra confratelli e istituzione
  • Uno sguardo distorto provoca confusione tra livello psicologico, relazionale e spirituale
  • Utilità di un lavoro coordinato in equipe
  • Conoscenza di sé prima che di quella dell’altro
  • Integrazione non è confusione: necessità di distinzione di persone, approcci, linguaggi e metodi
  • L’unità della persona è fatta di impulsi, emozioni, ragionamenti, sentimenti, volontà…
  • Il rischio del «brodo tossico» (ossia di un ambiente negativo, in cui si vivono situazioni difficili, ma di cui non si può parlare né intervenire) e dell’abuso di coscienza / di potere.
  • Il rischio della distorsione della realtà.
  • Velocità nel riconoscere chi è in difficoltà ed essere preparati a farlo

Per riconoscere, occorre:

  • Conoscere se stessi, conoscere l’altroNon ha senso chiedere aiuto solo dopo aver perso il controllo della situazione personaleVivere nell’isolamento
  • Essere preparati significa:
    • Non ci si improvvisa formatori
    • La professione perpetua o l’ordinazione non danno l’onniscienza
    • Lavorare in equipe garantisce una pluralità di osservazione ed interventi
      • Aver lavorato su se stesso e vivere in un processo costante di crescita in cui accogliere in modo ordinario la crisi quotidiana ed eventualmente quella straordinaria

D) “Attrazione” come antidoto alla paralisi della quotidianità

  • Un possibile contrario di abbandono è legame. Il legame è possibile se esiste un polo di attrazione
  • Il ruolo dei valori trascendentali (a cui educare e saper riconoscere)
  • Attenzione a non confondere bisogno e valore (non basta fare le cose, anche se buone; occorre indagare le motivazioni per cui si vivono determinate azione, anche caritative, che a volte possono essere compiute per bisogno di riconoscimento da parte del singolo religioso, e non per effettivo amore nei confronti dei poveri).
  • Importanza del “contesto” affettivo relazionale
  • La quotidianità come valore e non come impedimento. I criteri per realizzare una sana quotidianità (nella preghiera, nello studio, nell’impegno pastorale, nella vita fraterna, a tavola, …)

Conclusione

Questa è la sintesi della prima scheda che don Marco ci ha presentato, concludendola con due domande per il lavoro a casa. Dopo un breve scambio e confronto, ci siamo riproposti di riprendere in mano questi punti a livello personale e nelle nostre comunità locali. L’esito delle riflessioni verrà condiviso nel prossimo incontro di marzo, con tutte le comunità locali collegate online e con la presenza sempre di don Marco.

Spero che queste riflessioni ci aiutino a crescere nel nostro cammino di continuo discernimento, al giorno d’oggi diventato necessario e indispensabile nella vita consacrata per raggiungere una piena maturità e per non fermarsi «solo alle buone intenzioni… Uomini e donne del discer­nimento, i consacrati diventano capaci di interpretare la realtà della vita umana alla luce dello Spirito, e così scegliere, decide­re e agire secondo la volontà divina. La formazione comporta un costante eserci­zio del dono del discernimento…». (n. 3 – Il dono della fedeltà…)

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