GIORNATA DELLA VITA CONSACRATA con S.E. Mons. Carballo

DOMENICA 7 FEBBRAIO 2021

GIORNATA DELLA VITA CONSACRATA

CHIESA PARROCCHIALE DI REGINA PACIS

OMELIA DI S. E.

+ Fr. José Rodriguez Carballo, ofm

Arcivescovo segretario della Congregazione Pontificia per i Religiosi

Carissimo P. Generale, P. Rinaldo; carissimo P. Vicario generale e Parroco di questa comunità parrocchiale di S. Maria Regina Pacis, P. Francesco; carissimi fratelli dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione, carissimi fratelli e sorelle: Il Signore vi dia Pace!.

Sia la mia prima parola un fraterno augurio di un Anno Giubilare con motivo del 150° anniversario della vostra fondazione pieno delle benedizioni da Colui che è il Bene, tutto il Bene, il sommo Bene.

Nel brano del Vangelo appena ascoltato, Marco ci presenta il miracolo della guarigione della suocera di Pietro. Un miracolo, possiamo dire, quasi irrilevante. Si tratta, infatti, di una semplice guarigione dalla febbre. Forse all’inizio del Vangelo ci sarebbe da aspettare un miracolo spettacolare. E invece troviamo questo piccolo segno, un segno minuscolo che, però, ci dà la chiave di lettura degli altri miracoli/segni compiuti da Gesù lungo la sua vita pubblica, indicando il passaggio dalla schiavitù al servizio. Liberazione e servizio si danno la mano.

Notiamo un primo particolare del racconto della guarigione della suocera di Pietro. Nel racconto questa non ha un nome. E questo, se da una parte è un po’ strano, d’altra parte è assai frequente in certi racconti evangelici per indicare una persona che rappresenta una collettività. Cosi, la Madre di Gesù nel Vangelo di Giovanni non ha nome, perché rappresenta la nuova comunità di discepoli; e così anche la samaritana…. In questo caso la suocera di Pietro, malata di febbre, rappresenta tutti noi, malati di febbre. E se si tiene presente che la malattia e la sofferenza sono viste in genere come conseguenze del peccato e come simboli della forza del male e della morte sull’uomo, allora in questo testo, la suocera di Pietro rappresenta noi peccatori, cosi come dopo la guarigione, nel servire, rappresenterà tutti noi in quanto credenti e discepoli.

Seguiamo il racconto evangelico per apprendere il significato profondo del testo. La suocera di Pietro è al letto con febbre. Questa donna era privata della sua libertà e ridotta ad un oggetto delle decisioni altrui. Era come il paralitico della piscina probatica, che giaceva prostrato nella barella aspettando che qualcuno lo immergesse nell’acqua. Posseduta dalla febbre, la suocera di Pietro cessa di essere una persona che liberamente e responsabilmente prende le sue decisioni; non è più una persona che costruisce la sua propria storia ed è responsabile del suo destino. In quanto persona è morta.

In questa situazione di prostrazione al letto, la suocera di Pietro ha bisogno di essere liberata, anzi, ha bisogno di tornare alla vita piena, come indica il verbo “la sollevò”, cosa che soltanto Gesù, vincitore della morte, può fare. Il potere di Gesù sulla malattia è segno, anche, del perdono dei peccati.

Sapendo che soltanto lui poteva liberare quella donna del dominio della febbre e poteva ridarle la sua dignità di persona libera e responsabile, “gli parlarono di lei”, cioè: gli presentarono la sua situazione. Questo atteggiamento di chi presenta la situazione della donna con febbre a Gesù ci ricorda quelli che presentano il sordomuto a Gesù e gli pregano di imporli le mani o quelli che gli portano il ceco di Betsàida, chiedendolo di toccarlo, o, ancora, quelli che scoperchiano il tetto della casa dove si trovava Gesù e gli presentano un paralitico. Tutti questi sono gesti di fede di chi presenta i malati a Gesù, ma parlano anche dell’importanza di intercedere per gli altri.

In questa situazione Gesù non soltanto si avvicina, mantenendo una giusta distanza, ma “si china su di lei”, la abbraccia. Ogni miracolo compiuto sarà frutto del chinarsi di Gesù sui malati. Gesù, che da ricco che era, si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà (2Cor 8, 9). Essendo la malattia in quel contesto causata dal peccato, possiamo dire allora che Gesù, come si vedrà lungo il Vangelo, non ha paura di toccare i peccatori, di mangiare con loro, di confondersi con loro, come si vede nel battessimo al Giordano. Il Signore abbraccia il peccatore, lo prende per mano, lo rialza del suo stato di prostrazione e lo guarisce delle sue “ferite”. Con la sua incarnazione Gesù viene ad abolire ogni distanza tra Dio e l’uomo. Veramente è l’Emmanuele, il Dio-con-noi. Chi non ha conosciuto peccato, Dio lo ha fatto peccato (cfr. 2Cor 5, 21), affinché tutti noi ricuperassimo la dignità di figli di Dio. Con ragione Sant’Agostino dirà che “se la potenza di Dio ci ha creati, la sua impotenza ci ha salvati”. Il nostro è un Dio che nel Figlio “si è addossato le nostre malattie” (Mt 8, 17). È proprio Gesù servo che si addossa il nostro male, la nostra febbre, per tornare al racconto che avviamo ascoltato. Qualunque febbre, qualunque peccato, Gesù lo fa suo. Questo chinarsi di Gesù sulla suocera di Pietro ci dice che è possibile trovare vita in pienezza, vivere una vita buone, belle, felice.

Frutto di questo chinarsi di Gesù avvenne il miracolo: “la febbre la lasciò e li serviva”. In questo “li serviva” troviamo la chiave di lettura del racconto. La donna non è soltanto guarita dal male fisico, ma è liberata da quella febbre o spirito del male che la impediva di servire e la costringeva a servirsi degli altri per essere servita. Quella donna finalmente, grazie al chinarsi di Gesù su di lei, può servire, imitando cosi l’atteggiamento di Gesù che dice di sé: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Mc 22, 27). Da quel momento, quella donna diventa discepola di Gesù e modello di ogni discepolo, il quale si distingue precisamente per il servizio. Se Gesù è il servo di Dio e dei fratelli, il giusto che per amore si fa carico del peso della debolezza di tutti, al discepolo0 non resta altro che servire, lavare i piedi agli altri: “Vi ho dato esempio perché quello che io ho fatto con voi, lo facciate anche voi” (Gv 13, 15).

Ecco, fratelli e sorelle, il modello che oggi ci propone il Vangelo a noi cristiani, religiosi, consacrati: La suocera di Pietro. Il servizio è il segno che siamo uomini e donne liberi, è segno del uomo nuovo incarnato da Gesù che non è venuto “per essere servito ma per servire e dare la vita in riscatto per molti” (Mc 10, 45).

Notiamo a questo riguardo due ulteriori particolare: il miracolo avviene nella “casa di Simone” La “casa” è uno dei simboli della Chiesa. Domandiamoci: Noi uomini e donne di Chiesa, a chi guardiamo come modelli, chi sono i nostri maestri? Quelli che servono, come Gesù, o quelli che si fanno servire, come i “grandi” di questo mondo? L’altro particolare da notare è che il testo non dice “li cominciò a servire”, come traducono alcuni, ma: “li serviva”. Non si tratta, dunque, di un gesto puntuale, ma di un atteggiamento che comprende tutta la vita, come indica il tempo verbale dell’imperfetto.

Cari fratelli e sorelle, l’atteggiamento di Gesù nella casa di Simone, il suo prendersi cura della suocera che sta a letto con la febbre, ci invita tutti ad avere atteggiamenti di sollecitudine fattiva, a non fare discorsi sul senso del dolore ma gesti che liberano dal dolore. Davanti alla situazione di quella donna anziana e malata, Gesù si fa vicino, si fa prossimo, va verso di lei che è nel dolore, non evita, non ha paura di chi sta soffrendo e prende per mano.

Sento come il Signore ci dice a ciascuno di noi: “fate questo in memoria di me” (Lc 22, 19), da non riferirsi soltanto all’Eucaristia. In questo tempo di pandemia e sempre, non temiamo di contaminarci toccando la povertà, la miseria degli ultimi. Siamo parte di una Chiesa chiamata a contraddistinguersi per essere vicina a chi è nel bisogno, di una Chiesa in uscita per incontrarsi con gli ultimi. Non facciamo la figuraccia del levita o del sacerdote della parabola del buon samaritano che vedendo il ferito passarono oltre. Gesu ci chiede di avvicinarsi, di chinarsi su di chi ha bisogno, anche del nostro tempo, per vedere, avere compassione, curare le ferite de una umanità ferita, anche se non sono dei nostri, indistintamente se formano parte della nostra cultura, se confessano o no la nostra stessa fede, come fecce il buon samaritano: vede il ferito, si commuove, scende dal cavallo, lo prende con sé, lo cura e lo fa curare (cf. Lc 10, 25-37). È quanto Gesù fa con noi, come possiamo noi non fare altrettanto con gli altri? È soltanto cosi, lasciando da parte l’indifferenza verso gli altri, ed entrando nella logica del buon samaritano, che saremmo costruttori di una nuova civiltà animata dalla fraternità e dall’amicizia sociale, come ci chiede il Papa Francesco in Fratelli tutti.

Cari Canonici Regolare dell’Immacolata, la celebrazione del 150 anniversario della vostra fondazione deve essere un momento forte per ringraziare il Signore per il dono fatto alla Chiesa del vostro fondatore, Dom Adriano Grèa, e attraverso di lui del vostro carisma al servizio dell’evangelizzazione particolarmente nelle parrocchie. Sia, dunque, questo anniversario una bella occasione ringraziare il Signore e per “gioire insieme”, “gli uni con gli altri”, come voleva Dom Adriano e vi ricordava il vostro Generale nella lettera che scrisse al inizio di questa efemeride.

In questa circostanza rafforzate il vostro essere “i religiosi del vescovo”, come vi voleva il vostro fondatore, portando nelle chiese particolare dove esercitate la vostra missione al servizio del Regno di Dio, la vita religiosa, particolarmente en quanto si riferisce alla vita comunitaria.

Sia, poi, questo anniversario un momento forte per “sognare insieme”, come ci invita Papa Francesco in Fratelli tutti. Servitevi di questo anniversario per fare “memoria deuteronomica”, una “memoria feconda”, sempre in espressione di Papa Francesco. Questo significa guardare il passato con gratitudine, custodire la memoria, ma non come un pezzo di museo, ma con gli occhi e il cuore di chi vuole incontrare in questa memoria la linfa inspiratrice per vivere il presente con passione che vi permetta abbracciare il futuro con speranza.  Non fatte del carisma un sito archeologico. Ricordate che il carisma ha bisogno di essere purificato per mantenersi vivo, è come l’acqua: se non corre si imputridisce, in espressione del Papa Francesco.

Sia questo anniversario, in fine, un momento favorevole per ravvivare il dono di Dio che è in voi (Tim 1, 6), un kairos per ravvivare il dono della vostra vocazione e missione, ponendo al centro della vostra vita Cristo e al centro della vostra missione “la carne di Cristo”, i poveri, con i quali siamo nella stessa barca; sia per voi questo momento giubilare un kairòs per mantenere vivo il fuoco, non per adorare le cenere, in espressione di Papa Francesco presa da Gustav Mahler; un kairòs per riscoprire la freschezza del vostro carisma al servizio dell’evangelizzazione preferenzialmente nel servizio parrocchiale. E tutto questo sempre camminando insieme come comunità/fraternità verso le periferie dove è necessaria la luce del Vangelo, costruendo il Regno insieme, testimoniando la presenza del Risorto insieme. Rafforzate la vostra comunione come famiglia internazionale e, in questo mondo frammentato, diventerete profezia vivente.

Avviate il coraggio di “andare in disparte” per pregare e anche per riposarvi, come ci insegna il Vangelo, e tornare poi sulla barca per gettate le reti, anche se non sembra il momento più opportuno per la pesca.  Dispiegate le vele, prendete il largo, con la fiducia di chi sa che il Signore farà il resto e per sua grazia la pesca sarà abbondante (cfr. Lc 5, 5, 1ss). Predicate il Vangelo di Gesù in ogni momento. Per voi, come per Paolo, questo non è un optional, ma una opzione di vita, un dovere che vi chiede la vostra consacrazione. Fatevi deboli con i deboli per guadagnare i deboli; fattevi tutto per tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno, anche tra quelli che non hanno legge (cf. 1Cor 9, 16ss). Siate fari che orientano quanti sono in alto mare, fiaccole che illuminano la notte delle nostre genti, sentinelle che annunciano un nuovo giorno, in mezzo alla notte dei tempi.

Maria immacolata, Sant’Agostino e i santi dell’Ordine canonicale vi accompagnino in questo anno giubilare e sempre. Fiat, fiat, amen, amen.

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