Padre PIETRO CIAFFEI nel 50° della sua morte

Nato a Montecompatri (Roma) il 5 agosto 1889,

morto a Roma il 19 marzo 1971

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(Bollettino Cric n° 119 – maggio-giugno 1971)

Nella festa di San Giuseppe, il 19 marzo 1971, il Padre Pietro Ciaffei è morto serenamente e senza sofferenza. La morte, che lui temeva, è stata dolce; molti vi hanno visto un segno della benignità paterna di Dio che egli aveva servito con generosità in una fedeltà instancabile.

FEDELTÀ: Questa parola sembra riassumere l’atteggiamento fondamentale della sua vita.

Ancora molto giovane era stato orientato verso la nostra comunità i cui studenti andavano a trascorrere le vacanze in un bellissimo piccolo bosco, vicino al paese di Montecompatri, dove è nato il 5 agosto 1889. Ha seguito, a Roma, il normale ciclo degli studi classici, quindi filosofia e teologia al Collegio di Propaganda, a quel tempo presso piazza di Spagna. Appena professo – il 2 luglio 1909 – dovette interrompere i suoi studi di teologia per rispondere alla chiamata del servizio militare, nel dicembre dello stesso anno, poi nella guerra della Libia; liberato nell’agosto 1912, dovette tornare sotto le armi per la guerra del 1915-1918. È al fronte, non lontano dalla prima linea, che ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale il 20 ottobre 1915.

Il suo zelo per il culto divino, i suoi talenti musicali, la sua bella voce di tenore gli ha permesso di organizzare e dirigere cori di canto nei villaggi dove passava la sua compagnia. In assenza di chiese, celebrava la messa all’aperto per i sodati. 

Nel 1918 torna nella sua comunità di Roma, al Gianicolo, e, da allora, gli fu affidato il ministero della nascente vice-parrocchia nel quartiere Monteverde (che, fino al 1932, sarebbe stata filiale della parrocchia di Santa-Maria in Trastevere). Nel 1922, a lui si aggiungeva don Luigi Grossi per questo compito di pioniere e fondatore di una parrocchia che sarebbe diventata la grande e bella parrocchia di Santa-Maria Regina Pacis.

Alcuni ricordano ancora gli umili inizi di questo immenso quartiere (una dozzina di parrocchie sono state formate in seguito); alcune strade sono state tracciate o pianificate, lo caratterizzavano alcuni villini e vasti lotti di terreno libero. La Chiesa provvisoria era un salone normale, ma arredato con gusto, capace di contenere da due a trecento persone; il presbiterio era stretto, scomodo, amplificato, gelido d’inverno (perché a Roma fa freddo, anche se l’inverno è relativamente mite), estremamente caldo in estate. Il padre Pietro, non più del suo compagno, non si è fermato a questi imprevisti: aveva grande salute, con una capacità di lavorare impressionante, con una dedizione incalcolabile. Queste qualità forse avevano il lato opposto, perché, anche se aveva un cuore tenero, una sensibilità di bambino, molti non se ne accorgevano, talmente le sue reazioni impulsive erano brusche e senza controllo. Da lì sarebbero sorte difficoltà con i romani più delicati e raffinati, che questo figlio di campagna feriva più che avvicinarli. D’altra parte i superiori, pur stimandolo profondamente, lo trovavano poco maneggevole, anche se tutto d’un pezzo: il suo allontanamento poteva sistemare molte cose …

I nostri religiosi, stabilitisi in Perù da più di 20 anni, chiedevano con insistenza dei nuovi collaboratori, giovani e attivi; erano loro, dunque, che inviavano alla comunità le risorse appena sufficienti per vivere dignitosamente; il loro appello aveva un peso.

Altri religiosi italiani erano pronti per il cambio, in Italia; il Padre Ciaffei era l’ideale per l’apostolato in Perù nella popolosa, appassionante, affollata Parrocchia madre del porto di Callao. Certo, non lui era un volontario per questa lontana missione: tutte le fibre del suo cuore lo legavano alla Roma, al “cupolone” (la meravigliosa cupola di San Pietro), al paesaggio familiare della campagna romana, alla responsabilità così esaltante iniziata a Monteverde. Ma aveva fatto un voto di obbedienza. Se c’è stata in lui sofferenza per l’accettazione di questa obbedienza – e chi potrebbe biasimarlo? – questo dramma interiore è stato di breve durata. Al suo arrivo in Perù, ha rapidamente assimilato gli elementi essenziali della lingua del paese, che avrebbe perfezionato negli anni; ha svolto questo incarico, senza guardare indietro, apportando le ricchezze della sua energia e dedizione.

Diventa parroco di questa grande parrocchia del Callao, che verrà poi suddivisa in altre parrocchie, fino a diventare diocesi. Si è prodigato in tutte le attività tradizionali e tante altre: la ricostruzione dell’English Catholic College, fondazione del Collegio Sant’ Antonio per 500 studenti, ricostruzione parziale dell’Ospizio gratuito per signore anziane e senzatetto, organizzazione e animazione del Congresso Eucaristico del 1937 al Callao e a Lima, formazione dei primi gruppi di quella che si iniziava a chiamare “l’Azione Cattolica ”… Là era felice, là ha fatto del bene; doveva custodire un bel ricordo, e tenere amici fedeli.

Durante la sua visita canonica in Perù nel 1949, il padre Costante Robert, allora primo assistente, aveva celebrato, su richiesta dei fedeli del Callao, una messa di “saluto” per il Padre Pietro Ciaffei. La chiesa era piena. Alla fine della cerimonia, la maggior parte dei partecipanti è venuta in corteo davanti a lui, in sagrestia, ciascuno ripetendo lo stesso ritornello: “Padre, fate ritornare il Padre Ciaffei!”

Nel 1946, infatti, i confratelli in Italia avevano espresso il desiderio averlo come rappresentante nel Consiglio del Superiore generale, con la missione speciale di suscitare ancor più, in questo paese ricco di vocazioni, lo sviluppo del suo istituto. Negli anniprecedenti aveva fondato a Regina Pacis e al Callao, la cosiddetta opera di Santa-Monica, un’opera di preghiere e offerte per la scelta e l’educazione dei futuri religiosi. Il Padre Casimir, superiore generale, aveva già fondato la casa di Lonato, nella diocesi di Brescia, riportando dal Perù il Padre André Bortolottì. Il germe di allora, iniziato in condizioni incredibili di generosità e austerità, doveva fiorire nella casa di Montichiari, acquistata e organizzata sotto il padre Ciaffei e di cui fu il primo superiore.

Vi rimase per poco tempo, perché chiamato a collaborare più strettamente con il Superiore Generale, come primo assistente, ha preso in carico la formazione degli studenti nella casa di Roma. Qui, il suo principale lo sforzo – e non era poca cosa, ce ne sono voluti diversi anni e quante pratiche – è stato di riprendere la nostra casa generalizia, occupata per molti anni dal College-Lycée Manzoni. Ha avuto la gioia di poter rimettere in ordine questa casa, per collocarvi gli studenti con la curia generalizia. Iniziava a sentire, prematuramente, il peso degli anni, a diminuire le sue attività, ad affidarsi, e forse a ragione, alle cure mediche, con l’uso di vari medicinali, colui che fino ad allora dava l’impressione di non sapere nemmeno di avere un corpo (e, diciamolo in modo amichevole, di non sapere troppo bene che anche gli altri ne avevano uno).

Al Capitolo del 1957, essendo stato rinnovato i membri del governo, gli è stato affidato il compito di economo locale e responsabile della casa di vacanze di Gallese. I nuovi superiori, che aveva visto arrivare con apprensione, gli dimostrarono una piena amicizia e fiducia; dovevano stimarlo ogni giorno di più man mano che lo conoscevano; e lui si sentiva felice, con loro e a contatto con i giovani. Erano felici di parlare con lui, e lui era per loro un ottimo esempio. Chi più di lui ha amato la Chiesa, il Papa, la sua Congregazione, i suoi Superiori? E con quale delicatezza nei minimi dettagli! Era di costante fedeltà alla preghiera delle ore, alla celebrazione dell’ufficio divino, negli esercizi comunitari. Se qualche leccornia o dolcetto non lo lasciava indifferente, ha vissuto comunque in povertà; era diventato tutto gentilezza e dolcezza al punto di apprezzare e amare ciò che una volta lo avrebbe dolorosamente sorpreso o addirittura irritato. Ha seguito da vicino lo sviluppo delle idee, leggendo con interesse le cosiddette riviste o settimanali d’avanguardia; anche se non approvava tutto (e chi, del resto, approverebbe tutto?) non ha mai condannato, ne vedeva o intravvedeva gli aspetti positivi. L’immensa trasformazione del mondo contemporaneo non gli è sfuggito, e i cambiamenti nella Chiesa, di cui era cosciente, quasi non lo sorprendevano. Era interessato, molto da vicino, a tutti i cambiamenti nella liturgia.

Il latino, il canto gregoriano, la musica polifonica erano come l’anima della sua anima; tuttavia gli piaceva dire che adesso si prega meglio di prima, perché in modo più diretto intelligibile.

Fedele, per sé stesso, al suo abito religioso, era sempre meno scioccato (finché non lo era affatto) della libertà dei giovani (e degli anziani) in questo ambito.

Lui era felice; noi speravamo con lui, per lui lunghi anni segnati da una serenità sempre maggiore.

Nella festa di San Giuseppe, nell’ora dell’angelus di mezzogiorno, il Signore è venuto a cercarlo. Al mattino aveva celebrato la messa del patrono della Buona Morte. Dalle 9,00 alle 11,30 aveva ricevuto visite trascorse in tono gioviale e amichevole con il suo medico e amico Dr. Lillo, l’uomo di ogni dedizione, con i Padri e i Fratelli della casa.

Il suo ultimo incontro è stato con Padre Antonio Novaro, verso le 11,30. All’ora di pranzo, lo abbiamo trovato disteso sul letto, senza vita. La morte l’ha raggiunto dolcemente.

Il Signore lo avrà accolto nella sua casa di pace e gioia. Pregheremo per lui, affinché il Signore, liberandolo da tutto ciò che resta, da ogni radice di peccato, lo prenda con lui.

“A convalle plorationis usque ad montem pacis” (St. Aug.)

Luigi De Peretti

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