La parrocchia tra memoria e profezia

Conferenza di padre Francesco Tomasoni CRIC per la Confederazione dei Canonici Regolari (Abbazia di Novacella, settembre 2021)

Ho scelto di svolgere questo mio intervento in due parti: nella prima di ripercorrere a grandi linee la storia della parrocchia, almeno come si è andata evolvendo nel corso dei secoli in Italia; nella seconda invece di offrire alcuni spunti e riflessioni che mettono in risalto la sua permanente attualità.

La parrocchia nella storia

Nei primi secoli

E’ risaputo che nei primi secoli il cristianesimo si diffuse rapidamente in quasi tutte le principali città del mondo greco-romano, dando vita a comunità, a volte molto piccole, ma particolarmente attive. Vivevano la comunione non solo di fede, ma anche di beni materiali, avevano come responsabile un vescovo assistito da un consiglio di presbiteri e di diaconi, provvedevano alle necessità delle vedove e dei poveri con le proprie risorse, diffondevano con l’esempio e la parola la dottrina degli apostoli, e soprattutto coltivavano uno stile di vita che suscitava l’ammirazione dei pagani che dicevano: “Guarda come si amano”.

Le stesse persecuzioni non riuscirono a soffocare lo slancio e la diffusione della nuova fede.

Queste comunità godevano ciascuna di una piena indipendenza, pur restando strettamente unite tra loro per la comune fede e, molte volte aiutandosi anche materialmente.

Tali comunità erano comunemente denominate ekklesìa: la Chiesa di Roma, di Antiochia, la Chiesa di Corinto..

In seguito apparve anche il nome di pàroikìa. Questo termine, che in lingua greca può significare “abitare accanto” era usato, nel diritto pubblico romano per indicare un gruppo di provincie governate da un alto funzionario (il vicario). Di riflesso, anche nel linguaggio dei cristiani cominciò ad essere utilizzato per indicare la chiesa locale pienamente costituita con il suo vescovo[1]

“Pàroikos” nell’accezione civile era lo straniero, il forestiero, che però viveva nella città con diritto di residenza e con tutto ciò che questo legalmente comportava. E i cristiani, durante le persecuzioni si consideravano esattamente come degli stranieri in mezzo alle città ancora pagane, abitanti sì di questo mondo, ma in cammino verso la vera patria.. [2]

Fino al III secolo il termine comporta un duplice significato: di assemblea locale e di estraneità nei confronti del mondo (valenza escatologica). Dal IV  al VI secolo tale termine viene usato con una valenza amministrativa ed indica la diocesi. A partire dal VI secolo acquisisce l’attuale significato.

Dopo l’editto di Costantino

Nel 313 ci fu il famoso editto di Costantino che segnò una svolta storica, perché il cristianesimo divenne dapprima “religio licita” e poi religione ufficiale dello stato. Dalle città più importanti le fede cristiana si propagò nelle città minori  e poi nelle campagne.

Il numero dei cristiani aumentò in modo considerevole, molti locali di culto pagano, ormai abbandonati, vennero ripristinati e adattati al culto cristiano, altre chiese furono edificate dovunque dalla pietà dei fedeli o dallo zelo dei grandi proprietari terrieri che volevano così favorire la religiosità dei loro contadini.

Conseguentemente si impose ai vescovi la necessità di provvedere alla formazione cristiana di questa massa sempre crescente di convertiti. Pretendere che essi venissero sempre alla chiesa dove il vescovo aveva la sua sede era impossibile e allora si mandava loro un presbitero che a nome del vescovo formava la comunità cristiana.

Un’altra soluzione adottata, specie nell’Africa romana e nell’Italia meridionale e centrale fu quella di creare nuove sedi vescovili.

Nell’Italia settentrionale si diffusero le pievi. Il cristianesimo si inserì nel mondo romano, adottò la sua organizzazione amministrativa delle campagne in “pagi” e “vici”. Trovando pochi municipi in quei territori rurali, i vescovi affidarono la cura pastorale di questi distretti minori (pagus) e della popolazione ivi residente (plebs) ad un collegio presbiterale al cui vertice c’era l’arciprete coadiuvato da altri chierici o prebiteri. Queste chiese, chiamate pievi, edificate presso un vicus centrale, avevano anche facoltà di battezzare (plebes baptismales), possedevano un loro cimitero e il diritto di esigere le decime dai fedeli. Attorno alla pieve, già dal V secolo, si organizzarono opere di assistenza e di promozione umana a largo respiro: fiorirono sempre di più le scuole da cui provenivano anche i futuri sacerdoti, ospedali per gli infermi, alloggi per i pellegrini e soprattutto un’opera capillare di assistenza ai poveri e alle vedove. Il presbiterio plebano estendeva la propria giurisdizione a tutto il territorio circostante che era dotato anche di chiese sussidiarie (cappelle o titoli) e ne guidava l’azione pastorale.

Da alcune di queste cappelle, in seguito si svilupparono le chiese curate: ad esse era demandata, in stretta subordinazione nei confronti delle pievi, l’amministrazione di alcuni sacramenti, tranne il battesimo.

Un’altra forma di comunità cristiana è costituita dagli oratoria privata. Le chiese private (oratoria villarum), costruite nelle proprietà dei grandi signori, ben presto vengono fornite di clero, dotate di rendite e di fatto raccolgono gruppi di fedeli, rappresentati dalla servitù della stessa villa o dalle campagne circostanti, comunque lontano dalle sedi vescovili o dai centri parrocchiali. Nonostante queste iniziative private abbiano provocato a volte delle situazioni conflittuali con l’autorità vescovile o delle parrocchie, è indubbio che si rivelarono in gran parte l’avamposto di numerose parrocchie e contribuirono alla fiorente diffusione del cristianesimo.

Nelle città invece, l’unicità del distretto ecclesiastico si mantenne più a lungo, sotto la guida e la cura del vescovo, coadiuvato dal suo clero. Nelle città più popolose, a partire dalla stessa Roma, sorsero altre chiese (come i tituli e i cemeteria) nelle quali i sacerdoti del presbiterio episcopale potevano svolgere per i fedeli alcune funzioni liturgiche. La crescita e la trasformazione di queste succursali in vere parrocchie urbane fu un processo lento, disomogeneo e vario a seconda delle località

Le comunità monastiche. Un’altra forma di esperienza ecclesiale è data dai monasteri. L’ideale monastico, importato dall’oriente da sant’Atanasio fu attuato anche in occidente specialmente da San Martino a Tours. Sarà San Benedetto da Norcia (480-547) a dare un’organizzazione stabile a queste comunità con la sua regola monastica.

La riforma Carolingia

Arriviamo così all’epoca feudale, quando Carlo Magno volle dare un assetto più stabile al suo impero, prendendovi dentro anche la Chiesa. Egli riaffermò l’autorità dei metropoliti sui vescovi suffraganei, l’autorità di questi sulle chiese parrocchiali, e l’autorità dei parroci su tutte le chiese costruite nel loro territorio.

Dappertutto ci fu un rifiorire del culto e una migliore preparazione culturale e morale del clero che in molti luoghi adottò la vita comune. Purtroppo, però, non si riuscì a ricuperare il senso della comunione come nei primi secoli del cristianesimo. Il vescovo, per la somma dei beni ecclesiastici che doveva amministrare, rassomigliava più ad un feudatario che ad un pastore. Anche la sua stessa nomina e, per conseguenza quella dei parroci, obbediva più a criteri politici che pastorali. Molti furono in questo periodo gli interventi di Concili e Sinodi, ma le leggi, seppur frenavano, non riuscivano ad impedire lo slittamento verso la decadenza. La cura d’anime cominciò a sgretolarsi, a parcellizzarsi, con effetti negativi tanto sul personale ecclesiastico, quanto sulle strutture istituzionali: si perse il carattere collegiale dell’antico presbyterium pievanale e fu intaccato lo stesso carattere pubblico della cura d’anime, privatizzata e sottratta alla vigilanza dei vescovi.

Riforma gregoriana

Fu con la riforma gregoriana (sec. XI) che si contrastò tale fenomeno. Sostenuti dal centro della Chiesa Cattolica, si iniziò il recupero dei diritti episcopali sulle pievi, sia nei confronti dei laici, sia nei confronti dei monasteri. Il sinodo romano del 1059  promosse una riforma della vita del clero. Siccome non era più accettabile che persone sposate accedessero agli ordini sacri si diffuse il celibato del clero. Inoltre si denunciò con forza la “simonia”, cioè l’assunzione di cariche ecclesiastiche dietro corresponsione di un prezzo. A tal fine furono istituite numerose canoniche regolari ove vigeva la regola di Sant’Agostino.

Dal secolo XII la struttura parrocchiale tese a delinearsi maggiormente: le cappelle rurali assunsero man mano le funzioni di cura d’anime fra cui la possibilità di avere il cimitero e di riscuotere le decime, mentre dovettero attendere fino al XIV secolo la facoltà di amministrare il battesimo; in città invece  si assistette a una frantumazione del territorio cittadino in varie parrocchie, lasciando però la facoltà di battezzare alla chiesa cattedrale.

Questi sviluppi ebbero come conseguenza un declino delle pievi a favore delle parrocchie che si rendevano sempre più autonome. Le cause di questo processo furono molteplici: il declino della vita comunitaria a causa della divisione delle rendite della comunità in prebende individuali; la nascita degli ordini mendicanti che non legavano i religiosi a un luogo, ma permettevano loro una cura d’anime “itinerante”; trasferimento dalle campagne ai borghi..

A partire dalla metà del trecento, forse anche in relazione agli effetti della terribile crisi demografica che colpì l’Europa occidentale, un gran numero di chiese precedentemente destinate alla cura d’anime furono private dei loro sacerdoti titolari e vennero annesse ed incorporate con tutti i loro beni ad enti ecclesistici anche lontani: monasteri maschili e femminili, altre chiese curate, capitoli canonicali.. I fedeli vennero così privati del sacerdos proprius e con esso vennero meno la garanzia delle funzioni liturgiche e la regolarità dell’amministrazione dei sacramenti.. Né la situazione della cura d’anime migliorava quando gli amministratori dei benefici parrocchiali o gli stessi parrocchiani assoldavano qualche sacerdote per supplire all’assenza del rettore titolare: questi cappellani erano religiosi fuggiti dai propri conventi per insofferenza della disciplina claustrale o peggio ancora, chierici ignoranti emigrati dai loro paesi per sfuggire alla miseria o alla giustizia, violenti e rissosi, ma soprattutto mercenari e precari. Alla metà del Cinquecento, l’assenza di curati titolari dalle chiese dei villaggi rurali pare essere un fenomeno diffusissimo e comune in tutta la penisola.

Concilio di Trento

Bisogna attendere fino al Concilio di Trento per vedere realizzata una vera sistemazione delle condizioni del ministero pastorale della parrocchia. Essa venne definita come una porzione determinata della diocesi, dotata di una chiesa propria, con una precisa popolazione e affidata alla cura di un proprio pastore. Il Concilio stabilì una normativa disciplinare riguardante i parroci. Innanzitutto, prima di assumere l’ufficio curato, il nuovo parroco doveva sottoporsi ad un esame dimostrando di possedere la preparazione culturale e teologica sufficiente per svolgere tale incarico. Inoltre egli doveva risiedere di persona nel distretto della sua parrocchia. Inoltre, per meglio disciplinare i fedeli, i parroci dovevano redigere e conservare con cura scrupolosa i registri dei battesimi, delle cresime, dei matrimoni, dei defunti e degli “stati di famiglia”, aggiornati annualmente, con i nomi degli adulti e degli infanti di ogni nucleo familiare. Le indicazioni conciliari fecero sì che la dottrina cattolica, organizzata in maniere così semplice e coerente con i bisogni del tempo, arrivasse fino agli analfabeti attraverso il catechismo da tutti imparato a memoria; i sacramenti accompagnavano la vita del cristiano dalla nascita fino alla morte; la liturgia, sintonizzata con il ciclo stagionale del mondo agricolo, faceva rivivere a tutti ogni anno la vita di Gesù dal Natale alla Pentecoste. E fece in modo che quasi non esistesse agglomerato umano senza un campanile e un sacerdote. A questo scopo si costruirono ovunque i seminari per i candidati al sacerdozio, impartendo loro una solida formazione umana e cristiana.

La parrocchia sembrava possedere ormai una stabilità incrollabile, ma poi vennero anche per essa gli scossoni, con le varie “rivoluzioni” dell’età moderna.

Oggi quella parrocchia tridentina, ben preparata per evangelizzare l’uomo nelle strutture di una società fondamentalmente agricola, si sente impotente dinanzi ad un quadro sociale così complesso, frantumato e mutevole al punto che molti si chiedono se essa sia oggi la forma più idonea per la proposta della vita cristiana.

La parrocchia oggi

Al termine di questo breve excursus storico, mi sembrano importanti alcune osservazioni critiche.

I tempi e le modalità della genesi e della diffusione di queste strutture intermedie fra vescovo e fedeli, sono tuttora in parte oscuri, anche perché dopo la fine dell’Impero Romano d’Occidente si sono abbattuti sulla nostra penisola due lunghe fasi di sconvolgimenti politici, che ne hanno devastato le strutture materiali e gli insediamenti umani, frantumandone l’assetto unitario risalente al I secolo: prima l’invasione longobarda e dopo le incursioni dei Saraceni, di Ungari e di Normanni. Le conseguenze di questi eventi politico- militari furono pesantissime anche sulle Chiese locali, sia per le distruzioni e le perdite arrecate ai luoghi di culto e alla loro documentazione, sia per la diversità delle dinamiche istituzionali innestate in quei tempi, divenute nel secolo scorso oggetto di studi e di dibattiti da parte degli storici.

Possiamo tuttavia notare come la parrocchia, nel corso della storia della Chiesa si sia trasformata (in bene e in male) secondo il mutare del contesto sociale. Possiamo dire che la storia della parrocchia riflette la storia della Chiesa: la struttura parrocchiale è una comunità in movimento, in continua ri-creazione.

Ecco perché, nonostante le evidenti difficoltà in cui versa il cristianesimo nelle chiese di antica tradizione e le grandi sfide che il mondo di oggi si trova a dover affrontare, mi sembra che la parrocchia continui a rimanere la proposta più valida e completa di vita cristiana.

La Parrocchia nel recente magistero ecclesiale

Significativi sono a tal proposito alcuni documenti ufficiali del magistero:

“Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”.

I vescovi italiani, nel corso del primo decennio del terzo millennio, dedicato al tema della missionarietà e presentato nel documento programmatico “Comunicare il vangelo in un mondo che cambia”, nel 2004 elaborano una interessante nota pastorale dedicata al tema della parrocchia  che porta il titolo: “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”.

In tale documento, la CEI, rispondendo al cambiamento culturale in atto, insiste sul ruolo della parrocchia come forma storica privilegiata che dà concretezza alla dimensione territoriale della Chiesa particolare. Anche le parrocchie sono quindi coinvolte nel rinnovamento missionario chiesto oggi alla diocesi. E’ un impegno che esige discernimento, valorizzando l’esistente e promuovendo con coraggio alcune scelte innovative.

Concretamente, i vescovi italiani invitano a valorizzare il primo annuncio come azione essenziale della Chiesa in una società scristianizzata.

Dall’accoglienza dell’annuncio nasce l’itinerario di iniziazione cristiana, sia dei fanciulli che per i giovani e gli adulti.

Al vertice di tale cammino sta l’esperienza eucaristica della parrocchia nel Giorno del Signore.

La conversione pastorale viene  sintetizzata con l’espressione “pastorale integrata”. Con essa si intende promuove la creazione di nuovi soggetti pastorali, come le unità pastorali o forme di comunione e collaborazione dell’azione pastorale tra parrocchie limitrofe in ordine all’azione caritativa, sociale o culturale.

Come sogni la Chiesa di Domani?

Interessante mi sembra  a tal proposito ciò che ha scritto il vescovo di Novara, mons. F.G. Brambilla nella sua lettera pastorale “Come sogni la Chiesa di domani?”[3]:

È finita la parrocchia autonoma e autosufficiente, incentrata sul parroco: bisogna superare la logica “uno-tutti” per aprirla a quella più dinamica “uno-alcuni-tutti”.

Dalla parrocchia incentrata sul rapporto parroco-gente urge passare alle parrocchie articolate in preti di un’unità pastorale, collaboratori religiosi e laici e il vasto campo della vita delle persone.

Già da molto tempo è terminato il mondo della “civiltà parrocchiale” che è ritratto con l’immagine: “una chiesa, un campanile, un parroco”.

Vedo che molti sono ancora nostalgici di questo mondo. Vorrei rassicurarli che, se è assolutamente impossibile far sopravvivere questo mondo, soprattutto nei paesini con un forte spopolamento, noi non dovremo perdere il “sugo della storia” della parrocchia.

La parrocchia (paroikìa) significa sia la “Chiesa tra le case”, sia la “Chiesa in cammino tra le case” della gente: il primo senso sottolinea l’incarnazione della fede nel mondo, il secondo che la fede fa camminare verso un mondo nuovo. Se le nostre parrocchie, con il loro radicamento sul territorio sono state capaci di cambiare il volto dei nostri paesi, da qui in avanti le stesse parrocchie dovranno pensarsi dentro una rete di comunità cristiane tra di loro fortemente collegate e interattive.

Anche qui anticiperemo il futuro: mentre i comuni e la società civile devono inventare sinergie per motivi di crisi economica, le parrocchie dovranno lavorare insieme per ragioni antropologiche, cioè per servire meglio la vita delle persone e innalzare la qualità di vita delle comunità cristiane.

Questo è lo stile comunionale che ci porterà a costruire comunità aperte, in relazioni con le parrocchie più vicine, in una forte interazione e scambio di gesti e iniziative. È chiaro che nulla cambierà se anzitutto i preti e i cristiani corresponsabili non crederanno alla forza della comunione, del camminare insieme.

Lo stile comunionale dice che il tutto viene prima della parte, che il prete è parroco della sua comunità, ma la parrocchia non gli appartiene in proprio, che il ministero e l’azione pastorale sono fecondi se il prete si pensa partecipe di un presbiterio e la parrocchia si sente parte della Chiesa locale.

La conversione pastorale della comunità parrocchiale

al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa

Un altro documento fondamentale sulla parrocchia è, l’istruzione della congregazione vaticana per il clero pubblicata a luglio del 2020 con il titolo:La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa.

La riflessione ecclesiologica del Concilio Vaticano II e i notevoli cambiamenti sociali e culturali degli ultimi decenni hanno indotto diverse Chiese particolari a riorganizzare la forma di affidamento della cura pastorale delle comunità parrocchiali.

Ciò ha consentito di avviare esperienze nuove, valorizzando la dimensione della comunione e attuando, sotto la guida dei pastori, una sintesi armonica di carismi e vocazioni a servizio dell’annuncio del Vangelo, che meglio corrisponda alle odierne esigenze dell’evangelizzazione.

La congregazione vaticana, dando seguito all’invito di papa Francesco a realizzare una Chiesa in uscita e ricercare una conversione pastorale, invita le comunità parrocchiali a uscire da se stesse, offrendo strumenti per una riforma, anche strutturale, orientata a uno stile di comunione e di collaborazione, di incontro e di vicinanza, di misericordia e di sollecitudine per l’annuncio del Vangelo.

Nell’ora presente, caratterizzata talvolta da situazioni di emarginazione e solitudine, la comunità parrocchiale è chiamata a essere segno vivo della vicinanza di Cristo attraverso una rete di relazioni fraterne, proiettate verso le nuove forme di povertà. E’ chiamata a sviluppare una vera e propria “arte della vicinanza”.

Degna di nota è la sottolineatura riguardo alla vita comune del clero:essa è raccomandata dal can. 280, del Diritto Canonico,  anche se non si configura come un obbligo per il clero secolare. Al riguardo, va ricordato il fondamentale valore dello spirito di comunione, della preghiera e dell’azione pastorale comune da parte dei chierici, in vista di una effettiva testimonianza di fraternità sacramentale e di una più efficace azione evangelizzatrice.

 Quando il presbiterio sperimenta la vita comunitaria, allora l’identità sacerdotale si rafforza, le preoccupazioni materiali diminuiscono e la tentazione dell’individualismo cede il passo alla profondità della relazione personale. La preghiera comune, la riflessione condivisa e lo studio, che non devono mai mancare nella vita sacerdotale, possono essere di grande sostegno nella formazione di una spiritualità presbiterale incarnata nel quotidiano.[4]

Note conclusive

Per concludere si sembrano quanto mai appropriate le parole di papa Francesco che così si è espresso: «La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità. Sebbene certamente non sia l’unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà a essere “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie[5].

Non è forse questa la profezia che i Canonici Regolari sono chiamati oggi a testimoniare ed incarnare? Un nuovo stile di ministero pastorale che accompagni un nuovo modo di essere Chiesa.

Fonti e Bibl. essenziale

G. Andenna, Pievi e parrocchie in Italia centro-settentrionale, in G. Andenna ed., Pensiero e sperimentazioni istituzionali nella ‘Societas Christiana’ (1046-1250), Atti della sedicesima Settimana internazionale di studio Mendola, 26-31 agosto 2004, Milano, Vita e Pensiero, 2007, 371-405; V. Bo, Storia della parrocchia. vol I-V, Bologna, Edizioni Dehoniane, 1988-2004; P. Cozzo, Andate in pace. Parroci e parrocchie in Italia dal Concilio di Trento a papa Francesco, Roma, Carocci, 2014; G. De Rosa, Per una storia della parrocchia nel Mezzogiorno, in Id., Chiesa e religione popolare nel Mezzogiorno, Bari, Laterza, 1978, 21-46; Pievi e parrocchie in Europa dal Medioevo all’età contemporanea, a cura di C.D. Fonseca e C. Violante, Galatina, Congedo, 1990;

Brambilla F.G., La parrocchia oggi e domani, Cittadella, Assisi, 2003; Fallico A., Le cinque piaghe della parrocchia italiana. Tra diagnosi e terapia, Chiesa-Mondo, Catania 1995; Mazzoleni A., Le strutture comunitarie della nuova parrocchia, Paoline, Cinisello Balsamo (Mi) 1977; Santagiuliana A. Parrocchia Territorio Unità Pastorali, EDB, 2003


[1] I lettera di Clemente ai Corinti;

[2] Origene in Contra Celsum, III, 29 afferma che la chiesa di Cristo, in paragone agli assembramenti dei popoli fra cui dimorano (paroikein) sono come fari nel mondo

[3] F. G. Brambilla “Come sogni la Chiesa di domani?” EDB, 2015

[4] La Conversione pastorale.. nn 63-64

[5] Evangeli Gaudium, n 28

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