Il cardinal De Donatis per il nostro giubileo

Omelia del card. Angelo De Donatis, vicario di sua santità per la diocesi di Roma del 12/09/2021 nella Chiesa S. Maria Regina Pacis, in occasione del Giubileo CRIC

“Per me è una grande gioia presiedere quest’Eucarestia, in questa occasione così importante, quindi ringrazio il Padre Generale, il parroco e tutti gli altri padri, ringrazio tutti voi per questo invito. E’ una grande gioia veramente, vi porto la benedizione e il saluto di Papa Francesco e lo accompagniamo con la nostra preghiera in questo viaggio così bello che sta vivendo da questa mattina. Noi sappiamo come ci veniva ricordato che l’8 settembre del 1871, questa data segnò l’inizio della comunità dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione fondata dal sacerdote Dom Adriano Gréa. Una comunità di sacerdoti, di fratelli, che vivono la vita in comune secondo la regola di Sant’Agostino e vivono una particolare, intensa devozione a Maria Immacolata. Noi siamo qui per rendere grazie al Signore per questi 150 anni di vita di questa famiglia religiosa. Io sono qui in modo particolare per dire grazie per questo dono alla Chiesa di Roma, per questo essere in questa nostra chiesa locale, per il vostro dono di apostolato, di presenza e mentre leggevo alcune cose sulla nascita di questa famiglia nel cuore dicevo – ci vorrebbe un Dom Adriano Grea per la nostra situazione, perchè noi sacerdoti abbiamo bisogno di questo tipo di vita-, quindi il carisma è attualissimo, questo vivere insieme in comune con un’opera stupenda perché non sono tanto importanti le opere che si fanno, sì sono importanti, per carità, ma c’è qualcosa che qui viene sottolineato in maniera molto precisa, ed è l’opera più grande che si possa vivere nella vita cristiana: la penitenza e la preghiera, poi viene tutto il resto. Diceva il fondatore – Questo è quello che vogliamo vivere, questo è il nostro spirito che è lo spirito degli Apostoli-.

Quindi grazie con tutto il cuore. La Parola di Dio ci aiuta ancora a vivere meglio quello che stiamo già vivendo. La fede dipende dalla relazione che noi intessiamo con il Signore, però questa fede è chiamata ad incarnarsi in gesti concreti perché i gesti concreti rivelano l’autenticità della fede. L’ha detto San Giacomo.

E allora qual è l’opera fondamentale della fede prima di tutto? E’ proprio quella che sottolineavo prima, penitenza e preghiera, ma che il Vangelo di oggi sottolinea in questo: la sequela di Gesù nel suo cammino pasquale.  La sequela di Gesù. A Cesarea di Filippo, Pietro inizia a comprendere qualcosa del segreto di Gesù, del segreto del Maestro, perché il Maestro è il Cristo, è il Messia atteso, e non a caso in San Marco queste parole di Pietro giungono dopo due guarigioni che Gesù ha compiuto: quella del sordomuto e quella del cieco di Betsaida. Per comprendere il significato di queste due guarigioni e poi la confessione di fede di Pietro dobbiamo ricordare che se da una parte Gesù cerca di rivelare la sua identità, chi è lui e lo fa lo abbiamo visto in tutte le domeniche di quest’estate con la sezione del Vangelo di Marco chiamata la “sezione del pane”, Gesù cerca di rivelare chi è lui, da una parte, dall’altra, c’è un progressivo indurimento del cuore da parte dei discepoli; più Lui cerca di rivelarsi, più il cuore dei discepoli si chiude, diventa duro, più Gesù si rivela, meno lo comprendono e il punto culminante di questa incomprensione giunge nell’episodio della barca. I discepoli sono sulla barca con Gesù preoccupati di non aver preso con loro che un pane solo e manifestano di non aver capito niente perché il vero pane lo  hanno sulla barca, il vero pane, l’unico pane vero è Gesù Cristo, è Gesù stesso e questo pane è con loro sulla stessa barca e allora Gesù li rimprovera e lo fa in maniera dura – Perché discutete che non avete pane? Non intendete, non capite ancora? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite?- Quanto sono maggiori i segni che Gesù offre, tanto più grave appare l’incomprensione dei discepoli anche loro ciechi e sordi e allora come Gesù guarisce il sordomuto, come guarisce il cieco, guarirà la cecità dei discepoli e dopo le due guarigioni anche Pietro inizierà a vedere, ad ascoltare e la sua lingua si scioglierà in quella bellissima confessione -Tu sei il Cristo.-

Pietro però non riesce in questo momento a comprendere come il volto del Cristo possa identificarsi con quel cammino di sofferenza, di rifiuto fino alla morte che Gesù pronuncia qui per la prima volta. Quindi veramente possiamo dire Pietro è come il cieco di Betsaida. Dopo che Gesù ha imposto le mani sugli occhi dei malati, sugli occhi di questo cieco, il cieco inizia a vedere qualcosa però non bene, dice – vedo gli uomini, ma li vedo come degli alberi che camminano.- Allora Gesù interviene di nuovo e finalmente quell’uomo, quel cieco comincia a vedere distinta ogni cosa. E’ molto bello questo, è quello che Gesù farà d’ora in  avanti con Pietro, ma lo farà con i discepoli e lo fa con tutti noi e lo fa con pazienza, scontrandosi con la nostra incomprensione e lui continua a spiegare quello che lo attende a Gerusalemme, perché possano giungere a vedere che proprio nel crocifisso si manifesta quella gloria di Dio che risplende sul volto di Gesù. Quindi il modo in cui Gesù guarisce la cecità dei discepoli è la sequela. Quindi, questa è la medicina, se vogliamo guarire. Diciamo grazie ai Padri qui presenti, alla famiglia religiosa per questa testimonianza, perché soltanto rimanendo dietro a Lui, soltanto in una relazione di fiducia, lasciandoci condurre dove lui desidera, si può arrivare a contemplare il suo mistero. La sequela. Non si comprende prima per poi seguire. E qui ci vuole un miracolo vedete, perché noi siamo figli del nostro tempo, vorremmo tutto prima chiaro. E’ come metterci davanti al computer e dire -adesso voglio il programma tagliato, preciso, poi valuterò se iniziare la sequela oppure no. Con il Signore questo non funziona. Lui ti dice solo una parola : – tu seguimi, dove andiamo non importa, perché quello che è importante è che tu sei con me, che io sono con te in questa sequela.- Questa è la cosa fondamentale, non dove stiamo andando. Quindi non si comprende prima per poi seguire, piuttosto si segue per poter giungere a comprendere chi è Gesù. Se noi chiedessimo a tutti i Padri la storia della loro vocazione, sarebbe interessante sentire come all’inizio c’è stata un’intuizione di quello che è Gesù, della sua persona, ma solo oggi dopo anni di sequela si può capire qualcosa di Lui. All’inizio si intuisce, ci si fida, ci si mette in cammino, questo vale per tutti. Quando io a 16 anni ho avvertito il dono della chiamata, ho semplicemente avvertito che l’intuizione per la mia vita vera era quella ma non capivo niente.  

Dopo il Signore, con pazienza, come sa fare lui, anno dopo anno, mese dopo mese, giorno dopo giorno mi ha aperto il suo cuore, mi ha fatto capire qualcosa del suo mistero, ma il cammino continua, non c’è un punto in cui uno dice – sono arrivato, ho capito tutto.- non è possibile questo. Questa è la sequela, questa è una medicina straordinaria per decentrarci da noi stessi, altrimenti rimaniamo sempre noi al centro, al centro c’è Gesù Cristo. E’ lui che stiamo seguendo. Pietro vorrebbe interporsi nel cammino di Gesù verso la Pasqua e nelle sue parole non è più Pietro che parla, è satana, il nemico, colui che divide perché tenta di separare Gesù dal suo cammino. A satana non interessa che Pietro confessi l’identità messianica di Gesù; i diavoli questo lo avevano già fatto prima di Pietro, prima di lui, perché all’inizio del Vangelo di Marco questo era già avvenuto: – sei venuto a rovinarci, cosa vuoi da noi?- Quindi l’avevano già detto questo. Quello che Satana non può tollerare è che Gesù viva il suo essere il Cristo in un amore che giunge a dare la vita per i propri fratelli peccatori, persino per quelli che lo crocifiggono. Questo il diavolo non lo sopporta, non lo può accettare, è indigesto per lui tutto questo. In altri termini; cioè accettare Gesù nella forma del servo sofferente di cui parla Isaia, il quale non sottrae la faccia agli insulti e agli sputi. La croce, guardate, e termino, è la forma di un potere capovolto, questo è la croce. La croce è l’icona di un amore che si umilia, la croce è l’icona di un amore che si svuota, che entra nel silenzio di una morte, che accetta l’annientamento di sé, questo è insopportabile. Questo è il modo di essere di Dio che sconfigge satana, perché rappresenta l’antitesi più radicale, quindi l’amore che dona la vita sulla croce, quell’amore perdona, quell’amore riconcilia, quell’amore ritesse la comunione dove satana invece, il diavolo  getta la separazione, la divisione, la discordia. Siamo disposti a seguire questo Maestro? Vogliamo accettare di seguirlo fino alla fine? Con il nostro battesimo abbiamo detto di sì… E vorrei dirvi un’ultima cosa dicendo, guardate, non pensiamo alla croce come qualcosa che ci schiaccia, Gesù non vuole questo. La croce è l’amore con cui noi viviamo la nostra vita. Questa è la croce. Non scappando dalle situazioni in cui ci troviamo, non operando fughe, non desiderando..-al mattino quando mi alzo:- Signore, forse questa mia situazione è un po’ faticosa però ti chiedo il dono dello Spirito Santo perché la viva fino in fondo questa giornata nell’amore.- Questa è la croce. E’ schiacciante o è liberante questo? E’ liberante. Qui la nostra persona cresce, si dilata, il nostro cuore si allarga. Quindi seguendo Gesù su questa via Pietro comprenderà davvero chi è Gesù, perché imparerà ad amare con il suo stesso Amore. Quindi anche noi l’augurio che ci facciamo è di rimanere su questa via che è la sequela del crocifisso risorto. Potremo compiere quell’opera che mostra la verità della nostra fede, allora diventiamo credibili e con le parole del fondatore concludiamo che diventino un augurio per tutti noi, per i Padri, per le comunità dei canonici, ma per tutte le comunità, per le nostre comunità parrocchiali diceva lui, scriveva- Noi dobbiamo amarci come si amano i santi in cielo– pensate che armonia c’è in cielo, che bellezza – noi dobbiamo nutrire gli uni gli altri lo stesso amore che nutriamo per Cristo – la sequela, – perché Cristo abita in ciascuno di noi. La carità che ci unisce deve essere la stessa carità che unisce il Padre e il Figlio, cioè lo Spirito Santo. L’affetto che ci unisce è lo Spirito Santo che è stato effuso nelle nostre anime.-  Questo è l’affetto vero, l’amore che è stato riversato dentro di noi. Quello fa di noi un unico corpo. Il corpo di Cristo. E’ bellissimo vivere così, la sequela. A Maria Immacolata affidiamo tutto questo e andiamo avanti nel nostro cammino con quella gioia che il Signore ancora ci dona e contemplando la sua opera in quello che è avvenuto in questi 150 anni di storia per questa famiglia religiosa gli diciamo ancora grazie e chiediamogli di vivere questo carisma, oggi, nella situazione in cui ci troviamo.

Amen”

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